L'evento a Barcellona
A Barcellona l’internazionale progressista con Sánchez, Lula e Schlein: perché il tempo delle destre sta finendo
Quello che però oggi pulsa forte è il tema della guerra. Perché la destra trumpiana considera il diritto internazionale e il multilateralismo un impaccio, riduce la cooperazione a dipendenza ricattatoria, imponendo solo rapporti violenti di forza al posto della diplomazia.
Politica - di Michele Fina
A Barcellona si è riunito il mondo progressista globale per misurarsi con la domanda del nostro tempo: come si batte una destra che usa la paura sociale, il nazionalismo e la guerra come strumenti di potere. Non è stata una passerella. È stato un forte segnale politico quello del Global Progressive Mobilisation, occasione in cui si sono ritrovati 6.000 attivisti, oltre 100 partiti e dirigenti di più di 40 Paesi, convocati da Pedro Sánchez, Lula, Elly Schlein insieme ad altri leader progressisti. Incontri e confronti in cui si è discusso di come difendere la democrazia, rilanciare il multilateralismo e riconnettere le sinistre ai ceti popolari in una stagione segnata dal carovita e dalla sfiducia.
La sinistra dunque c’è ed è forte, ma deve ancora compiere fino in fondo un cammino per riconnettersi con il suo popolo. Per troppo tempo una parte del campo progressista ha pensato di poter reggere contando solo sulla superiorità morale dei suoi valori o sulla razionalità delle sue proposte. Ma quando inflazione, precarietà, impoverimento e conflitti entrano nella vita quotidiana, non basta avere ragione in astratto: bisogna essere percepiti come la forza che protegge e che cambia le cose. A Barcellona questo punto è emerso con chiarezza: senza una risposta credibile su salari, lavoro povero, diseguaglianze, tassazione più equa, diritto alla cura e servizi pubblici, protezione dell’ambiente, la rabbia sociale continuerà a essere intercettata dalle destre. Quello che però oggi pulsa forte è il tema della guerra. Perché la destra trumpiana considera il diritto internazionale e il multilateralismo un impaccio, riduce la cooperazione a dipendenza ricattatoria, imponendo solo rapporti violenti di forza al posto della diplomazia. La sua promessa di ordine produce il contrario: più instabilità, più arbitrio, più guerra permanente. È questo il punto che a Barcellona è apparso più nitido: la battaglia progressista non riguarda solo la redistribuzione, ma la difesa di un ordine internazionale fondato sulla costante ricerca della pace e sulle regole, non sulla legge del più forte.
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La guerra all’Iran lo dimostra in modo brutale. Non è un conflitto lontano, confinato in Medio Oriente. È uno shock strategico che investe direttamente la sicurezza dell’Occidente, dell’Europa e dell’Italia. La politica della forza non produce sicurezza: produce vulnerabilità sistemica. Ed è un preciso piano politico che le destre vogliono realizzare anche per spingere, in una sorta di aggiornata “Shock Economy”, verso un ordine illiberale e corrosivo della democrazia, approfittando di insicurezza e paure da esse stesse create. Per l’Europa le conseguenze sono immediate. Per l’Italia il conto rischia di essere ancora più salato. Anche qui cade una delle grandi narrazioni della destra: quella secondo cui nazionalismo e muscolarità geopolitica proteggerebbero l’interesse nazionale. È vero il contrario. Un Paese manifatturiero, importatore di energia e con salari deboli come l’Italia è tra quelli che pagano di più il prezzo dell’instabilità e dei conflitti.
Dentro questo quadro si colloca Meloni. Da anni prova a presentarsi come la destra affidabile di governo, capace di stare in Europa senza rompere con il campo sovranista internazionale. Ma proprio qui sta la sua ambiguità – e debolezza – politica. Meloni ha costruito il suo profilo come possibile “ponte” tra Ue e trumpismo, oggi quella funzione mostra tutti i suoi limiti. Quando il trumpismo diventa più aggressivo verso l’Europa, più ostile al multilateralismo, più disponibile alla guerra, si impone una scelta di campo. Questo vale ancora di più se si guarda a ciò che può venire dopo Trump. Perché Vance, per molti aspetti, è perfino più insidioso. Per questo la scelta di Meloni di affidargli la prefazione del suo nuovo libro, che uscirà tra pochi giorni negli Usa, è sia improvvida che inquietante. Meloni ha preso qualche distanza, soprattutto dopo l’attacco al Papa, definito “inaccettabile”, e con la sospensione dell’accordo di cooperazione militare con Israele. Ma sono mosse che confermano il problema, non lo risolvono. Non si può stare contemporaneamente dentro la destra europea di governo e dentro il trumpismo. Qui tornano centrali la Palestina (Gaza e Cisgiordania), il Libano e il diritto internazionale. Non come temi collaterali, ma come banco di prova della credibilità democratica dell’Occidente e delle sinistre. Se il diritto vale solo per alcuni, allora non vale più. E se la sinistra vuole tornare a essere una forza storica, deve dirlo con chiarezza, esattamente come ha fatto a Barcellona. Per questo il tema della pace non è separabile dalla questione sociale. La guerra permanente impoverisce i popoli, alza il costo della vita, schiaccia la democrazia. La pace, invece, non è un lusso morale o una parola ornamentale. È una politica concreta di protezione dei ceti popolari, dei giovani, del lavoro, dell’Europa. È anche il modo più serio di difendere la sicurezza: non inseguendo la spirale infinita del riarmo, ma ricostruendo diplomazia e autorità del diritto internazionale. Su questo l’internazionale progressista di Barcellona può ritrovare una funzione storica maggioritaria, se smette di parlare della pace come testimonianza e torna a formulare un progetto di governo.
In Italia questa sfida ha già preso una forma politica precisa. La sconfitta di Meloni nel referendum sulla giustizia ha incrinato il racconto della sua invincibilità e ha mostrato che, quando la posta in gioco è democratica e costituzionale, il Paese è pronto a reagire. Quel voto ha anche dato nuovo impulso alle opposizioni nella ricerca di una convergenza. Il referendum non può restare un episodio, però. Deve diventare un’indicazione di metodo e di prospettiva. Serve dunque un’alleanza costituzionale. Non un cartello elettorale, ma una convergenza politica, civile e sociale capace di attuare la Costituzione. La sfida non è più soltanto tra destra e sinistra in senso tradizionale. È tra costituzionalismo e leaderismo, tra legge e arbitrio, tra cooperazione e dominio, tra pace e nuova lunga stagione di guerra. Ed è proprio qui che il campo progressista può ritrovare il suo popolo. Barcellona, in fondo, ci consegna questo messaggio. Come ha ricordato Elly Schlein, il tempo delle destre sta finendo. I socialisti resistono, ma non basta resistere. Bisogna tornare a essere la casa di chi lavora, di chi teme il declino, di chi chiede protezione senza odio, di chi vuole sicurezza senza guerra, di chi non accetta che il diritto internazionale venga piegato al più forte. Se la sinistra saprà tenere insieme popolo, pace e diritto, allora potrà tornare a essere maggioranza. Se non lo farà, continuerà a lasciare il futuro nelle mani di chi usa la paura per governare (dannosamente) il presente.