Italia e Usa ai ferri corti

Meloni, altre sberle da Trump: la premier scaricata dall’alleato spera nel divorzio per ricollocarsi al centro

Il tycoon ribadisce la delusione verso la premier, che resta vaga: “In Iran faremo la nostra parte”. Ma spera che il divorzio possa ricollocarla al centro

Politica - di David Romoli

16 Aprile 2026 alle 07:00

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AP Photo/Evan Vucci, Pool, File
AP Photo/Evan Vucci, Pool, File

Trump torna alla carica. Meglio mettere i proverbiali puntini sulle i: “No, il rapporto con Giorgia Meloni non è più lo stesso”. Non è solo una ripetizione della scomunica già comminata. Il presidente furioso aggiunge un dettaglio significativo: “Con chiunque ci abbia rifiutato aiuto in questa situazione iraniana non abbiamo lo stesso rapporto”. Le critiche rivolte al Papa, la reazione molto dura pur se tardiva dell’ex amica sono solo la scintilla e in fondo lo si capiva già. A incrinare il sodalizio è stato il rifiuto italiano di “dare una mano” nella guerra del Golfo. Donald, che non è tipo da dimenticare quelli che considera tradimenti e, peggio, reati di lesa maestà, se l’è legata al dito e il rancore è tracimato quando se ne è presentata l’occasione.

La deludente italiana non replica. Nelle dichiarazioni alla stampa dopo l’incontro a palazzo Chigi con Zelensky si limita a segnali impliciti. Ricorda che la divisione dell’Occidente sarebbe un grosso regalo fatto a Putin. Poi, passando per un attimo dalla guerra in Ucraina a quelle nel Golfo, ribadisce che l’Italia “è pronta a far la sua parte” e che “è fondamentale anche per la nostra sicurezza che l’Iran non possa dotarsi di armi nucleari”. Il messaggio è per Trump, che l’aveva accusata proprio di non voler fare niente per impedire all’Iran di arrivare alle bombe nucleari. Da palazzo Chigi assicurano che la premier si aspettava l’attacco degli ultimi due giorni. Sapeva già di dover rovesciare la strategia sin qui seguita, anche se per forza più che per amore. Sperava e probabilmente ancora spera di limitare la portata dello strappo ma per altri versi la carica del toro Trump le ha dato una mano. Se divorzio aveva da essere meglio plateale che dimesso e mascherato agli occhi degli elettori.

La stessa premier che una settimana fa, in Parlamento, assicurava che niente sarebbe cambiato nella politica del governo aveva già iniziato la svolta a U sul fronte a cui si è dedicata da palazzo Chigi molto più che a qualunque altro, quello della politica estera. Del resto va sempre così nei partiti e nei sistemi dove non è previsto pacifico ricambio di chi guida: per quanto radicale possa essere un cambio di rotta va sempre presentato in armoniosa continuità con la linea precedente. Il capo o il partito non sbagliano mai. L’ammissione dell’errore non è contemplata. L’errore strategico di Giorgia è stato invece clamoroso e il fallimento è totale. Il miraggio di un rapporto privilegiato con il forsennato della Casa Bianca, a metà dell’oceano che separa gli Usa dalla Ue mantenendo però buoni rapporti con tutti e anzi facendo da ponte nei momenti di frizione si è rivelato appunto un sogno proibito. Perseguendolo Meloni ha ottenuto qualche parola carezzevole ma nessun vantaggio per il Paese “più vicino a Trump d’Europa”. In compenso ha pagato di persona il conto salato della vicinanza a leader detestati dalla sua stessa base elettorale come lo stesso Trump e, peggio, Bibi Netanyahu.

La correzione drastica di rotta degli ultimi giorni non è dunque estemporanea. Non è dovuta a episodi anche gravi ma circoscritti come le critiche a Leone o gli incidenti con la colonna italiana Unifil in Libano. La marcia di allontanamento era già in corso e del resto è impossibile credere che sia solo per coincidenza se nello stesso incontro con la stampa, tra i bicchieri colmi di Vinitaly, Meloni ha ripetuto le parolette per cui il presidentissimo s’era già imbufalito, “parole inaccettabili” e ha annunciato uno strappo con Israele che non aveva preso in considerazione neppure quando i morti, a Gaza, si contavano a decine di migliaia. Sull’Ucraina ieri ha confermato la linea di sempre: “Sostegno a 360 gradi” e sostegno all’iniziativa diplomatica ma nel “rispetto della sovranità territoriale di Kiev”. La linea von der Leyen-Kallas. Non è solo questione di affrancarsi dagli abbracci mortali dei due leader guerrafondai, anche se l’elemento pesa eccome e Meloni lo ha scoperto solo nelle urne referendarie.

C’è molto di più. In concreto, i sorrisi del presidente non hanno garantito e non garantirebbero in futuro alcun vantaggio all’Italia. Lascerebbero la vezzeggiata premier priva di riparo di fronte alla tempesta che sta montando e che potrebbe rivelarsi tremenda: recessione, inflazione, collasso di quei conti pubblici che per quattro anni Giorgetti il leghista aveva curato con la severità occhiuta di un sacerdote del rigore. Il solo aiuto può arrivare dall’arcigna Europa, che infatti per ora lo nega perché quando sente parlare di sospensione del Patto di Stabilità Bruxelles si chiude a riccio per riflesso condizionato. La partita non è chiusa ma per giocarla è necessario scrollarsi di dosso ogni sospetto di stare col rivale in quello che è già uno scontro frontale all’interno dell’ex blocco occidentale.

Ma soprattutto la premier ha capito che il radicalismo di destra che aveva sbandierato nel 2022, peraltro molto più posticcio che sostanziale, è una carta a cui proprio Trump ha tolto buona parte del valore. Sino a ieri in vantaggio oggi sa di dover quasi inseguire una Elly Schlein che negli ultimi mesi è molto cresciuta e lo ha dimostrato proprio con la solidarietà espressa alla premier mentre altri leader dell’opposizione la sfottevano per aver perso l’ex alto protettore. Nella prossima campagna elettorale Giorgia sa di dover mettere in campo un’altra tonalità di destra: quella se non proprio antitrumpiana almeno scevra da ogni letale commistione col trumpismo.

16 Aprile 2026

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