Il dramma sovraffollamento
Carceri fuorilegge, una ferita costituzionale
Il numero di detenuti oggi è superiore a quello che portò alla sentenza Torreggiani, il numero dei suicidi non accenna a diminuire. Ma la situazione detentiva nel nostro Paese non è straordinariamente grave, è sistematicamente illegale.
Giustizia - di Marco Perduca
Il sito sovraffollamentocarcerario.it, del ricercatore indipendente Marco Della Stella, segnala che al 10 maggio 2026 nelle carceri italiane erano ristrette 64.547 persone. A fronte della cosiddetta “capienza regolamentare” di 51.269 posti, solo 46.339 erano effettivamente disponibili; questa discrasia tra realtà dei fatti e cifre burocratiche fa sì che il sovraffollamento medio sia del 139,29%. Il sito segnala inoltre che in 74 istituti il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, cioè tre persone per ogni due posti disponibili, con il picco del 229% a Lucca. Qualche giorno fa, il Direttore Sansonetti ha lanciato dalle pagine de l’Unità una preghiera laica al presidente della Repubblica affinché firmi 1000, se non 2000, provvedimenti di grazia, auspicando, al contempo, che in Parlamento si trovi un accordo tra “garantisti” di centro, destra e sinistra su un indulto o “indultino” che possa affrontare la grave situazione di sovraffollamento. Nell’invidiare l’ottimismo di Sansonetti, ricordo che la situazione detentiva in Italia non è straordinariamente grave, è sistematicamente illegale. Da decenni, la Repubblica italiana è tanto in patente violazione della propria legalità costituzionale, ben chiarita dall’articolo 27 della sua Carta fondativa, quanto dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani. Quando nel gennaio del 2013 la Corte europea dei diritti umani ha adottato la famigerata Sentenza Torreggiani, che oltre a svergognare l’Italia a livello continentale la mise sotto osservazione perché “delinquente abituale”, le persone detenute erano meno di quante ne siano ristrette oggi. Eppure niente si muove.
Quella messa in mora istituzionale non fece scaturire alcun provvedimento che migliorasse strutturalmente la qualità della detenzione in Italia, anzi, se da una parte partì la gara a chi denunciava più sguaiatamente lo “svuotamento delle carceri”, dall’altra iniziò il ridicolo, per non dire offensivo, calcolo dei tre metri quadrati da mettere a disposizione di ciascuna persona all’interno delle celle. Il tutto fu condito da una sequela di annunci di piani carceri per affrontare le necessarie migliorie da “mettere a terra” relativamente ad aerazione, riscaldamento e raffreddamento dei locali, servizi igienici o docce in cella, spazi per la socialità, spazi per l’affettività, attività di istruzione, formazione professionale e lavoro o il salutare “passeggio”. La Consulta inviò i suoi membri in giro per le carceri, ma niente di quanto annunciato è mai stato inaugurato, o se lo è stato, non è servito ad allentare in alcun modo la pressione psico-fisica da sovraffollamento. Neanche il più volte annunciato progetto di legge per la detenzione alternativa è mai arrivato. Se non bastasse, e in effetti in Italia il fondo pare non arrivare mai, a fronte di questa inazione, negli ultimi anni sono state create nuove fattispecie di reato, indurite pene, introdotte aggravanti che hanno riattivato i nefasti combinati disposti che da 20 anni sono i maggiori responsabili di oltre un terzo delle detenzioni e che trovano la loro “fonte di cognizione” nella legge contro le droghe. Certo 1000, o meglio 2000, grazie sarebbero un segnale forte, anzi, fattivo, che il Capo dello Stato potrebbe (dovrebbe?) dare alla Repubblica italiana della cui Costituzione è supremo garante, ma, pur aiutando qualche esistenza, non intaccherebbero il problema alla radice. Se per ora, il Presidente Mattarella ha firmato (forse) una decina di “grazie umanitarie”, cioè provvedimenti che vanno incontro a “straordinarie esigenze di natura umanitaria” e giustizia sostanziale, i tempi sono abbondantemente maturi anche per delle “grazie sanitarie”.
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Nei mesi scorsi, l’Associazione Luca Coscioni ha diffidato le 102 ASL competenti per la salute nei 190 istituti di pena intimando loro di effettuare le (almeno) due visite ispettive annuali previste dall’ordinamento penitenziario; a fronte della risposta di solo 60 Aziende sanitarie, con un accesso agli atti ha poi ottenuto le relazioni dei sopralluoghi registrando situazioni radicalmente diverse da istituto a istituto con la grave costante della lentezza con cui le autorità preposte a corrispondere a quanto segnalato o richiesto reagivano alle sollecitazioni – spesso di mera manutenzione ordinaria… Quante sono le persone detenute in gravissime condizioni di salute? Quante con malattie incurabili o in fin di vita? Quante potrebbero accedere alla morte medicalmente assistita perché in condizioni psico-fisiche simili a quelle di Fabiano Antoniani, che nel 2019 hanno portato la Corte Costituzionale ad adottare la “sentenza Marco Cappato”? Quante persone hanno una situazione di salute mentale che non tollera la detenzione, che magari diventa contenzione? Quanto personale sanitario è a disposizione di queste 64.547 persone detenute? Quando si parla di salute in carcere, senza ricordarsi che si tratta di un diritto costituzionalmente garantito, si ricordano (quasi automaticamente) solo i cosiddetti “tossicodipendenti”, citando cifre che hanno a che fare più con la burocrazia sanitaria che con le reali condizioni dei singoli. Visto che si tratta del 20% della popolazione carceraria, si ritiene che la miglior risposta a questa loro significativa presenza sia creare strutture detentive ad hoc, senza mai ricordare che esistono norme per istituti a custodia attenuata per persone con problemi di dipendenze simili a quelle per le detenute madri. E invece no, oltre a non far nulla per le detenute madri, anzi se possibile si allunga la convivenza in carcere della prole, si farnetica di comunità di lavoro (forzato) per far ritrovare la retta via a chi l’ha smarrita nel buio del tunnel della droga. Il lavoro obbligatorio è ormai una risposta integrata in tutte le proposte di centro, destra e sinistra.
In tutto questo, a fronte di valenti garanti a livello locale e regionale, che quotidianamente non mancano di denunciare la disfunzionalità del sistema o la gravità di singoli casi, il collegio responsabile di monitorare le condizioni in cui vivono le persone private di libertà si rianima giusto per le commemorazioni di rito. A proposito di commemorazioni, alla vigilia di quelle che verranno dedicate a Marco Pannella nei prossimi giorni, ricordo che nell’estate del 2012, in onore all’articolo 62 della Costituzione per cui «Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti», la delegazione Radicale nel gruppo del PD ottenne la (auto)convocazione straordinaria del Senato per discutere di “depenalizzazione, decarcerizzazione, amnistia e indulto”. Era la seconda volta che ciò avveniva – la prima, sempre su iniziativa radicale, era avvenuta 30 anni prima per discutere di “sterminio per fame nel mondo”. Quella richiesta, prime firme Emma Bonino, Donatella Poretti e chi scrive, fu fatta propria da altre 143 senatrici e senatori. Si risolse con un (poco o) nulla di fatto ma si inserì nel crescente confronto pubblico e politico tra Pannella e l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Di lì a poco la XVI Legislatura finì e i Radicali, non senza malumori interni, si presentarono alle elezioni del febbraio 2013 con la lista “Amnistia, Giustizia e Libertà” che raggiunse le firme necessarie per presentarsi neanche in metà delle circoscrizioni. L’8 ottobre di quell’anno, il Presidente Napolitano inviò un messaggio alle Camere incentrato sulla questione carceraria. Nel momento in cui il numero di presenze è superiore a quello che portò alla Sentenza Torreggiani, che il numero di suicidi in carcere non accenna a diminuire, che le promesse norme per la detenzione alternativa o la costruzioni di fantomatici moduli prefabbricati per aumentare la capienza sono di là da venire, cosa osta una convocazione straordinaria del Parlamento o un messaggio formale del Capo dello Stato su questa patente e protratta ferita alla legalità costituzionale?
*Associazione Luca Coscioni