La responsabile nazionale scuola nella segreteria Dem

“Dalla Rai a Venezia, dal governo nessuna visione ma solo poltrone: è la loro idea di cultura”, parla Irene Manzi

«Quel che accade alla Biennale è molto grave e compromette la credibilità del nostro paese. Ciò che abbiamo visto in questi anni, dalla Rai ai musei, da Cinecittà alle fondazioni liriche, non è stato il tentativo di costruire un’egemonia culturale. È stato dominio senza progetto. Lo stesso caso Venezi lo dimostra plasticamente»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

6 Maggio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Irene Manzi, capogruppo Pd in Commissione cultura alla Camera e responsabile nazionale scuola nella segreteria Dem, partiamo dal fatto più clamoroso: la giuria internazionale della Biennale di Venezia si è dimessa in blocco a nove giorni dall’inaugurazione del 9 maggio. Una scena senza precedenti. Cosa rappresenta, sul piano politico e culturale, quello che sta accadendo?
È qualcosa di molto grave che compromette immagine e credibilità del nostro Paese. La giuria internazionale di una delle esposizioni d’arte più importanti al mondo si dimette in blocco pochi giorni prima dell’apertura. Salta la cerimonia inaugurale. I Leoni d’oro vengono affidati al voto popolare. È una scena che non ha precedenti nella storia di questa istituzione e la storia della Biennale conta oltre un secolo. Quel che è accaduto è la somma di una serie di scelte sbagliate accumulatesi l’una sull’altra: la riapertura del padiglione russo fortemente voluta da Buttafuoco- il presidente che questo governo aveva scelto e difeso- gli ispettori mandati dal ministro Giuli a Ca’ Giustinian pochi giorni dall’apertura e infine le dimissioni della giuria. Meloni, in conferenza stampa, ha detto di essersi “leggermente persa” sulle dinamiche. È un’ammissione che vale più di molte analisi. Stiamo parlando di uno dei principali eventi culturali mondiali non della sagra di un paese. Questo governo ha perso il controllo di una situazione che aveva contribuito a generare. È una situazione che impone chiarezza e assunzione di responsabilità, a partire dal ministro Giuli, che non può continuare a limitarsi a prese di distanza formali o a scaricare su altri il peso di scelte che – pur nell’indipendenza dell’istituzione culturale- riguardano direttamente le scelte di politica estera dell’Italia. Quello che resta è un’immagine di caos, fragilità ed improvvisazione che lede credibilità e autorevolezza di una delle nostre istituzioni culturali più prestigiose. Del resto è lo stesso sottosegretario Fazzolari che ha definito questa incresciosa vicenda “un inutile pastrocchio”.

Insomma, altro che egemonia culturale, la destra ha fatto solo pasticci…
Quello che abbiamo visto in questi quasi quattro anni, dalla Rai ai musei, da Cinecittà alle fondazioni liriche, non è stato il tentativo di costruire un’egemonia culturale nel senso autentico del termine. È stato dominio senza progetto. Occupazione di poltrone senza visione. Lo stesso caso Venezi lo dimostra plasticamente: prima si trasforma una direttrice d’orchestra in bandiera ideologica, la si porta ad Atreju, la si nomina consigliera per la Musica con Sangiuliano, la si nomina direttrice musicale alla Fenice- con la benedizione politica di Fdi- senza l’esperienza artistica necessaria e la si difende a spada tratta per mesi e infine la si scarica quando diventa un problema elettorale. È la mappa esatta di come questo governo intende la cultura: spesso uno spazio da occupare senza reale e concreta progettualità.

Tutti i commentatori più attenti convergono su un punto: anche a destra c’è chi riconosce il fallimento. Come lo legge?
Lo leggo come una conferma di qualcosa che noi abbiamo denunciato fin dal primo giorno. L’assenza di una efficace politica culturale da parte di questo governo. Un solo decreto legge adottato in quasi quattro anni, misure- come il tax credit- che andavano migliorate ed adeguate e che, invece, sono state semplicemente smontate con furia ideologica. Per non parlare delle misure a sostegno dei consumi culturali, come 18app, prima eliminate e poi in parte recuperate per l’inefficacia dei nuovi strumenti adottati. Il professor Andrea Minuz, autore di un saggio recente intitolato significativamente Egemonia senza cultura, ha spiegato che l’egemonia si orchestra prima di prendere il potere, non dopo mentre, nonostante i proclami, questa destra ha confuso l’egemonia con la necessità di piantare bandierine, nominare amici, usare la cultura come palinsesto. C’è una differenza enorme tra egemonia culturale, che è un processo lungo, che si costruisce attraverso idee, narrazione, visione del mondo e che Gramsci concepiva come capace di conquistare consenso prima ancora del potere, e quello che abbiamo visto: la moltiplicazione frenetica di nomine nelle istituzioni culturali, nei consigli di amministrazione dei musei, nelle direzioni dei teatri, in Rai. Figure legate alla politica locale, all’amicizia di corrente, alla fedeltà di partito. Esattamente il contrario dell’egemonia definita da Gramsci: la cultura come base per essere maggioranza, come precondizione dell’andare al potere e soprattutto del poter incidere efficacemente. Loro invece hanno provato una volta preso il potere ad occuparlo, con scarsi risultati culturali, ma danni ingenti.

La cultura come argine all’odio: è ancora possibile? Viviamo in un mondo dove i nazionalismi tornano, le guerre si moltiplicano, le piattaforme digitali amplificano l’ostilità. Cosa può fare la cultura, la scuola in particolare, per non soccombere a questa “intercultura dell’odio”?
È la domanda più importante. La risposta onesta e non consolatoria è che la cultura non può fare miracoli. Ma fa qualcosa di essenziale che nessun altro strumento può fare: impedisce che ci si abitui all’inumanità. Mantiene viva la capacità di riconoscere l’altro come persona, non come un nemico. È il vaccino più lungo e più lento, ma anche il più duraturo, contro la disumanizzazione. La scuola è il presidio di questa resistenza. Io mi sono battuta per anni per un’educazione alla cittadinanza reale, per l’educazione affettiva e interculturale, per un’azione concreta contro la povertà culturale. I ragazzi che incontrano la letteratura, il teatro, la musica, il cinema d’autore imparano a stare nella complessità, imparano che il mondo non si divide in noi e loro, che le storie degli altri ci appartengono.
Invece questo governo ha costruito un’idea di scuola fondata sull’ordine e sul sovranismo, sul teorema per cui “solo l’Occidente conosce la storia”, puntando a dividere più che ad unire i componenti della comunità scolastica. Una scuola che guarda al passato mentre i giovani cercano strumenti per capire sé stessi e le proprie relazioni. È il contrario di quel che servirebbe in un momento in cui fuori dalla scuola il mondo è attraversato da conflitti, dalla guerra in Ucraina alle crisi mediorientali, e le piattaforme social amplificano ogni forma di risentimento e odio. La scuola dovrebbe essere un luogo dove si impara a non avere paura della complessità e si rifuggono le semplificazioni.

Arriviamo all’ennesimo decreto sicurezza: metal detector nelle scuole, daspo urbano esteso ai minori, sanzioni alle famiglie, arresto in flagranza differita. Lei lo ha definito “una scorciatoia politica che non affronta le cause reali del problema”. Cosa manca davvero a questo provvedimento?
Manca quasi tutto ciò che serve. E questa non è un’esagerazione: è la conclusione che si ricava leggendo i dati che non ci offrono solo risposte numeriche, ci dicono cosa i giovani sentono come assente. C’è un problema educativo e di disagio e sofferenza nelle generazioni più giovani nel nostro Paese che richiede investimenti e azioni preventive che, invece, scompaiono completamente dal campo di azione di questo governo. Sto parlando di ascolto, supporto psicologico, educazione alla gestione delle emozioni, spazi per capire le relazioni. Luoghi e spazi di incontro e confronto. Non solo metal detector e daspo. Ma strategia educativa. Questo governo ha iniziato col decreto Rave party, è andato avanti col decreto Caivano, poi con il terzo decreto sicurezza, e ora è qui con un nuovo strumento repressivo. Se anche uno solo di questi decreti avesse funzionato, non staremmo ancora qui a parlarne. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: carceri sempre più affollate, meno diritti e adolescenti che continuano a cercare risposta ai loro malesseri in luoghi che lo Stato non presidia. Punire può essere necessario in alcuni casi, ma punire da solo non basta. E non può diventare l’unico orizzonte di chi governa. Si preferisce la sorveglianza alla relazione. La microcriminalità giovanile e il disagio adolescenziale non nascono nel vuoto: nascono dalle fragilità sociali, educative e relazionali che si accumulano nel tempo. Intervenire solo sugli effetti significa non voler vedere le cause.

Il 24 maggio si vota in quasi 900 comuni, con 15 capoluoghi. È il primo appuntamento elettorale dopo la débâcle del referendum sulla separazione delle carriere. Schlein ha detto che l’alternativa si costruisce adesso.
Le prossime amministrative saranno un test importante. Sono il primo banco di prova dopo la grande vittoria referendaria e l’occasione per dimostrare che il centrosinistra unito, con programmi chiari e candidature autorevoli e radicate, offre un’alternativa credibile e apprezzata perché sa rispondere ai bisogni concreti delle persone. In questi quattro anni la maggioranza ha avuto i numeri per fare tutto e non ha fatto nulla. È andata in scena una grande narrazione securitaria, identitaria e sovranista, che non ha prodotto politiche reali. Il bilancio concreto, quello che vive ogni giorno chi lavora, studia o cerca di curarsi, è fatto di numeri che non mentono: a scuola meno docenti, istituti accorpati, meno classi, meno opportunità. Nella sanità: la spesa sul PIL che scende, le liste d’attesa che si allungano, le case di comunità che non si costruiscono perché manca il personale. Nel lavoro nessun intervento per quello sottopagato o per migliorare il potere d’acquisto delle famiglie che sono sempre più in sofferenza. Ma non basta dire che questa destra ha fallito. Bisogna mostrare cosa faremmo di diverso: più investimenti in scuola, lavoro e sanità, un Paese che scommette sui giovani e offre loro le opportunità per costruire il proprio futuro, una cultura concepita come bene comune da coltivare e non come spazio da occupare. Quello è il terreno su cui si vince.

6 Maggio 2026

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