Il senatore dem
Intervista ad Alessandro Alfieri: “Quello di Meloni è equilibrismo velleitario, non tutela gli interessi di Italia e UE”
«Come Pd lo chiedevamo da mesi, Meloni lo ha annunciato con colpevole ritardo, ora niente furbizie: la sospensione va ufficializzata. E il governo italiano deve lavorare per la de-escalation in Libano»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Alessandro Alfieri, senatore, capogruppo del Partito democratico alla Commissione esteri di Palazzo Madama e responsabile Riforme e PNRR nella Segreteria nazionale del Pd.
“Tu non mi fai paura”. Così Leone XIV ha risposto ai furiosi e reiterati attacchi di Donald Trump. E dal Camerun ha rilanciato la sua sfida di pace: “Beati gli operatori di pace. Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso”. E ancora: “I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”. Ma il presidente Usa e il suo vice Vance continuano a martellare. Il mondo è sceso così in basso?
Le parole di Leone XIV — “Tu non mi fai paura” — agli attacchi di Donald Trump rappresentano una risposta ferma, che non lascia spazio a molte interpretazioni. Arrivano al culmine di settimane in cui appare sempre più chiaro che siamo costretti a vivere una fase storica dove la legge del più forte prevale sulla diplomazia e il dialogo. Dire che “il mondo è sceso così in basso” rischia però di essere una lettura parziale. Vero è che tensioni politiche, disuguaglianze sociali e crisi internazionali alimentano un dibattito sempre più polarizzato. E che in questo contesto, figure come Trump hanno spesso scelto lo scontro frontale e la provocazione come strumenti di consenso, contribuendo ad abbassare il livello del confronto pubblico. Allo stesso tempo, però, la risposta di Leone XIV richiama un’impostazione diversa: ferma nei valori, ma non intimidita. È un messaggio che si colloca in una tradizione che difende il pluralismo, il rispetto delle istituzioni e un linguaggio politico non violento, senza però rinunciare alla critica. Alla fine, rende più evidente quello che è: la “sregolatezza” del Presidente degli Stati Uniti nasconde un cinismo spregiudicato nel polarizzare e nel coprire i fallimenti della gestione di questo suo secondo mandato.
La “legge” del più forte ha soppiantato il diritto internazionale e annichilito le istituzioni sovranazionali. È il nuovo ordine targato Trump e Netanyahu. E l’Europa sta a guardare.
Le scelte di leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno messo in discussione il multilateralismo, privilegiando rapporti di forza e decisioni unilaterali. Questo ha contribuito a indebolire e delegittimare il ruolo di organismi come le Nazioni Unite e più in generale un sistema basato sul diritto internazionale. Un “disordine” mondiale premeditato che ha lasciato campo libero all’uso della forza in tutte le sue eccezioni. Un’idea di mondo che fino a poco tempo fa non potevamo nemmeno immaginare: hanno iniziato tagliando i fondi alle agenzie delle Nazioni Unite fino ad arrivare a mettere in discussione la stessa NATO. È evidente che, in questo quadro, Netanyahu ha scelto di ritagliarsi un ruolo da protagonista in Medio Oriente, legando sempre più strettamente la propria sopravvivenza politica alla prosecuzione del conflitto. Una strategia che si è tradotta nell’uso sistematico della guerra come strumento di rilegittimazione, spinta ben oltre le esigenze di sicurezza. La narrazione della difesa del popolo israeliano viene così piegata a un disegno che tiene insieme gli interessi personali di Netanyahu e dei suoi ministri estremisti con il superamento della prospettiva dei “due popoli, due Stati Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un intero Paese trascinato in una posizione sempre più difficile da sostenere sul piano internazionale, con un isolamento crescente e una perdita di credibilità che rischiano di avere conseguenze profonde e durature. Detto questo, pur in un contesto internazionale complesso, le istituzioni sovranazionali continuano a esistere e a svolgere una funzione, anche se appaiono meno incisive di fronte a conflitti e crisi globali. In questo quadro, il ruolo dell’Europa è decisivo ma ancora insufficiente. L’Unione Europea fatica a parlare con una sola voce e a tradurre il proprio peso economico in capacità politica e diplomatica. È qui che si gioca una partita centrale anche per le forze progressiste: rilanciare un’Europa più coesa, capace di difendere il diritto internazionale e promuovere la pace. Proprio oggi i leader progressisti si ritrovano a Barcellona per dire che un altro ordine internazionale è possibile e, per quanto riguarda l’UE, la battaglia principale è quella di superare il voto all’unanimità per tendere in prospettiva al sogno degli Stati Uniti d’Europa.
Il Libano, la nuova Gaza. Cos’altro deve accadere perché l’Italia si schieri apertamente, con fatti e non dichiarazioni di circostanza, contro il peggiore governo nella storia d’Israele?
Al Senato ho chiesto a nome del Pd che il governo venga subito in Parlamento per votare la sospensione del memorandum Italia-Israele sulla difesa e riconoscere finalmente lo Stato di Palestina come unico atto simbolico che possa tenere in vita la prospettiva, fortemente indebolita, dei “due popoli, due Stati”. Analogamente hanno fatto i colleghi dem alla Camera. Da mesi lo chiedevamo e solo oggi con colpevole ritardo arriva l’annuncio della Presidente Meloni di valutare la sospensione. Ora però non ci possono essere più ambiguità: non si pensi a furbizie tecniche, deve essere una sospensione chiara e immediata. È fondamentale, quindi, che il governo venga subito in Parlamento in modo che vi sia anche un voto a sancire e ufficializzare tale decisione. In maniera simile il governo italiano deve lavorare per la de-escalation in Libano. I nostri militari e i nostri operatori umanitari sono fortemente esposti. Inoltre, i tagli di Trump alle Nazioni Unite portano alla chiusura di UNIFIL, la più importante operazione di mantenimento della pace nell’area. È importante fin da subito capire come possiamo continuare ad esercitare un ruolo di rafforzamento delle istituzioni libanesi e di stabilizzazione di un territorio in continua fibrillazione.
A proposito dell’attacco del tycoon al pontefice. La presidente del Consiglio ci ha messo un po’ di tempo per prendere posizione contro l’uomo che aveva indicato come meritevole del Nobel per la Pace.
Sulla questione del Nobel per la Pace calerei un velo pietoso: i social si incaricheranno di inseguire Meloni e Salvini ripostando le dichiarazioni imbarazzanti che hanno fatto in questi anni su Trump. L’altro giorno è stato forse il più imbarazzante dei passi falsi di Meloni. Di fronte all’attacco di Trump al Papa, che segna un punto di rottura nei rapporti istituzionali e nel rispetto delle autorità morali a livello internazionale, la Presidente del Consiglio Meloni ha aspettato nove ore prima di prendere le distanze. A dimostrazione di una subalternità non all’altezza della tradizione della nostra politica estera. La situazione del posizionamento del governo italiano in questo scenario internazionale non ha finora tenuto conto del radicale cambiamento della politica estera americana e dimostra di non essere in grado di difendere gli interessi italiani ed europei. Meloni ha ricercato per tutto questo tempo un esercizio di equilibrismo velleitario, finendo per essere usata come il grimaldello di Trump per scardinare l’Europa. Pensava di trarne un beneficio personale, ma è stato un calcolo miope. La dimostrazione ultima è l’attacco che Trump ha fatto nei confronti della Meloni, per il solo fatto di avere, peraltro in colpevole ritardo, difeso il Santo Padre. Una cosa inaccettabile e bene ha fatto la nostra segretaria Elly Schlein a esprime solidarietà alla presidente del consiglio.
Trump e Putin, e i loro supporters italiani, sono in lutto: l’autocrate di Budapest, Viktor Orbán è stato pesantemente sconfitto nelle elezioni legislative in Ungheria. Che segnale è questo?
Orbán ha perso pesantemente. Non solo a Budapest, ma anche in molte contee che in passato sono state dei suoi feudi. Non è bastata la paura della guerra, inculcata da spot e manifesti in tutto il Paese, per coprire le difficoltà economiche, con l’inflazione che sta picchiando duro sul potere d’acquisto di chi ha redditi medio bassi. Né sono servite le dichiarazioni di Trump e Vance che avrebbero garantito loro le risorse bloccate dall’Unione Europea per le violazioni dello stato di diritto. Tisza, il giovane partito rivitalizzato da Peter Magyar, è riuscito invece a mobilitare un elettorato trasversale e in particolare i giovani sotto i trent’anni. Puntando a trasmettere l’idea di un fronte pro-democrazia in cui moltissimi elettori si sono ritrovati, a prescindere dalle loro appartenenze partitiche. L’Ungheria può quindi tornare alla normalità e ritrovare un dialogo positivo con l’Europa. Putin non avrà più un cavallo di Troia a Bruxelles e il pacchetto europeo da 90 miliardi per sostenere economicamente l’Ucraina verrà sbloccato. Mentre Trump perde un alleato prezioso nel disarticolare l’Unione Europea e i sovranisti europei sono più deboli. Accuseranno il colpo di una sconfitta simbolica che inevitabilmente sta andando oltre i confini dell’Ungheria.
C’è chi sostiene, anche sulla stampa mainstream, che le opposizioni non hanno una politica estera comune, senza la quale governare è impossibile.
Nell’ultimo anno abbiamo fatto notevoli passi avanti: con i partiti dell’opposizione abbiamo costruito posizioni comuni sulla situazione a Gaza e sulla contrarietà al Board of peace voluto da Trump; nonché risoluzioni comuni sulla situazione in Medio Oriente e sulla Guerra in Iran. Permangono posizioni differenti per quanto riguarda il sostegno all’Ucraina limitatamente alla questione dell’invio di aiuti militari necessari ad esercitare la legittima difesa. Ma sono fiducioso che anche su questo versante si potrà trovare una sintesi, anche alla luce delle recenti posizioni espresse da Conte. Siamo consapevoli che anche su questi temi si misurerà la credibilità della nostra proposta politica.