La sconfitta di Orban
In Ungheria la sconfitta di Orban e del sovranismo, Budapest sceglie l’Europa: è il campanello d’allarme della destra
Partecipazione altissima al voto (78 %) e l’opposizione conquista i due terzi dei seggi. Sta suonando un campanello di allarme per tutta la destra, dopo la sconfitta della Meloni in Italia
Esteri - di Roberto Morassut
In Ungheria finisce l’era Orban, un regime di venti anni, che ha ispirato e contribuito a rafforzare con il suo modello il sovranismo internazionale, sia in Europa che in America e che dalla rete sovranista internazionale è stato sostenuto fino all’ultimo giorno. Nello stesso tempo, Orban è stato il leader di un paese europeo che più di tutti ha lasciato aperti e consolidato i rapporti con la Russia di Putin diventandone quasi un’enclave all’interno dell’UE negli anni del crescente conflitto ucraino dal 2014 o oggi. Orban ha perso le elezioni in modo clamoroso, nel contesto di un voto record con il 77% della partecipazione al voto, con un forte apporto dei giovani, che per la maggior parte hanno votato per Magyar, con numeri che danno al partito vincente TISZA un mandato forte per aprire una nuova pagina nella storia dell’Ungheria.
L’Ungheria è un paese piccolo ma importante perché ha un’identità molto forte e molto autonoma nel contesto della “Slavia” dell’Europa orientale a sua volta molto differenziata al suo interno. È un paese orientale dal punto di vista geografico ma occidentale da un punto di vista culturale e storico anche se per occidentale non bisogna intendere un solido legame con l’idea liberale del potere e della politica che di fatto ha segnato poche pagine importanti per l’Ungheria. Tuttavia l’Ungheria è un paese strategico per l’Unione Europea ed il suo allontanamento, anche se non formale, ha costituito in questi anni una vera e propria spina nel fianco per Bruxelles ed ha ispirato un’idea di Europa come sommatoria di Stati legati da un massimo comun divisore commerciale ma privi di ogni minimo comune multiplo di tipo politico-istituzionale, economico, e militare.
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Orban è stato uno degli anelli di contatto tra Trump e Putin. Prestandosi ad usare il suo diritto di veto nell’Ue ha impedito il sostegno di 90 miliardi all’Ucraina per la difesa dalla Russia, ha ottenuto un “perdono” da Trump sui dazi commerciali imposti all’Europa e ha mantenuto aperti i rubinetti del gas russo. Nello stesso tempo ha visto congelarsi 20 miliardi di contributi UE a causa delle scelte internazionali e della condotta illiberale del suo governo in campo democratico, dei diritti civili, per la corruzione dilagante, della giustizia. Ha portato l’Ungheria in un vicolo cieco. L’economia ungherese è quella che cresce di meno nel contesto dei paesi della ex cortina di ferro, sono enormemente cresciute povertà e corruzione, il clima civile è diventato insopportabile e incompatibile in un’epoca di crescente spinta in tutto il mondo dei diritti civili e della persona. La sua sconfitta non ha però solo un valore nazionale ma internazionale perché coincide con il momento più critico della internazionale sovranista, della politica estera di Trump – che ha sostenuto Orban in modo smaccato nella campagna elettorale – e con la situazione di altri governi europei di destra, come quello italiano, reduce dalla pesante sconfitta sul referendum sulla giustizia.
Dopo anni di illusioni che hanno ubriacato l’elettorato di molti paesi con l’idea che “soli è meglio” e che l’Europa non è altro che una costruzione burocratica che limita le libertà nazionali in Europa e che in America è un ostacolo alla ripresa di una funzione di grande leadership mondiale e di riequilibrio commerciale tra le due sponde dell’Oceano Atlantico, comincia a farsi spazio l’idea che queste ricette sono peggiori della cura. È evidente che l’instabilità mondiale e l’escalation bellica provocata da Trump ed i toni catastrofici usati per giustificare le operazioni militari, il ritorno della influenza russa in alcuni paesi dell’Europa orientale come la stessa Ungheria, la distruzione del diritto internazionale ed i costi enormi che tutto questo comporta, stanno cambiando gli orientamenti di molte opinioni pubbliche.
Non va trascurato il ruolo dei giovani in questo processo. Sta andando al voto per la prima volta dovunque nel mondo quella generazione che sta pagando i prezzi delle pandemie e delle guerre, che rappresentano un peso, una limitazione delle libertà e che vuole riprendersi la parola, rompere gli schemi, che odia la corruzione come forma di ingiustizia e di spreco di risorse essenziali. La crescita della partecipazione elettorale dipende probabilmente anche da questo: ci sono in campo generazioni che ci credono, che credono nell’efficacia della partecipazione e non bisogna deluderle. Questo è il primo compito delle forze democratiche, di sinistra, europeiste e di quelle che in America si stanno battendo contro la presidenza di Donald Trump. In sostanza non è più vero, semmai lo fosse stato, che meno gente vota e meglio è per le sinistre perché il populismo ha diffuso talmente il suo verbo che è meglio che molta gente se ne stia a casa. Non è più vero o non è più completamente vero. Perché il quel popolo deluso e illuso al tempo stesso dalle parole d’ordine, nazionaliste, razziste e fasciste comincia a farsi spazio anche il senso dell’ingiustizia sociale e della paura per la guerra che non è identificata con la democrazia o la sinistra ma con la destra che ha dato e sta dando prove pessime di governo e che spesso si identifica con la corruzione.
In Ungheria, Magyar vince anche perché ha saputo rappresentare la lotta ad un regime corrotto ormai insopportabile. Il suo TISZA è il partito della “libertà e del rispetto” che ha raccolto un vasto sentimento nazionale e popolare. Magyar è un uomo di destra moderata, un europeista molto accorto e avrà problemi ad uscire subito dai lucchetti costituzionali e internazionali con i quali Orban ha inferrettato la posizione dell’Ungheria. In particolare, per quello che riguarda la situazione delle forniture energetiche dalla Russia. L’Europa non può garantirgli un ‘alternativa da questo punto di vista ma può sbloccargli una massa importante di risorse finanziarie per risollevare l’economia. Vedremo con quale abilità e soprattutto con quali tempi riuscirà a trovare nuovi equilibri. Certamente la vicenda ungherese suona come un ulteriore rintocco di allarme per il governo Meloni. Restare agganciati al treno di Trump, abbandonarsi ai peggiori difetti degenerativi della destra estrema quando giunge al potere per usarlo e consumarlo “pro domo sua”, continuare a coltivare un euroscetticismo ideologico vuol dire finire nel burrone. Sono in campo nuovi fermenti e nuovi sentimenti. La paura e l’ingiustizia sociale stanno salendo di scala e molti popoli chiedono una svolta. Questa è la grande domanda da interpretare e tradurre in politica per le sinistre europee e mondiali, per un socialismo europeo che sappia costruire una sua rete di valori e di obiettivi. Ed è la grande minaccia che può decretare la fine del sovranismo mondiale oppure, in assenza di alternative, rilanciarlo in forme ancor più terribili e rischiose per il Mondo intero.