Il portavoce di Amnesty Italia
Intervista a Riccardo Noury: “A Gaza anche il sistema degli aiuti contribuisce al genocidio dei palestinesi”
«La situazione nella Striscia sta collassando più rapidamente che negli ultimi 20 mesi. Non si usa la parola “genocidio” per ragioni politiche: Israele va trattato coi guanti»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Recentemente lei ha scritto che il sistema di distribuzione di aiuti nella Striscia di Gaza è una “perversione del concetto di aiuto umanitario”. Perché?
Ogni volta che vengono organizzate distribuzioni alimentari da attori non appartenenti all’Onu, si verificano incidenti con un numero elevato di vittime. Quest’affermazione non è di Amnesty International, ma delle stesse Nazioni Unite. Completamente d’accordo. Infatti, insieme ad altre 170 organizzazioni non governative, abbiamo lanciato un appello urgente a porre fine al mortale sistema di distribuzione degli aiuti imposto da Israele nella Striscia di Gaza, che si affida a un’agenzia privata – la Gaza Humanitarian Foundation – che con l’assistenza umanitaria non ha proprio nulla a che fare. Ogni eventuale prossimo cessate il fuoco non potrà far dimenticare che le ultime cinque settimane si sono rivelate tra le più letali dall’ottobre 2023: almeno 500 persone palestinesi sono state uccise e 4000 ferite solo perché tentavano di accedere al cibo. Perché succede tutto questo? I 400 siti di distribuzione di aiuti attivi durante la tregua temporanea sono stati sostituiti da soli quattro siti, sotto controllo militare, e ciò ha costretto due milioni di persone a spostarsi in zone sovraffollate e militarizzate, dove ogni giorno rischiano la vita sotto i continui bombardamenti mentre tentano di procurarsi cibo, senza alcun accesso ad altri beni essenziali per la sopravvivenza. Dunque, oggi nella Striscia di Gaza l’unica scelta è questa: morire di fame o rischiare di essere colpiti mentre si cerca disperatamente del cibo per sfamare le proprie famiglie.
Come siamo arrivati a questo punto?
Dall’ottobre 2023, il sistema umanitario è stato smantellato in modo intenzionale e sistematico dal blocco e dalle restrizioni imposte dal governo israeliano, oltre che da una narrazione secondo la quale l’Unrwa era collusa in toto con le atrocità commesse da Hamas, il che ha portato non pochi governi a sospenderle i finanziamenti.
Al posto di quel sistema, di recente Israele ne ha imposto uno fortemente militarizzato, che non protegge la popolazione civile né garantisce i suoi bisogni fondamentali. La fornitura di aiuti umanitari, oltre che basarsi sul principio di terzietà avendo come obiettivo unicamente quello di assistere popolazioni in stato di bisogno, deve seguire protocolli che rispettino i diritti e la dignità delle persone beneficiarie e dev’essere gestita da personale professionale, che assicuri la distribuzione degli aiuti a chi ne ha effettiva necessità e senza discriminazione. Per mesi e mesi gli attori umanitari con anni di esperienza hanno fatto l’impossibile per fornire assistenza salvavita su larga scala e restano tuttora a disposizione. Ma la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza sta collassando più rapidamente che in qualsiasi altro momento degli ultimi 20 mesi.
Le immagini di persone stremate in fila per ricevere gli aiuti sono scioccanti…
Nel nuovo sistema imposto dal governo israeliano, persone indebolite dalla fame sono costrette a camminare per ore attraverso aree pericolose e zone dove si spara e si bombarda, per ritrovarsi poi in una corsa violenta e caotica verso punti di distribuzione recintati, militarizzati e con una sola via d’ingresso. Vengono ammassate in spazi chiusi, incolonnate come bestiame avviato al macello e costrette a lottare per ottenere razioni alimentari limitate. In questo contesto, ci sono stati massacri a ripetizione, anche di bambine e bambini e di coloro che se ne prendevano cura. Inoltre nella metà degli attacchi alle persone civili in questi luoghi infernali sono stati coinvolti minorenni. Con un sistema sanitario prossimo al crollo, molte persone colpite sono restate a terra e sono morte dissanguate. Molte famiglie hanno raccontato di non avere più le forze neanche per contendersi le razioni. Chi riesce a portare a casa del cibo – magari solo perché ha una resistenza fisica maggiore – spesso si ritrova con pochi alimenti di base, difficili da cucinare senza acqua potabile o combustibile. Il carburante è quasi esaurito e ciò paralizza i servizi essenziali: panifici, sistemi idrici, ambulanze e ospedali. Le famiglie si riparano sotto teli di plastica con temperature torride, preparando pasti improvvisati – quando hanno recuperato qualcosa di cui nutrirsi – tra le macerie. Va detto chiaramente: concentrare oltre due milioni di persone in spazi ristretti nella speranza di trovare cibo non è un piano per salvare vite umane. È un piano per farle morire di fame o per ucciderle. Un piano genocida.
Cosa si dovrebbe fare invece?
Chiediamo alla comunità internazionale di opporsi alla logica per cui le uniche alternative sono la distribuzione militarizzata degli aiuti o la loro completa negazione. Gli stati alleati devono pretendere da Israele che rispetti i propri obblighi ai sensi del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale dei diritti umani, compresi i divieti di ordinare sfollamenti forzati, compiere attacchi indiscriminati e porre ostacoli all’assistenza umanitaria. È necessario sostenere il ripristino di un meccanismo di coordinamento unificato e guidato dalle Nazioni Unite – fondato sul diritto internazionale umanitario e che includa l’Unrwa, la società civile palestinese e l’intera comunità dell’aiuto umanitario – per venire incontro ai bisogni della popolazione della Striscia di Gaza. Altrimenti si dica onestamente: non c’interessa se muore di fame o di pallottole.
Ripartiamo dall’inizio, dal 7 ottobre 2023.
Ossia dai crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi in territorio israeliano: l’uccisione di circa un migliaio di civili e la cattura di centinaia di ostaggi civili. La Corte penale internazionale, proprio per via di questi crimini, aveva chiesto tre mandati di cattura per la leadership politico-militare di Hamas: due degli indiziati erano stati poi uccisi da Israele. L’unico ancora in vita, per il quale era stato pertanto spiccato un mandato di cattura, aveva subito la stessa fine. La risposta israeliana ai crimini di Hamas è stata la commissione di un altro crimine: quello di genocidio, come lo ha definito Amnesty International. Da 20 mesi, oltre due milioni di persone sono incessantemente sottoposte a bombardamenti, all’utilizzo della fame e della sete come armi, a ripetuti sfollamenti forzati e a una disumanizzazione sistematica: tutto questo sotto gli occhi della comunità internazionale. È a tutti gli effetti un genocidio in diretta, incitato da dichiarazioni degli alti vertici politici e militari dello stato israeliano.
Ha usato una parola a lungo considerata “tabù”. Lo è ancora e perché?
Lo è meno che in passato, ma c’è stato bisogno di coraggiosi “apripista” che hanno pagato un elevato prezzo personale e reputazionale, come Francesca Albanese.
Voglio ricordare che, prima che venisse pronunciata in parlamento, la parola genocidio è stata detta al Festival di Sanremo, da Ghali, che è finito nella “lista nera” perché ha avuto il coraggio e la coerenza di chiamare le cose col loro nome. Oltre al diritto delle vittime, delle persone sopravvissute e delle generazioni successive alle une e alle altre, affinché nei libri di storia – e, possibilmente, nelle sentenze giudiziarie – sia riconosciuto che ciò che sanno di aver subito è effettivamente accaduto, c’è una Convenzione, quella del 1948 sul genocidio, il cui contenuto è coerente alla lettera con la realtà sul terreno nella Striscia di Gaza. L’uso della parola genocidio è meno tabù che in passato perché ci sono persone – penso ad Anna Foa – che hanno sfidato lo stigma proveniente dalla propria comunità e l’hanno fatta propria. Ma per un’Anna Foa che ritiene che le parole debbano influenzare la Storia, ci sono molte altre persone che pensano che le parole siano influenzate dalla Storia e ad essa debbano adeguarsi. Questo significa, per essere concreti, che in Italia si tende a girare intorno alla parola genocidio preferendo usarne altre che non solo non sono equivalenti, ma che per di più non hanno alcun significato giuridico: massacro, strage ecc… Ciò ci porta a un’altra perversione: negare per includere. Ho ascoltato attonito affermare che, se al posto di genocidio si usa massacro, non solo non cambia niente nella sostanza, ma si includono più persone intorno alla causa della popolazione palestinese della Striscia di Gaza. A parte il fatto che forse si dovrebbe chiedere a qualche sopravvissuto di Gaza City o di Khan Yunis se sia d’accordo, ma da quando in qua l’inclusività si ottiene togliendo parole invece di aggiungerne o sostituendo quelle corrette con altre quanto meno imprecise? L’obiettivo a me pare chiaro: non si usa la parola genocidio perché si ritiene che sia successo qualcosa di meno grave. Il tutto per ragioni prettamente politiche: Israele va trattato coi guanti, al massimo se ne può togliere uno solo.
In altri casi quella parola è stata usata senza grandi problemi…
Lo scorso anno è ricorso il trentesimo anniversario del genocidio del Ruanda, tra pochi giorni (venerdì 11) ricorrerà quello del genocidio di Srebrenica in Bosnia, un genocidio che nessuno, salvo pochi irriducibili negazionisti serbi, osa mettere in dubbio. Certo, hanno contribuito una serie di sentenze emesse da tribunali internazionali, che mancano e temo mancheranno a lungo riguardo al genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. Ma Amnesty International, altre ong e le stesse Nazioni Unite sono state chiare: Israele sta compiendo un genocidio. Quella parola va usata.