La presidente dell'AOI

Intervista a Silvia Stilli: “Quanti altri morti prima dello stop alle armi dall’Italia a Israele?”

«61mila morti, di cui 18500 minori: da Gaza sono scomparse 100mila persone. Eppure l’Italia si rende complice del genocidio, senza nemmeno pensare a sanzioni contro crimini di guerra simili»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

13 Agosto 2025 alle 11:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Silvia Stilli è presidente dell’Associazione delle Organizzazioni Italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (Aoi), che rappresenta più di 500 organizzazioni non governative.

Dopo 22 mesi di occupazione e bombardamenti nella Striscia di Gaza, il Gabinetto di Guerra di Netanyahu ha approvato il Piano di riorganizzazione della Striscia, che ne prevede di fatto l’annessione a Israele. Quali le conseguenze?
È importante aggiornare le cifre in continuo aumento delle vittime per la tremenda crisi umanitaria a Gaza: quasi 61.200 persone uccise, di cui circa 18.500 minori. Contando chi è scomparso ormai da tempo, la soglia delle 100.000 perdite è più che verosimile. Inoltre, ogni giorno chi si reca agli hub controllati dall’esercito israeliano per la distribuzione degli aiuti alimentari diviene target per il “tiro al piccione” da parte di militari: uomini, donne e persino bambini. Sono stati assassinati così tra maggio e luglio 1.373 palestinesi mentre erano in fila per il cibo o in prossimità dei corridoi dei convogli umanitari. E non sono illazioni o fake, perché gli stessi soldati pubblicano i video di questo orrore, con orgoglio. Nel mese di luglio le organizzazioni umanitarie internazionali hanno denunciato tra i minori al di sotto dei 5 anni di età ben 12.000 casi di sofferenza di malnutrizione acuta, il dato più alto mai registrato. Il prossimo 18 settembre è la scadenza fissata dall’Assemblea Generale Onu per la cessazione definitiva dell’occupazione di tutti i territori palestinesi da parte delle forze militari israeliane. Tempestivamente, nei giorni scorsi il Gabinetto di Guerra guidato da Netanyahu ha approvato quello che definisce il piano di “riorganizzazione” della Striscia di Gaza, cioè la deportazione di massa e annessione della Striscia stessa: espulsione di un milione di palestinesi da Gaza City e dall’area centrale e loro deportazione nel sud, in veri e propri campi di concentramento a cielo aperto, che Israele ha anche il coraggio di definire “città umanitarie”.

Cosa rappresenta questo piano?
L’ennesimo crimine di guerra, se verrà attuato, che è stato pianificato e deliberato da parte del governo di Netanyahu dopo 22 mesi di assedio, bombardamenti, omicidi mirati. Il leader israeliano sostiene pubblicamente che tutto è stato concordato con l’amministrazione statunitense di Trump. Il capo di stato maggiore dell’Idf aveva sollevato dubbi sul piano, in quanto escluderebbe de facto la liberazione degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas il 7 ottobre e presenti nella Striscia. Poiché ormai la sorte degli ostaggi non è più tema prioritario per Netanyahu, continueranno l’occupazione della Striscia e le violenze in Cisgiordania per cancellare l’identità palestinese. Questo è genocidio, è l’ora di smettere di utilizzare “giri di parole” o termini alternativi. Genocidio, punto e basta. Il piano del gabinetto di guerra prevede un futuro per Gaza deciso da altri, escludendo i palestinesi dalla gestione del proprio territorio e relegandoli al silenzio e all’invisibilità. Una cancellazione non solo politica, ma anche fisica.

Germania, Francia, Gran Bretagna e altri Paesi stanno per aggiungersi a quanti riconoscono lo Stato palestinese e come altri, tra cui la Spagna per prima in Europa, hanno deciso di interrompere accordi con Israele. L’Italia non dà segnali concreti in tal senso. Cosa chiedono le ong al governo Meloni?
In un comunicato della nostra Rete Aoi, che è una sorta di lettera aperta al governo italiano perché si mobiliti, abbiamo domandato alla presidente Meloni quanti morti ancora saranno necessari perché il governo interrompa l’esportazione di armi, sospenda la cooperazione militare con Israele e riconosca il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Serve la riapertura immediata e duratura di tutti i valichi per garantire l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari, invece di affidarsi a soluzioni inefficaci e pericolose come i lanci aerei.
È tardi, ma mai troppo, per salvare vite umane. L’Oms (Organizzazione Mondiale Sanità) parla di rifornimenti scarsi di medicinali e ossigeno e divieto all’entrata di generi essenziali. Anche Emergency denuncia la difficoltà a rispondere alle emergenze sanitarie e Action Aid ha socializzato una frase di un bambino di Gaza che a leggerla fa male come un pugno in faccia: “Voglio andare in Paradiso, almeno lì c’è il cibo”. Ma davvero i governi che hanno ereditato un mondo distrutto alla fine del secondo conflitto mondiale e con l’orrore delle bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki dell’agosto di 80 anni fa, che hanno assistito al genocidio di Srebrenica, in Bosnia, nel luglio 1995, dicendo “Mai più”, non riescono a contrastare il disegno criminale di Netanyahu? Nel mese di luglio i Paesi aderenti all’Onu che riconoscono la Palestina erano saliti a 149, a cui va aggiunto lo Stato Vaticano. La Francia ha annunciato l’ufficializzazione a settembre e su questa strada è la Germania. L’Italia no. In questi ultimi giorni si manifestano alcune ‘aperture’, almeno dal ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, che si è sempre professato uomo di sincera fede cattolica e attivista volontario religioso, peraltro chiamato in causa dal Segretario di Stato del Vaticano Mons. Pietro Parolin, che ha espresso parole dure nei confronti del governo israeliano e ha chiesto all’esecutivo della presidente Meloni di attivarsi per condannarlo e affrontare la crisi umanitaria a Gaza. E allora si riconosca ai palestinesi il diritto ad uno Stato. Subito.

Altrimenti?
Altrimenti restano mere enunciazioni dette di fronte ad alcuni casi eclatanti, come il bombardamento della Parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza o l’uccisione dei giornalisti nella Striscia. Il fermo per 7 ore all’aeroporto di Tel Aviv e l’espulsione da Israele di Don Nandino Capovilla, parroco di Marghera, in missione di pace con Pax Christi di cui è autorevole esponente, è un ulteriore gravissimo fatto che mira a colpire chi condanna l’orrore di Gaza e le violenze di coloni in Cisgiordania, definendo giustamente questi crimini propri di un regime di apartheid. Sanzionare Israele è un atto che il governo italiano non ha voluto intraprendere fino ad oggi, operando al contrario di altri Paesi dell’Unione e della stessa Gran Bretagna: non si sono messi in discussione gli interessi legati agli accordi sul commercio di armi e lo scambio sulle tecnologie applicate alle industrie militari tra Italia e Israele. Non basta indignarsi per le morti, noi della Rete Aoi lo diciamo da tempo. Non condannare Israele e non agire per far finire occupazioni e violenze a Gaza e in Cisgiordania è complicità nel genocidio. Vale per la diplomazia mondiale, vale per tutte e tutti noi. Oggi autorevoli esponenti del mondo culturale israeliano e della comunità ebraica internazionale parlano di genocidio: recentemente, per esempio, David Grossman e Anna Foa. E chiedono un deciso intervento internazionale. La prossima tappa è la deportazione di massa e la cancellazione definitiva dell’identità palestinese. Noi non saremo complici di tutto questo.

Può fare il punto sugli aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza promessi anche alcuni giorni fa dal ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale Tajani?
Nelle scorse settimane il ministro Tajani aveva annunciato un piano italiano di aiuti in emergenza per la popolazione civile di Gaza, citando finalmente, dopo quasi due anni, anche le organizzazioni italiane di solidarietà e cooperazione internazionale. Di nuovo tutto è fermo. Da alcuni giorni le reti delle ong italiane hanno scritto al Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo del Maeci e al Direttore dell’Agenzia di Cooperazione (Aics), chiedendo un incontro urgente. Nessuna risposta è stata ricevuta. Dall’inizio della crisi nell’ottobre 2023 non abbiamo mai avuto un incontro di scambio e confronto con la Farnesina. Noi organizzazioni sociali siamo testimoni “scomodi” e per questo non siamo gradite, come i pochi giornalisti che sono riusciti a restare nella Striscia, tanti uccisi in questi 22 mesi: ben più di 240.

A proposito dei tanti giornalisti uccisi nella Striscia, l’ultimo massacro dei 5 di al-Jazeera è stato un attacco mirato dei militari israeliani. Che giudizio dà? Nei giorni scorsi Rete Italiana Pace e Disarmo ha lanciato un appello firmato anche da altre organizzazioni. Lo considera un segnale di unitarietà importante?
Tra i 5 giornalisti morti per il bombardamento della tenda dove tenevano le loro attrezzature c’era il giovane Anas al Sharif, volto principale di al- Jazeera Arabic : era nato nel campo di rifugiati di Jabaliya nel 1996, tre anni dopo la firma degli Accordi di Oslo: era parte della “generazione Oslo”, figlia dei negoziati e della “volontà di pace”. Era cresciuto in un campo di rifugiati, rifugiato lui stesso, sotto l’occupazione israeliana. Non era voluto andar via dal nord della Striscia di Gaza nell’ottobre 2023, dove aveva perso anche i familiari, perché credeva nel suo mestiere: non per sostenere Hamas. È stato ammazzato mentre svolgeva il proprio lavoro, lasciando una moglie e due figli molto piccoli. Eppure, Anas, nelle pagine online di un famoso quotidiano italiano è stato definito un terrorista, accogliendo l’ennesima falsa notizia delle “veline” dei soldati israeliani. Per fortuna in Italia e nel mondo ci sono iniziative di giornalisti e operatori di media e carta stampata, che denunciano questo modo di fare informazione, quando non superficiale, del tutto asservito alla narrazione di potere. Dobbiamo sostenerli e rilanciare il messaggio. Il genocidio di Gaza ha portato alla luce e dato dignità a pensieri ignobili, che vedono sotto attacco non chi compie crimini verso l’umanità ma chi li denuncia: le Nazioni Unite, il giornalismo indipendente, chi chiede la pace e opera per la solidarietà e l’aiuto alle vittime della popolazione civile. Ci vorrà tempo per ricostruire la dignità di un pensiero giusto, ma noi ci siamo. Il 9 agosto è stato lanciato un appello comune da parte della Rete Italiana Pace e Disarmo, sottoscritto anche singolarmente da Cgil, Acli, Anpi, Aoi, Arci, Emergency, Sbilanciamoci. Libera e Legambiente, che raccoglie le richieste espresse in questi lunghi 22 mesi a governo e Parlamento richiamando il rispetto del diritto Internazionale e l’urgenza di riconoscere lo Stato palestinese. Allarghiamo le adesioni, rilanciando l’appello. E sosteniamo la candidatura al Nobel per la Pace di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. Il silenzio è complicità, le parole per la Pace e la Giustizia sono pilastri della Democrazia.

13 Agosto 2025

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