La lotta dei prigionieri politici
Da Bobby Sands a Cospito e Barghouti: la lunga lotta, mai finita, dei prigionieri politici
Il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame moriva l’attivista nordirlandese, deputato del parlamento britannico. Uno spartiacque, che equipara il dissenso politico alla criminalità comune
Giustizia - di Vincenzo Scalia
Il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame, moriva Bobby Sands, deputato del parlamento britannico per lo Sinn Fein. La sua morte inaugurò il tragico rosario dei militanti repubblicani deceduti per la cosiddetta blanket protest (protesta della coperta, ndr), legata al rifiuto dei prigionieri politici irlandesi di indossare la divisa dei detenuti comuni per avere riconosciuto lo status politico. La morte di Bobby Sands, che attirò l’attenzione internazionale sul Regno Unito, costretto in tutta fretta ad organizzare il matrimonio di Carlo e Diana per riprendersi dalla caduta di immagine, riveste un significato che va al di là della questione irlandese stessa. Sia dalle parti di Londra che fuori, quella morte segna uno spartiacque, che equipara il dissenso politico alla criminalità comune.
La scelta di Margaret Thatcher non fu casuale, in un Inghilterra che si apprestava a vivere scontri di classe e razziali feroci. Un mese prima, a Brixton, quartiere di Londra, erano scoppiati i riots afrocaraibici. Con migranti di seconda e terza generazione, nati e cresciuti nel Regno Unito, che protestavano contro la marginalità e i frequenti abusi di polizia. Tutt’oggi, un afrocaraibico, ha una probabilità di venire fermato superiore di 27 volte a quella di un bianco. La Lady di Ferro definì animals i rivoltosi afrocaraibici. Poi cercò di degradare a criminali i militanti repubblicani irlandesi. In breve tempo, avrebbe criminalizzato anche i minatori che protestavano contro la perdita dei posti di lavoro e gli operai che si opponevano a licenziamenti e dismissioni. La Thatcher, a pensarci bene, fece scuola. Il suo schema di militarizzazione, criminalizzazione, leggi speciali, è stato ricalcato fedelmente dal governo Meloni, per esempio, nei recenti decreti sicurezza. Se vogliamo guardare anche a contesti internazionali, lo schema thatcheriano mostra una vitalità e una robustezza che preferiremmo non avesse. Pensiamo alle carceri di Guantanamo e Abu Ghraib, con la detenzione indiscriminata, la mancanza di garanzie per gli imputati, le torture disumane. Per arrivare, oggi, alla Palestina, dove lo schema è stato ampliato ai danni di civili inermi, aggiungendo un elemento ulteriore di crudeltà efferata alla detenzione disumana a cui, tra gli altri, è sottoposto anche Marwan Barghouti.
Tornando in Italia, il rinnovo del 41bis ad Alfredo Cospito, le vessazioni quasi sadiche a cui viene sottoposto, ci dicono che la strada da percorrere sul crinali delle rivendicazioni dei diritti civili e politici è ancora lunga. Possiamo percorrerla, seguendo l’esempio di Bobby Sands e dei sui compagni che morirono in carcere. Lungi dal fiaccare la lotta, il loro sacrificio, spianò la strada a una mobilitazione di massa, che culminò, nel 1998, nella firma del Good Friday Agreement. Continuare a rivendicare le proprie ragioni. Senza, speriamo, dovere ricorrere a gesti estremi. Grazie ancora di tutto, Bobby Sands.