Le elezioni britanniche
Perché le comunali britanniche sono la Waterloo di Starmer, il boom della destra trumpiana di Farage
La destra di Reform UK raccoglie un terzo dei voti e centinaia di seggi. Il Labour in picchiata: perso il 60% dei rappresentanti rispetto al 2022
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
La “Waterloo di Keir” si è consumata nelle urne. Pesantissima batosta per il Partito laburista del premier Keir Starmer e boom della destra trumpiana di Reform Uk di Nigel Farage, nelle elezioni locali britanniche, secondo i primi dati parziali dello spoglio di un terzo dei 136 consigli locali in lizza in Inghilterra, in attesa dei risultati su Scozia e Galles. Il Labour vede dimezzati i consiglieri che aveva e risulta superato come primo partito da Reform. Male anche i Conservatori, mentre guadagnano seggi – seppure più marginalmente rispetto a Farage – sia i centristi Liberaldemocratici, sia i Verdi del cosiddetto “ecopopulista” Zack Polanski (sinistra radicale).
I Verdi di Zack Polanski hanno conquistato il municipio di Hackney, il grande quartiere multietnico di Londra da sempre controllato dal Labour. La candidata sindaco della compagine di sinistra radicale, Zoe Garbett, è stata eletta con 10mila voti in più rispetto alla laburista Caroline Woodley, che era in carica come Mayor of Hackney dal 2023. Questo rappresenta un altro schiaffo al partito di Starmer, battuto non solo dalla destra trumpiana di Reform UK, guidato da Farage, ma anche dalla concorrenza di una sinistra più radicale, almeno in alcuni territori, in particolare la capitale britannica. Intanto Reform ha ottenuto il controllo del consiglio di contea dell’Essex, di fatto sostituendo i Tory in una sfida tutta a destra: il partito di Farage ha conquistato 39 seggi mentre i Conservatori ne hanno persi trenta, crollando a soli otto, col Labour che ha ceduto i soli due difesi. Starmer ha riconosciuto come “molto dura” la sconfitta subita dal suo partito nelle elezioni amministrative, emerso chiaramente fin dal primo spoglio parziale dei risultati e a scrutinio ancora in corso. Un risultato che “fa male”, ha dichiarato, elogiando l’impegno dei militanti del Labour e ad assumendo su di sé “la responsabilità” della disfatta, senza “cercare capri espiatori”. Questa sconfitta – ha tuttavia aggiunto – “non indebolisce la mia determinazione a realizzare il cambiamento promesso” dal governo.
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Ma John McDonnell, dissidente della sinistra interna del Labour, definisce “inevitabile” – con questi risultati – una messa “in discussione” del ruolo del premier al vertice del partito (e quindi del governo), sebbene senza azzardare scadenze. Mentre stando a indiscrezioni del Times anche un ministro di spicco dell’attuale compagine, il titolare dell’Energia, Ed Miliband, avrebbe già sollecitato privatamente sir Keir (a dispetto delle smentite di una portavoce) a valutare la possibilità di fissare un calendario per dimettersi da qui a qualche mese al massimo. Una svolta storica nella politica britannica”, destinata a consolidare la fine del sostanziale bipartitismo segnato dall’alternanza al potere Tory-Labour nel Regno Unito: è l’interpretazione che Nigel Farage dà del voto. “Reform – sottolinea commentando l’esito del voto nei consigli locali finora scrutinati nella sola Inghilterra – è stato in grado di vincere in aree controllate da sempre dai Conservatori, ma pure in aree dominate dai laburisti fin dalla fine della Prima Guerra Mondiale”.