Stop alle stragi

Come saranno Gaza e la Palestina dopo la guerra, l’idea di un governo senza Hamas

È necessario porre fine a questa carneficina, stanno morendo troppi innocenti. I terroristi facciano un passo indietro, Israele smetta con i raid e apra ai palestinesi. Bisogna fermare la guerra. E poi i negoziati: i regimi arabi isolino Hamas. l'Iran freni l'escalation ed Hezbollah. La comunità internazionale garantisca una transizione democratica in Palestina. Poi nuove elezioni a Gerusalemme

Editoriali - di Andrea Aversa

19 Ottobre 2023 alle 16:29 - Ultimo agg. 20 Ottobre 2023 alle 13:52

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Come saranno Gaza e la Palestina dopo la guerra

Basta massacri. Indipendentemente da chi è stato e dal reale numero di vittime causate, la distruzione dell’ospedale di Gaza è un punto di non ritorno del conflitto attualmente in corso. Lo scorso sette ottobre Hamas ha attaccato Israele. Lo Stato Ebraico ha reagito con prevista fermezza, bombardando la Striscia di Gaza. Centinaia i morti, tra cui donne, anziani e bambini. Da un lato ci sono circa 200 ostaggi, civili innocenti rapiti e torturati. Dall’altro una crisi umanitaria, considerato che mancano cibo, acqua e medicine. Le persone sono ormai prede della guerra e dei terroristi. Bisogna farla finita prima che lo scontro aumenti di intensità, causando gravi escalation che coinvolgano direttamente altri paesi.

Come saranno Gaza e la Palestina dopo la guerra

Già è certo l’interventismo dell’Iran. Già è caldo il fronte a Nord di Israele con il Libano. Già sono in rivolta molte delle città arabe della regione. Dopo la tragedia dell’ospedale, feroci manifestazioni ci sono state in Cisgiordania, Egitto, Giordania, Iran, Iraq, Libano, Libia, Marocco, Tunisia, Turchia. Eppure, anche se lentamente, la diplomazia ha iniziato a muoversi e a dare i primi frutti. Il Generale Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto il Segretario di Stato americano Antony Blinken e avviato una trattativa con Hamas per il rilascio degli ostaggi israeliani, oltre che aver autorizzato l’apertura del valico di Rafah, passaggio per l’Egitto dalla Striscia di Gaza.

La diplomazia

Recep Tayyip Erdoğan è tra i leader musulmani più attivi su questo fronte. Entrambi i presidenti possono coinvolgere il Qatar, principale finanziatore di Hamas, e il gruppo dei Fratelli Musulmani da cui Hamas è nato. Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto chiaramente al premier israeliano Benjamin Netanyahu di evitare un’invasione di terra dentro la Striscia di Gaza e di limitare quanto più è possibile di causare vittime civili. Ora, non conosciamo nei dettagli la strategia militare israeliana, quello che è certo e che tale invasione è stata al momento sospesa.

Gli step possibili per raggiungere la pace

Come saranno Gaza e la Palestina dopo la guerra? Questa è la domanda da un milione di dollari alla quale tutti vorremmo dare una risposta. In mancanza di essa possiamo però tracciare uno scenario ben preciso che può offrire alcune ipotesi. Il primo step, quello più urgente, è il cessate il fuoco. Una tregua che possa consentire l’intervento degli aiuti umanitari e le dovute evacuazioni. Il secondo è il rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas. Il mondo arabo isoli i terroristi e tratti affinché il gruppo militare faccia tornare a casa quei civili innocenti.

Hamas

Allo stesso tempo Israele dovrà fermarsi con i raid su Gaza e sospendere qualsiasi iniziativa militare sulla Striscia. A quel punto Gerusalemme, per piantare le basi di un nuovo accordo di pace che porti alla formazione di uno stato palestinese e di un reciproco riconoscimento, dovrà avere due garanzie: la fine di Hamas e la ‘pacificazione’ di Gaza. Lo Stato Ebraico non può avere ai suoi confini un gruppo terroristico in grado di attaccarlo. Al momento Israele sta legittimamente creando una zona cuscinetto al confine con Gaza, una porzione di territorio sotto il proprio controllo che ha l’obiettivo di monitorare i propri vicini, evitando qualsiasi tentativo di aggressione. Ma si tratterebbe di ulteriore territorio sottratto ai palestinesi. Ed è qui che deve entrare in gioco la diplomazia e la volontà degli stati arabi di volere realmente la pace.

La Striscia di Gaza

La Striscia vada temporaneamente sotto il molteplice controllo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), dell’Egitto, della Giordania. Alle loro ‘spalle’ si esponga l’Arabia Saudita. Riyad deve, dietro le quinte, puntare alla concretizzazione degli Accordi di Abramo. Mossa che isolerebbe di nuovo l’Iran. A quel punto Teheran si troverebbe contro un fronte arabo unito e compatto con il quale doversi confrontare. E non gli basteranno Hezbollah e gli Assad. L’asse con gli amici Vladimir Putin e Xi-Jinping  traballerebbe se in campo ci fossero così tante forze schierate insieme da un unica parte. Gaza andrà ricostruita con l’aiuto della Comunità internazionale. Ai palestinesi andrà garantita una transizione democratica attraverso la quale dovranno scegliere nuovi governanti. Secondo Il Corriere della Sera potrebbe essere qui ricostruito il ‘modello-Kosovo‘ sotto l’egida delle Nazioni Unite. È necessario, però, che nella fase iniziale, AmmanIl Cairo siano disponibili ad accogliere parte della popolazione palestinese (in parte da distribuire anche in Cisgiordania). Al momento questa disponibilità non c’è stata.

Iran

La Repubblica Islamica ha già ottenuto la sua vittoria, sul campo e in ambito geopolitico. Ha attaccato Israele mostrando al mondo le sue debolezze. Ha messo ai margini l’Arabia Saudita e lanciato una sfida non indifferente agli Usa. Nel frattempo ha rafforzato la sua alleanza con la Russia e la Cina. Intestandosi la causa palestinese, Teheran ha fatto nuovi e importanti passi sulla scacchiera del Medio Oriente. Proprio per questo, per gli Ayatollah, deve giungere il momento di posare le armi e trovare un punto di incontro con i nemici. Soprattutto deve finire la ‘presa in ostaggio’ del Libano tramite Hezbollah, minaccia permanente anche per Israele.

Arabia Saudita

L’Iran può ottenere delle concessioni sull’embargo, azioni che darebbero ossigeno alla fragile e rovinata economia persiana. Aspetto che potrebbe sedare le proteste che da mesi infiammano il paese. Manifestazioni che potrebbero essere, in caso contrario, foraggiare dai nemici della Repubblica Islamica. Ma la caduta del regime teocratico non è all’orizzonte anche se in molti ce l’auguriamo. L’Arabia Saudita ha invece bisogno di proseguire nel suo percorso di apertura all’Occidente e di evidenziare la sua ‘supremazia’ all’interno del mondo musulmano. Nel frattempo è necessario trovare una quadra anche per uno dei conflitti più sanguinari di sempre e responsabili di una delle crisi umanitarie più gravi al mondo: quello in Yemen (paese che confina con quello di Riyad). Anche qui i sauditi e gli iraniani sono avversari per procura. Ad oggi ad averla vinta sono i ribelli Houti, sostenuti da Teheran.

Cisgiordania

Primo obiettivo: estirpare la jihad islamica, così come va fatto per HamasIsraele potrà riuscirci solo con l’impegno degli stati arabi e il disimpegno dell’Iran. A quel punto si potrà imbastire una trattativa che dovrà portare allo stesso tavolo: Israele, Anp, Arabia Saudita, Egitto, Giordania e Stati Uniti. Gerusalemme dovrà offrire garanzie sullo stop all’occupazione dei territori e sul possibile rientro ai confini del 1967. I partner arabi dovranno garantire la pace con lo Stato Ebraico. Anche qui andrà avviato un processo di transizione, supervisionato dagli Usa e ovviamente dall’Onu che dovrà portare a nuove elezioni. Successivamente si potrà ragionare su forma e sostanza dello Stato Palestinese e ipotizzare che la capitale da Ramallah sia trasferita a Gerusalemme Est (così come già previsto negli accordi di Camp David del 2000).

Comunità Internazionale

A nessuno, se non ai nemici della pace – e quindi all’Iran – interessa un Medio Oriente in fiamme. E non solo per motivi umanitari. Se volessimo fare soltanto un discorso economico (al netto della vendita di armi), ci renderemmo conto –  solo da un punto di vista energetico, degli scambi commerciali e della vendita del petrolio – che un Medio Oriente instabile causerebbe molti effetti negativi a catena. E le principali vittime saranno i paesi vicini, l’Unione Europea (come sempre non pervenuta) e altre potenze come la Turchia. A Mosca conviene mantenere buoni rapporti con tutti, considerato il conflitto ucraino ancora in corso e a Pechino servono libere le ‘vie della seta‘. Ma più di tutti è Washington a non necessitare di altre guerre nelle quali spendere energie, dopo l’impegno al fianco di Kiev e nel Pacifico. Insomma una sfida, armata, tra il blocco autoritario e quello liberale, non porterebbe a nulla di buono.

Israele

Finita la guerra e poste le basi per la pace, avrà fine anche il Governo di Unità Nazionale. Il premier Benjamin Netanyahu al di là di come finirà il conflitto dovrà rassegnare le dimissioni e mettere fine al suo esecutivo di ultra destra. Dovrà, se vorrà, ricandidarsi e rimettere il mandato nelle mani dei cittadini israeliani. Questo comporterà il ‘congelamento’ della tanto discussa riforma della giustizia. Le nuove elezioni saranno il simbolo di un nuovo inizio per Gerusalemme. Ripartire dopo uno degli attacchi più violenti mai subiti, messo in atto dai terroristi. Una rinascita dopo quello che ormai tutti chiamano l”11 settembre‘ di Israele.

19 Ottobre 2023

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