La vicepresidente Pd

“Opporsi a Trump oggi vuol dire essere atlantisti: la pace è il vero spartiacque”, parla Chiara Gribaudo

«Stare dentro alle alleanze come la Nato significa difendere la democrazia, ma anche lavorare perché la diplomazia torni centrale. L’idillio tra Meloni e il tycoon era basato su una disparità di potere enorme, ora che si è rotto il governo può intraprendere la strada giusta: quella europeista, senza ambiguità»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

22 Aprile 2026 alle 08:00

Condividi l'articolo

Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Chiara Gribaudo, Vicepresidente del Partito democratico, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati.

Contro il Papa. Contro l’Europa. Contro la Nato. Contro tutti. È il mondo di Donald Trump. Come combatterlo?
Oltre che essere ‘contro tutti’ (salvo Netanyahu), Donald Trump rappresenta un’idea precisa di mondo: chiuso, conflittuale, dove si alzano muri invece di costruire ponti. E io credo che non si combatta quella visione stando sullo stesso terreno dello scontro permanente. Anzi, la risposta non è urlare più forte, ma dimostrare che un’alternativa esiste ed è più credibile: un’Europa che funziona, che protegge senza chiudersi, che dialoga per la pace e la sicurezza, che investe nel lavoro, nella giustizia sociale, nella sicurezza vera, non nella paura. Alla fine, ha dovuto in parte accettarlo anche Giorgia Meloni, che non poteva esimersi dal condannare l’attacco al Papa e che infatti è entrata nel vortice di critiche e insulti di Trump. Potrebbe finalmente essere l’inizio della fine delle ambiguità da parte del Governo italiano nei confronti del Presidente USA? Mi auguro di sì, con una precisazione: l’Italia è e rimane atlantista, è Trump semmai che ha minacciato di uscire dalla NATO. Ad oggi – sarebbe stato assurdo solo un anno fa – essere atlantisti significa opposti alla visione del presidente USA. Serve un salto di qualità che fino a oggi salvo le parole tardive non c’è stato. Sul piano internazionale, stare dentro alle alleanze come la NATO significa difendere la democrazia, ma anche lavorare perché la diplomazia torni centrale. Trump si combatte così: non inseguendolo, ma rendendolo inutile. Offrendo risposte concrete alle paure delle persone, senza trasformarle in rabbia. Perché alla lunga i populismi perdono forza da soli, in quanto forniscono risposte semplici, e quindi sbagliate, a problemi complessi. Il caso ungherese credo possa essere visto in questa ottica.

Nel mirino del tycoon è finita anche Giorgia Meloni, la premier che lo aveva investito del Nobel per la Pace. Cosa non ha funzionato?
Perché, c’è stato un momento in cui ha funzionato? Lo chiedo sinceramente: al di là delle parole, che fatti abbiamo a riprova di un rapporto di amicizia tra i due? Trump non ha mai coinvolto realmente Meloni, non l’ha mai resa partecipe delle sue decisioni, con episodi come Crosetto a Dubai al di là di ogni immaginazione. Sicuramente, come è stato evidenziato da tutte le testate soprattutto internazionali, si è rotto un idillio, che però, è sempre stato ben evidente, era basato su una disparità di potere enorme. Così non si è amici. Così si è compagni di banco bullizzati. Non c’era rispetto, non c’era reciprocità. Ora, finalmente mi viene da dire, il velo è stato tolto e forse, sempre finalmente, il Governo può intraprendere la strada giusta nei rapporti internazionali: quella europeista, senza alcuna ambiguità.

La guerra all’Iran sta incidendo pesantemente sulla nostra economia. E lo sarà sempre di più. La guerra di Trump e Netanyahu la stiamo pagando noi, italiani ed europei.
Già. Ora Trump ci chiede di aiutarlo a risolvere il problema della chiusura di Hormuz, problema che lui stesso ha creato. Ma non è certo aiutandolo nella sua solita soluzione muscolare, nel controblocco dello stretto, che si risolverà la situazione. Al netto delle variabili non controllabili, ovvero delle scelte scellerate di altri attori internazionali, l’Italia si è fatta trovare impreparata davanti a questa crisi. Non è solo la dipendenza dai combustibili fossili, visto che come ha detto Tajani solo il 10% del petrolio arriva nel nostro paese da Hormuz (poi ovviamente lo shock crea nuova domanda alternativa dai paesi che invece ne erano più dipendenti). In Italia abbiamo carenze rispetto, alla raffinazione e alla produzione dei derivati del petrolio, e per questo abbiamo un problema in particolare col diesel e il jet fuel. Avevamo l’occasione del PNRR per mettere in sicurezza energetica il paese, con le rinnovabili, con un piano per avere filiere industriali interne che ci proteggessero in caso di evenienze come questo, Ma negli ultimi 3 anni e mezzo abbiamo perso più tempo a modificarlo che a metterlo a terra, il PNRR.

A proposito di rapporti incrinati. La presidente del Consiglio ha deciso di sospendere temporaneamente il Memorandum militare con Israele. Meglio tardi che mai?
Lo stop al Memorandum di difesa tra Italia e Israele è un atto tardivo, giusto ma tardivo. Lo chiedevamo da tempo, perché il Governo lo ha fatto solo ora? È una delle domande alle quali deve rispondere Giorgia Meloni, perché questo è un tema da affrontare in Parlamento e che non può essere derubricato a un punto stampa al margine del Vinitaly. Cosa è cambiato rispetto a una settimana fa quando lo stesso esecutivo ci diceva che l’accordo non era in discussione? Verrebbe da pensare che la sconfitta al referendum, quella di Orbán, gli imbarazzi internazionali di una politica incentrata sulla subalternità a Trump e Netanyahu, abbiano avuto la meglio sul diritto internazionale, sul rispetto dei diritti umani e sul ruolo dell’Italia nello scenario globale. Dalla Premier, anche solo una settimana fa in Parlamento, non abbiamo sentito una sola parola contro Netanyahu, che pure in quelle ore conduceva l’ennesimo attacco illegale in Libano. Ancor meno durante l’assedio a Gaza. Oggi, improvvisamente, cambia tutto. E intendiamoci, è una notizia positiva perché lo stop di quel memorandum era necessario. Ora però chiediamo coerenza. L’Italia smetta di essere tra i Paesi che mettono il veto in Europa sulle sanzioni a Israele, a Netanyahu e ai suoi Ministri. Altrimenti tutto questo sarà solo un’operazione di, pessimo, maquillage politico e propagandistico.

La pace come grande spartiacque dalle destre sovraniste. Di nuovo in piazza…
La pace è oggi il vero spartiacque politico. Non è una parola neutra: distingue chi lavora per una soluzione politica dei conflitti, dentro una cornice europea e multilaterale, da chi invece alimenta una logica di contrapposizione permanente. Per questo considero importante l’appello della segretaria Elly Schlein a scendere in piazza: quando c’è in gioco la pace, serve una mobilitazione larga, capace di parlare al Paese. Naturalmente una piazza credibile deve essere chiara: dalla parte del diritto internazionale, della difesa dei popoli aggrediti, della diplomazia e della costruzione di un percorso negoziale. Ma il punto politico resta: o si lavora per fermare l’escalation e investire nella diplomazia, oppure si accetta un mondo sempre più segnato da guerra e insicurezza. Ed è su questo che le destre sovraniste mostrano tutta la loro ambiguità. La sconfitta di Orbán in Ungheria è stato un segnale chiaro che ci dice che la direzione è questa, ora dobbiamo saperla cogliere.

Elly Schlein ha partecipato nei giorni scorsi al vertice internazionale dei leader progressisti a Barcellona, promosso dal premier spagnolo Pedro Sánchez e dal presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva. Che valenza politica ha avuto quell’incontro?
Possiamo dire che l’essere testardamente unitari è diventato testardamente unitari e internazionalisti? A me pare che sia proprio così. Dal vertice di Barcellona è uscito un segnale politico molto preciso: i progressisti a livello globale stanno provando a riorganizzarsi per difendere la democrazia e contrastare l’avanzata delle destre radicali. Ha fatto molto bene la segretaria Schlein a ricordare che l’internazionalismo è dalla nostra parte politica, a livello storico, culturale, di pensiero. Finalmente, in Italia come altrove, sta soffiando un vento nuovo e la riunione dei progressisti ne è stato un bellissimo esempio. Alla base c’è sì il desiderio della pace ripudiando tutte le guerre, ma anche altro: giustizia sociale, che diventa di conseguenza economica, e contrasto all’estrema destra, difendendo i valori della democrazia. In un quadro più ristretto, quel vertice ha detto chiaramente da che parte vuole stare il Partito Democratico: quella della rete europea e globale per costruire una reale alternativa.

Eppure, una certa narrazione politica racconta l’opposizione arrovellata attorno all’amletico dilemma primarie sì, primarie no, primarie come… Siamo a questo?
Francamente no, non siamo a questo. Ridurre il dibattito dell’opposizione al tema delle primarie è una semplificazione che non aiuta a capire cosa sta succedendo davvero nel Paese. Le primarie sono uno strumento importante, fanno parte della storia del Partito Democratico e della partecipazione della nostra comunità. Ma oggi la vera urgenza è costruire un’alternativa credibile alla destra, sui contenuti: lavoro, sanità, scuola, politica industriale, e anche la posizione internazionale dell’Italia. Dobbiamo partire dallo straordinario risultato del referendum, saper intercettare quel voto e farlo nostro, come coalizione. Se ci arrovellassimo solo sulle regole interne, faremmo un favore a chi vuole un’opposizione debole e ripiegata su sé stessa. Il punto non è ‘primarie sì o no’, ma come rimettiamo al centro le persone e come costruiamo una proposta di governo seria e unitaria.

22 Aprile 2026

Condividi l'articolo