Il vertice dei Volenterosi a Parigi

Meloni torna all’ovile europeo: scaricata da Trump, la premier debutta al vertice dei Volenterosi di Macron

Il sogno di fare da pontiera è stato brutalmente cancellato dal bullo americano, e così la premier prova a rilanciarsi in Europa. “Disponibili a mandare navi a Hormuz”, dice

Politica - di David Romoli

18 Aprile 2026 alle 11:00

Condividi l'articolo

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse
Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Giorgia torna all’ovile europeo. Per la prima volta partecipa a un vertice dei Volenterosi convocato da Macron in veste non di spettatrice pochissimo convinta ma di aderente davvero alla alleanza che il presidente francese e il premier britannico cercano da mesi di far nascere. C’è chi sospetta una sorta di dolo, cioè che gli incidenti incorsi tra Giorgia e Trump siano stati quasi provocati a bella posta, per scrollarsi il peso di un’amicizia che in termini di consenso stava trascinando la leader italiana a fondo.

Non è proprio così. Giorgia rientra in Europa, smettendo le fantasie “pontiere” di equidistanza tra le due sponde dell’Atlantico, con la coda fra le gambe e alle spalle una sconfitta strategica che proprio a livello europeo non resterà senza conseguenze. L’italiana che partecipava ai vertici dei Volenterosi con un piede dentro e uno fuori aveva proprio per questo un ruolo, e di conseguenza un peso, che Francia, Germania e Uk non potevano ignorare. Era l’unica che avesse mantenuto un rapporto cordiale con il cavallo pazzo americano. Giorgia non era quel “ponte” che aveva sognato di diventare ma un canale prezioso di comunicazione certamente sì.

Il quadro non è cambiato: si è ribaltato. Trump attacca per il terzo giorno consecutivo e stavolta anche più duramente: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro”. È difficile evitare la sensazione che la polemica sia di stampo diverso da quelle che hanno visto lo scatenato Donald caricare contro tutti gli altri leader europei. Sembra esserci qualcosa in più: un rancore particolare per chi l’americano vede come una traditrice. Il conflitto con Macron era nell’ordine delle cose. Da Giorgia invece il presidente che divide il mondo in obbedienti e nemici si aspettava fedeltà e complicità assolute. Meloni torna in Europa senza più portare in dote l’amicizia con Trump, costretta a rivedere drasticamente tutta la strategia perseguita da oltre un anno, dunque molto più debole. L’abbraccio di ieri fra lei e l’ex rivale europeo numero uno Macron non è solo coreografia a uso dei fotografi. È in segno di uno spostamento di campo rilevante e non desiderato, di una resa.

Il senso dell’incontro di ieri a Parigi, al quale la premier ha deciso di partecipare “in persona” solo all’ultimo momento e pressata dalla crisi nei rapporti con gli Usa, è soprattutto politico ed è proprio questo: il rientro dell’Italia a pieno titolo ma in posizione depotenziata nella squadra europea. Nel concreto, infatti, i Volenterosi possono decidere ben poco. La prima urgenza, sulla quale tutti concordano, è evitare la minaccia di un esoso pedaggio iraniano sulle navi che transiteranno per lo Stretto di Hormuz. Ma, una volta scartata senza appello l’ipotesi di ricorrere alla forza, resta solo una lunga trattativa diplomatica, possibilmente dispiegata giocando di sponda con la Cina che ha tutto l’interesse nell’evitare quel balzello. Ma è una diplomazia subordinata a quella principale, cioè alla trattativa in corso tra Iran e Usa e a non volere flotte europee non è solo l’Iran. “La Nato è stata inutile: ora stia lontana dal Golfo”, ha tuonato ieri il vendicativo della Casa Bianca.

Ciò è ancora più vero per quanto riguarda la spedizione multinazionale vera e propria. Il secondo punto su cui tutti concordano è infatti che si debba trattare di una missione assolutamente pacifica, dunque immaginabile solo a guerra finita o a tregua molto più consolidata di quanto non sia oggi e con il semaforo verde di Teheran. A quella spedizione, se e quando partirà, l’Italia ha già deciso di partecipare, anche se, ha chiarito Meloni nel corso del summit “solo previa autorizzazione del Parlamento”. Questo intende la premier quando ripete che “l’Italia farà la sua parte”. Ma come debba tradursi in navi questa parte è ancora in ballo, anche dato l’elevato numero di Paesi che hanno aderito o che aderiranno all’iniziativa.

La marina italiana ha nei dragamine un settore d’eccellenza, lo sminamento dello Stretto è uno dei passaggi essenziali per renderlo di nuovo sicuro e navigabile. Dunque è quasi ovvio che l’impegno dell’Italia venga richiesto proprio su quel fronte. Del resto ci sono già due dragamine in addestramento non troppo distanti dallo Stretto e non a caso fonti della Difesa sussurrano che se ci dovesse essere la decisione politica di coinvolgerle arriverebbero a Hormuz tempestivamente. Ma questi, al momento sono ancora progetti virtuali, soggetti al decorso della partita principale nella quale né l’Europa né la coalizione volenterosa giocano un ruolo da protagonista. Di certo c’è solo un rovesciamento totale dell’approccio strategico italiano sul terreno minato dei rapporti e dei conflitti interni all’Occidente. Rovesciamento al quale la premier si è dovuta piegare per forza e di risulta, non per lucida scelta.

18 Aprile 2026

Condividi l'articolo