Dopo le amministrative in Gran Bretagna

“La fine di Starmer è anche quella del bipartitismo britannico: la virata a destra del Labour legittima Farage”, parla Sassoon

«Nella disfatta dei laburisti c’è anche una questione strutturale. Negli anni 50 Labour e Tory avevano più dell’80% dei voti, in queste ultime elezioni hanno insieme il 34%. In corsa ci sono 5 partiti, ma la crisi delle forze tradizionali riguarda tutta l’Europa occidentale»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

12 Maggio 2026 alle 09:00

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“La fine di Starmer è anche quella del bipartitismo britannico: la virata a destra del Labour legittima Farage”, parla Sassoon

Il voto nelle amministrative in Gran Bretagna è molto di più della disfatta di un Primo ministro e del tracollo del suo partito, il Labour. È una crisi di sistema che va ben oltre la contingenza del momento. È il filo conduttore dell’intervista concessa a L’Unità da uno dei più autorevoli storici inglesi e della sinistra europea: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric J. Hobsbawm, professore emerito di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, autore di numerosi libri di successo.

Il voto nelle amministrative in Gran Bretagna è “solo” nella disfatta personale del premier Keir Starmer e nel tracollo del Labour Party?
C’è tutto questo ma molto altro e di ancor più strutturale e profondo…

Vale a dire?
La possibile fine del sistema bipartitico. Il sistema bipartitico sopravvive, sopravvive perché il sistema elettorale britannico è fatto in un certo modo. Tradizionalmente i partiti erano due, il Labour e i conservatori, e se non piacevano né l’uno né l’altro, si votava per il partito di centro, cioè i liberali.
E qui sarebbe il caso di fare una digressione storica, che poi è quella per la quale mi sento più a mio agio. Posso?

Siamo qui per questo, professor Sassoon.
Se torniamo indietro nel tempo, agli anni ’50, i due partiti insieme, Labour e Tory, avevano più dell’80% dei voti. In queste ultime elezioni, insieme hanno il 34%. Il primo partito, nel Regno Unito, in questo momento, se il voto nelle amministrative si conferma alle politiche, è Reform con il 26%. Poi abbiamo i Verdi con il 18%. Laburisti, conservatori, liberali si attestano tutti attorno al 17-16%.
Tutto ciò dà conto che non c’è stata solo una enorme sconfitta per Starmer, ormai si scommette se riuscirà o no ad arrivare alla fine dell’anno. Il suo unico vantaggio è che quelli che potrebbero sostituirlo non sono un granché neanche loro. Il candidato più ovvio sarebbe Andy Burnham, sindaco della Grande Manchester. Il fatto è che non può candidarsi a leader del Labour party a meno che non si dimetta da sindaco e si trovi una circoscrizione in cui essere eletto. Questo perché il leader del Labour party per statuto deve essere in Parlamento. C’è questo ostacolo, non insuperabile, ma esiste. Poi c’è il fatto, allargando il giro di orizzonte, che Reform di Nigel Farage ha sì vinto, nel senso che è andato avanti più di tutti gli altri partiti, ma ha comunque solo il 26% a livello nazionale. I Verdi, che si sono spostati molto a sinistra, facendo proprie posizioni che aveva l’ex leader del Labour, Corbyn, sono andati avanti, non come si pensava ma comunque hanno scalato posizioni. Dunque, abbiamo un sistema in cui ci sono cinque partiti a gareggiare, invece di averne i soliti due. In questo, va detto, la Gran Bretagna non rappresenta una eccezione.

Nel senso?
Beh, questo è un fenomeno che investe anche altri Paesi in Europa. Nel senso che si manifestano forme di ostilità nei confronti dei partiti tradizionali. In Italia era già cominciato con Tangentopoli, Berlusconi etc. L’Italia che aveva i partiti più stabili d’Europa, la Dc, il Pci e altri ancora, ha visto nascere o crescere nuovi partiti e questo ha portato a una certa instabilità politica. In Francia, i gollisti sono quasi spariti, e lo stesso dicasi per i socialisti tradizionali. En march, il partito di Macron è destinato, secondo tutti i rilevamenti, a sparire alle prossime elezioni. E come “nuovo”, grande partito abbiamo il Front National di Marine Le Pen e del giovane e ambizioso Jordan Sbardella. In Germania, i due partiti principali, la Spd e la Cdu-Csu, insieme avevano in passato sul 70% dei consensi elettorali, adesso sono crollati tutti e due, soprattutto i socialdemocratici che sono attorno al 20%, ed è sempre più in crescita il partito di estrema destra AfD. In poche parole, l’Europa occidentale, politicamente parlando, è in crisi. Una crisi politica e sistemica. I suoi partiti sono in crisi. Se guardiamo poi all’Europa orientale, peggio mi sento. Se qualcuno poteva pensare che il crollo del comunismo sovietico avrebbe portato alla crescita di un partito socialdemocratico, quel qualcuno ha avuto modo di ricredersi amaramente. In tutti gli Stati dell’Est Europa, la lotta è tra un partito di centrodestra e un partito di destra. La sinistra non esiste o è relegata a un ruolo marginale. Allegria…

Per tornare alla Gran Bretagna, soffermandoci sul tracollo dei laburisti. Quali sono a suo avviso le ragioni di fondo di questa disfatta, aldilà della debolezza del suo leader?
La ragione fondamentale è che il Labour ha dimostrato di non avere una visione, una politica per risolvere i problemi del Paese. Che non è tanto l’immigrazione, come continua a sostenere Reform, ma soprattutto il problema della casa e quello del rincaro del costo della vita. Su questi due fronti, Starmer ha dimostrato di non sapere fare nulla. Questa, secondo me, è la causa principale del suo tracollo.
Neanche gli altri partiti hanno soluzioni, però non sono al potere, e dunque chi soffre delle conseguenze di questo profondo, massivo malessere sociale, è principalmente il Labour Party, nella sua incapacità a mettere un freno all’incremento del costo della vita e all’aumento del costo della casa, che soprattutto a Londra è diventato assolutamente insostenibile.

Una certa politologia italiana è ammaliata dall’idea che si vince conquistando il centro, mostrando da parte della sinistra un profilo più moderato…
È vero il contrario. Starmer, quando ha visto che i consensi per la destra di Farage crescevano, si è spostato sempre più a destra, verso il centro, e ha lasciato un grande spazio per i Verdi che si sono buttati a sinistra con buoni riscontri elettorali. Questo spostamento a destra non ha giovato perché andando a destra, il Labour Party ha finito per conferire legittimità Reform. Le cose che sembravano razziste nella visione, negli slogan, nelle proposte di Reform sono apparse normali. Starmer le ha sdoganate. Prendiamo l’immigrazione. Non c’è un partito in Gran Bretagna, tranne i Verdi, che spiega che senza l’immigrazione il Paese starebbe peggio. Il nostro servizio sanitario dipende enormemente dal flusso di medici e infermieri stranieri. E lo stesso vale per il nostro sistema scolastico. Che le nostre università sono ancora importanti a livello mondiale appunto perché abbiamo tanti docenti stranieri. Senza contare che se uno chiama un idraulico, sarà senz’altro polacco o dell’Europa dell’Est. Il fatto che abbiamo avuto un grande flusso di immigrazione ha portato benefici al Paese nel suo complesso. Più in generale, il governo ha finito per inseguire l’agenda della destra, su temi molto avvertiti dall’elettorato definibile come progressista. Penso, solo per fare alcuni esempi, al taglio al sussidio per il riscaldamento invernale, oltre che l’approccio all’immigrazione e la posizione su Israele e Palestina.

A proposito di quest’ultimo tema. In Inghilterra ci sono state grandi manifestazioni contro il genocidio a Gaza. Starmer non ha intercettato questo grido di protesta.
È così. Non l’ha intercettato minimamente. Starmer all’inizio era completamente schierato con Israele. Ha cominciato a spostarsi quando la guerra in Iran, poco popolare in Gran Bretagna come all’estero, ha fatto sì che lui si allineasse con gli altri Stati dell’Europa, non sostenendo gli Stati Uniti e rifiutandosi di mandare truppe, il che sarebbe stato un errore pazzesco, Qui è ancora aperta e sanguinante la ferita dell’Iraq e del disastro combinato da Tony Blair. La popolarità di Israele è scesa enormemente in Gran Bretagna, come nel resto dell’Europa e negli stessi Stati Uniti, dopo i fatti di Gaza e ancora di più con l’attacco contro l’Iran e il Libano. In ultima analisi, possiamo dire che la politica di Starmer, dopo l’uscita dall’Europa, è stata quella di allinearsi con gli Stati Uniti, quando poi ha visto che Trump non era, per essere generosi, il più abile tra i presidenti degli Stati Uniti, si è spostato verso l’Europa, ma un po’ tardi, a tempo quasi scaduto almeno per lui. E in politica i tempi sono fondamentali.

In questo scenario di un mondo in disordine, un mondo-Far West, dove il diritto internazionale è diventato carta straccia, dove le diseguaglianze crescono esponenzialmente, c’è ancora uno spazio di vita per una sinistra non nostalgica ma nemmeno appiattita sul pensiono unico liberista?
Per rimanere al caso britannico, l’unico partito che ha mostrato una visione alternativa è stato quello dei Verdi e del loro nuovo leader Zack Polanski. I Verdi, fino a due-tre anni fa, erano soprattutto ecologisti, un profilo importante ma non sufficiente per sfondare elettoralmente. Polanski è riuscito a dare ai Verdi la fisionomia di un partito a 360 gradi, che interviene e agisce su tutte le grandi questioni sociali e di politica interna e internazionale. Ovviamente non potrà avere la maggioranza. E dunque c’è la forte possibilità che alle prossime elezioni parlamentari, che sono tra due anni se non verranno anticipate, di avere quello che noi chiamiamo l’ “Hung Parliament”, il “Parlamento sospeso”, dove nessuno ha la maggioranza. Con un “Hung Parliament”, per governare il Paese bisognerebbe dar vita a una coalizione, cosa abbastanza rara in Gran Bretagna, l’ultima è stata quella tra i conservatori e i liberali con Theresa May una decina di anni fa. E quella non è stata una grande esperienza per i liberali, perché poi hanno pagato il prezzo elettorale della scelta fatta, essendo visti come responsabili o corresponsabili della politica di austerità dei conservatori. Un governo di coalizione forse non potrà risolvere i problemi e dunque ci potrebbero essere altre elezioni. Per cambiare il sistema elettorale britannico occorrono almeno due elezioni in cui nessuno ha la maggioranza. Perché se uno ha la maggioranza, anche con una percentuale bassa di voti, come il governo di oggi, perché Starmer ha conquistato una maggioranza enorme in Parlamento con il 34-35% dei voti, chi vince con questo sistema elettorale non lo cambia. Ma se il sistema elettorale in vigore non dà più maggioranze, allora forse c’è una possibilità che cambi e diventi un sistema più vicino a quello italiano, che non garantirebbe la stabilità politica ma porrebbe il tema del peso della rappresentatività in una logica di coalizione e di alleanze.

12 Maggio 2026

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