L'Occidente

Quali sono stati gli errori degli Usa in Medio Oriente

Per il mondo arabo, in particolare per l'Iran, è il Grande Satana. Con i paesi sunniti, Washington ha ottimi rapporti. La parabola dell'America: gli accordi di Oslo e di Camp David, i disastri in Iraq e Afghanistan, la famosa 'linea rossa' in Siria, l'Isis, il flop del piano nucleare iraniano, il disimpegno verso un maggiore attivismo nel Pacifico e gli Accordi di Abramo. Eppure il vecchio e stanco Zio Sam è l'unico, ancora oggi, a muoversi per Israele e la soluzione dei due Stati. In attesa di un'Europa incompiuta e dormiente

Editoriali - di Andrea Aversa - 22 Novembre 2023

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Quali sono stati gli errori degli Usa in Medio Oriente

Lo Zio Sam non è solo vecchio, è anche stanco. Gli Stati Uniti stanno giocando il ruolo di baluardo delle democrazie per inerzia. Perché gli altri attori occidentali sullo scacchiere geopolitico non riescono a farlo. Il riferimento è all’Europa. Un’unione incompiuta e incapace di avere un’influenza forte e decisiva sullo scenario internazionale. Dove sarebbero necessarie difesa e politica estera comuni, per fronteggiare le sfide della modernità, il Vecchio Continente è sempre diviso e vittima degli interessi nazionali dei paesi membri. E questo è anche una conseguenza della volontà di Washington che preferisce un’Europa ‘vassalla’ e fedele alla Nato piuttosto che autonoma e indipendente, nonostante l’imprescindibile asse atlantico che le unisce.

Usa-Israele: la guerra

Così, dopo essere andati via dall’Afghanistan con la coda tra le gambe e aver puntato tutto sull’indopacifico (già dai tempi di Barack Obama) per sfidare la Cina, ecco scoppiare due conflitti: l’invasione russa dell’Ucraina che ha riportato l’orologio ai tempi della Guerra Fredda, e il pogrom di Hamas contro Israele che ha scatenato la violenta reazione israeliana su Gaza. L’Est Europa e il Medio Oriente sono tornati ad essere una polveriera (senza considerare le guerre regionali, come quelle nei Balcani – con le tensioni tra Serbia e Kosovo – in Siria, in Iraq e nello Yemen). Da un punto di vista geografico il problema è europeo. Paesi ai confini dell’Europa sono a rischio conflitto, con molti stati dell’Africa instabili e preda di continui colpi di stato. E Bruxelles ancora fa fatica a capire che se il potere passa da Berlino, Madrid, Parigi e Roma, il futuro è nelle mani dei giovani africani e di quelli che vivono a Budapest, Praga e Varsavia. La cecità e l’immobilismo del Vecchio Continente hanno costretto ancora una volta gli Usa a intervenire.

Usa-Israele: la Palestina

Ma a Washington i fallimenti del passato e le paure del futuro si fanno sentire. Il disastro compiuto in Iraq che ha consegnato Baghdad Teheran (e dato vita all’Isis), l’aver assecondato lo sterminio compiuto in Siria dalla coppia Assad-Putin che ha rimesso in gioco Mosca e rafforzato l’Iran nella regione, il braccio teso di Obama ad Ali Khamenei con il flop del piano sul nucleare (rigettato da Donald Trump), le elezioni alle porte che potrebbero riportare nello Studio Ovale alla Casa Bianca The Donald. Gli Stati Uniti avrebbero fatto a volentieri a meno di essere coinvolti in due guerre che sottraggono risorse economiche, tecnologiche e militari alla versa sfida in corso dell’America: quella con Pechino. E la Cina ringrazia, rafforza la Via della Seta, procede con il suo espansionismo in Africa (neo colonialismo e imperialismo 2.0), salda le alleanze con regimi come la Russia e la Repubblica Islamica, guida il collettivo dei Brics che includerà presto anche gli Ayatollah e l’Arabia Saudita.

Usa-Israele: l’Iran

L’Europa, Israele e gli Usa: democrazie stanche e ferite, opposte a uno schieramento di stati autoritari e dittatoriali che sono invece in crescita. Eppure le normalizzazioni tra l’Occidente e il mondo arabo erano in corso e in via di definizione. La guerra Israele-Hamas li ha rallentati e temporaneamente bloccati, facendo inevitabilmente riemergere la questione israelo-palestinese. Proprio su questo tema, è sempre lo Zio Sam a mediare, proporre soluzioni di pace e ad essere detentore dei due più grandi accordi, purtroppo saltati: quelli di Oslo e Camp David. Memorabile e ormai lontano, il momento della stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. Oggi alla guida dello Stato Ebraico c’è Benjamin Netanyahu, premier israeliano più longevo di sempre, oggi in declino e capace di far arrabbiare l’alleato storico di Gerusalemme: gli Stati Uniti, appunto. Mentre dall’altra parte la leadership palestinese e in mano a gruppi terroristici come Hamas e la Jihad Islamica.

Le basi e gli alleati Usa in Medio Oriente

Tuttavia a muoversi per le trattative che in queste ore consentiranno una tregua della guerra a Gaza e la liberazione di decine di ostaggi, sono sempre gli Stati Uniti. Continui i contatti con l’Egitto e il Qatar. Dov’è la diplomazia europea? Bho, nessuno lo sa. Quindi, per evitare che l’Iran, la Cina e la Russia, espandano la loro influenza in Medio Oriente, Washington è stata costretta a intervenire e a vestire di nuovo il ruolo di gendarme della democrazia. Piaccia o no è così. E vi è anche una convenienza strategica: gli Usa hanno nella regione solide alleanze e proprie basi militari da proteggere. Avamposti americani in un’area che è tornata ad essere una polveriera. E a dare prospettive future, anche ai palestinesi, è sempre lui: lo Zio Sam (gli stati arabi sembrano molto disinteressati). Diamo a lui tutte le colpe, è una normalità per molti occidentali (a causa la radicata cultura anti-americana, anti-israeliana e anti-occidentale), ma riconosciamogli anche un merito: se non si muovesse Washington non lo farebbe nessuno.

22 Novembre 2023

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