La guerra globale del tycoon
Trump contro Leone: un antipapa da operetta immorale verso il giorno del giudizio delle midterm
Messo alle strette ad Hormuz, il tycoon si inimica con il Papa anche buona parte dei cattolici Usa che l’avevano votato, tra insulti al Pontefice e autoinvestiture da novello Gesù Cristo
Esteri - di Michele Prospero
Neanche fosse la reincarnazione di Enrico IV, “The Donald” lancia un anatema dopo l’altro contro il vescovo di Roma reo di insorgere se la Casa Bianca nomina Dio per diffondere ovunque il terrore. Da cultore dei videogiochi che ama farsi ritrarre con indosso un’armatura metallica, giudica il Papa un antieroe che osa addirittura ficcare il naso nella sua guerra santa a puntate. Quando, invece della racchetta, maneggia il mistero del Verbo, il pontefice urta la sensibilità così irreligiosa del tycoon. Dinanzi alla furia del guerrafondaio, che è passato in fretta dal post con la spada laser rossa alla pratica bellica dispiegata nei vari continenti, il “debole Leo” da flaccido prelato è diventato cuor di Leone e ha replicato a muso duro: “non ho paura”.
A corto di fosforo naturale per spingere il metabolismo energetico del cervello, il comandante in capo deve ricorrere in modo maniacale all’intelligenza artificiale. Là dove non si spinge con la blasfemia, penetra con la vanità che lo induce a raffigurarsi come Gesù guaritore degli infermi. Mentre il giorno del giudizio per lui si avvicina, con le elezioni di medio termine pronte a graffiarlo per bene, persino gli alterati miliziani evangelici lo punzecchiano, indispettiti per l’affronto pagano all’occupante del soglio di Pietro che “non sarebbe lì senza di me”.
Nel momento in cui ripiomba nel mondo perduto dei papi e degli antipapi, delle scomuniche e degli interdetti, degli imperatori e dei sovrani ribelli, lo Studio Ovale combina davvero una bella frittata.
Nel Golfo Persico, il gallinaccio con l’ambizione dell’aquila imperiale rischia di rimetterci le penne. La resistenza accanita del nemico gli fa apprendere quanto incredibilmente stretto sia quel canale di Hormuz che conduce diritto nel paradiso dell’oro nero in cui è dolce il naufragar. Il sogno del presidente è quello di fondare il Sacro Americano Impero, a colpi di bombe e ricatti. Oltre che dai temerari pasdaran, l’avventato disegno viene ostacolato dalle parole del profeta disarmato che da San Pietro alza senza freno una perentoria “voce contro la guerra”. Che dopo la parodia di uno scisma anche il capo a stelle e strisce possa andare un giorno a Canossa a implorare il perdono, appare un evento improbabile. Alla sua cricca più stretta di lustrascarpe ha infatti imposto di calzare unicamente le ciondolanti “Trump shoes”: delle francesine di vitello nero dalla taglia maggiorata di alcuni centimetri per essere all’altezza del leader che le ha brevettate. Non si spoglierà mai dello scomodissimo brand per inginocchiarsi a piedi nudi in segno di penitenza.
Eppure tutto nell’universo repubblicano e Maga va a rotoli. In un delirio di anarco-capitalismo Trump aveva inventato il Doge, ma i tagli, le sforbiciate e le chiusure degli uffici, che hanno gettato nel lastrico migliaia di funzionari, hanno finito per radere al suolo le basi minime dell’amministrazione. Che governare sia un tantino più complesso che “memare”, iniziano a percepirlo gli stessi elettori smarriti i quali cominciano a mandare al diavolo l’esaltato. Non sarà, come nel caso di Enrico IV, il figlio a sfidarlo con le armi in pugno. Troppo bamboccione per osare le prove cruente di un parricidio. Qualche grattacapo potrebbe procuraglielo casomai il genero, che si diletta nell’arte del “deal” – non perde occasione per intavolare un negoziato nelle zone torride del pianeta e far firmare ai governi locali un bell’assegno in bianco – e per giunta, proprio come il suocero, genuino modello di vita, venera una sola divinità: il Dollaro.
Il maldestro restauratore delle glorie dell’Impero non fa che peggiorare la cattiva sorte della nazione (non più) indispensabile. I consensi sfumano rapidissimi, e i suoi luogotenenti sono via via indotti alla resa. Allorché immaginava una nuova fuga per Victor, dopo 16 anni l’autocrate magiaro prende botte da Orbán. E, prima di lui, il destino cinico e baro aveva investito col furore referendario la premier collezionatrice di angeli, che però si ostina a non raggiungere il rifugio dorato del Torrino. Finanche la statista che una volta, tutta di bianco vestita, andò al Vaticano per essere accolta da Francesco con un beffardo “sei venuta per la prima comunione?”, è ora costretta a emettere timidi suoni di fastidio per le medievaleggianti minacce dell’Antipapa di Washington.
Alla White House non abita l’Enrico IV di Pirandello, che per rompere le forme preferì “restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la pazzia”. Non appartiene per nulla al sedicente Superman una “caricatura evidente e volontaria” della follia, che strappa le maschere e quindi disvela. Piuttosto è ricoperto dalla corazza della insania più truce chi, alla maniera di Trump, crede di essere “simbolo della verità, della speranza, della giustizia” e dal prediletto Star Wars precipita nei pantani del fronte effettivo. Il vero, il vaneggiante padrone di “Truth”, lo vede incarnato soltanto nel denaro e nelle sue derivazioni, come il piacere proibito della carne celato in oscuri files. Al pari dell’Enrico IV della storia reale, “The Donald” è prigioniero delle vertigini dell’arroganza, che, invece di rinvigorire il potere, con la sfida al Vicario di Cristo e con le guerre infinite contro i principi riottosi, promette di infiacchire irreparabilmente il corpo del re. Brama una statua d’oro sulla “Gaza Riviera”, sorseggiando un aperitivo con una spruzzatina di rosso autentico versata direttamente da “Bibi”, ma non ha ancora capito che già a novembre il suo tempo potrebbe essere scaduto.