In attesa del segretario Usa Rubio
Trump attacca di nuovo il Papa, Parolin risponde: “Leone predica il Vangelo”
A stretto giro la replica del segretario di Stato vaticano Parolin: “Il papa va avanti per la sua strada: predicare il vangelo e predicare la pace”
Esteri - di Fabrizio Mastrofini
Secondo round degli attacchi di Trump a Leone XIV. “Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, per lui va benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare”, ha detto di nuovo Trump durante un’intervista con Hugh Hewitt sul canale televisivo Salem News Channel. A stretto giro arriva una risposta dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. “Il papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace – come direbbe San Paolo – opportune et importune”. Deriva dall’esortazione di Paolo a Timoteo a predicare il Vangelo: sii insistente in ogni momento, sia opportuno che inopportuno.
Parolin ha parlato da San Giovanni Rotondo, dove si trovava in visita ieri, rispondendo ai giornalisti. Per Parolin, Prevost “ha dato una risposta molto, molto cristiana dicendo che lui sta facendo quello che il suo ruolo esige e cioè di predicare la pace”. “Che questo possa piacere o non possa piacere è un discorso; capiamo che non tutti sono sulla stessa linea; però diciamo che quella è la risposta del Papa”. Il riferimento è alle frasi pronunciate sull’aereo che lo portava in Algeria, prima tappa del viaggio in Africa. In quell’occasione, riferendosi al primo attacco di Trump, Leone XIV aveva detto: “Non voglio entrare in un dibattito con lui. Ma il messaggio del Vangelo non dovrebbe essere distorto, come oggi fanno in tanti”. “Continuerò a esprimermi ad alta voce contro la guerra e a promuovere la pace, il dialogo e le relazioni multilaterali per cercare soluzioni giuste ai problemi”, e concludeva sottolineando che “il messaggio della Chiesa, il messaggio del Vangelo e il mio messaggio coincidono: siano benedetti gli operatori di pace”. E anche il 23 aprile, sul volo di ritorno a Roma, aveva chiarito il suo punto di vista: “Come Chiesa dico di nuovo, come pastore: non posso essere a favore della guerra, e vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione”.
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Il nervosismo del presidente Usa che continua ad attaccare il papa, si spiega anche con le nomine degli ultimi tre vescovi, il Primo maggio, scelti tra sacerdoti che si sono distinti per l’attenzione verso i migranti e i poveri. Da un lato abbiamo una Conferenza episcopale divisa, incerta, che non sostiene apertamente il papa, se si fanno eccezione per alcuni vescovi e cardinali come Cupich a Chicago, Tobin a Newark. Ma sono piuttosto vicini alla pensione. Dall’altro lato le nomine rinforzano il fronte dei vescovi più impegnato nel sociale. E i sondaggi vedono crescere la credibilità della Chiesa, a scapito del presidente. Secondo la rilevazione di Gallup di fine 2025, Leone XIV è di gran lunga il leader più apprezzato. Negli Stati Uniti, un sondaggio condotto a novembre aveva rilevato che oltre due terzi degli elettori cattolici americani hanno un’opinione favorevole del papa, mentre un sondaggio condotto questo mese da Reuters/Ipsos ha mostrato che il 60% degli americani in generale approva Leone XIV. Mentre Trump è in vistoso calo. John Cavadini, direttore del McGrath Institute for Church Life presso l’Università di Notre Dame a South Bend, Indiana, ha notato qualche giorno fa che il papa “non ha minato la sua credibilità perché molti ritengono che provenga da un sincero intento pastorale”. Il papa “ha una presenza che trovo edificante e stimolante. Le sue argomentazioni tendono a essere unificanti. Non sono espresse in modo alienante o sprezzante”.
In questo contesto si complica la prevista visita del segretario di Stato americano Rubio, che arriva domani ed è un cattolico praticante e convinto, sebbene appartenente ad una famiglia che ha cambiato denominazione religiosa diverse volte, oscillando tra cattolicesimo e sétte protestanti. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato lunedì che Rubio, “incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale”, mentre “gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico”. Ma c’è un aspetto della politica religiosa di Trump che è stato individuato molto bene dal National Catholic Reporter, settimanale progressista, e che in Vaticano forse non è ben percepita.
“Il problema con l’immagine di Trump creata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae come Gesù, o con le parole di Paula White-Cain, dell’Ufficio per i Culti e Pete Hegseth, segretario per la Difesa, non è semplicemente che siano idolatriche o che violino il Primo Comandamento. Il problema è che svuotano il cristianesimo dissolvendo l’unicità di Cristo in una metafora politica riutilizzabile. Una volta che qualsiasi leader in difficoltà può essere dipinto come salvatore, qualsiasi ritorno come resurrezione, qualsiasi sopravvivenza come elezione divina, il principio cardine del cristianesimo perde il suo significato. Gli antichi credi del cristianesimo dei primi secoli, insistono giustamente sul fatto che Cristo non è un esempio di sofferenza tra tanti, ma l’unico mediatore attraverso il quale Dio salva l’umanità. Presentare Trump come Cristo non è quindi solo blasfemo o idolatrico, ma rappresenta una negazione del fondamento teologico più profondo del cristianesimo”. Così ha scritto Karen E. Park, rilevando i motivi per cui commentatori e pastori evangelical sostengono il presidente: “Trump ha molte mancanze morali che normalmente lo squalificherebbero dal sostegno cristiano, ma secondo i suoi sostenitori cristiani, Dio lo ha scelto per uno scopo speciale, ancora da rivelare, e Trump è disposto a combattere per noi cristiani, anche se le sue pratiche cristiane non sono evidenti”.