Il decreto sicurezza e le polemiche

Decreto Sicurezza, il bluff sul bonus remigrazione per gli avvocati: nel nuovo Dl del governo mancano le coperture

“La norma è di buon senso, faremo solo delle correzioni”, recita la premier. Che però varerà un altro dl per estendere l’incentivo a tutti. Col piccolo particolare che non ci sono le coperture

Politica - di David Romoli

22 Aprile 2026 alle 09:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Il premio per la faccia di bronzo stavolta a Giorgia non lo toglie nessuno. “Il dl Sicurezza non è un pasticcio. Trasformeremo i rilievi tecnici del Quirinale in un provvedimento ad hoc perché non c’era tempo per correggere la norma, che rimane perché è di assoluto buon senso”. Il provvedimento ad hoc cui la premier allude sarebbe un decreto, da varare contestualmente alla conversione finale del dl Sicurezza per abrogarne l’emendamento sui compensi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio. Il testo si limita a estendere il compenso di 600 euro anche in caso di mancato rimpatrio e non è più a carico del Consiglio forense. Il problema risolto con gli avvocati si ripropone però con il Tesoro. Il ministero aveva già dato parere negativo perché mancavano le coperture anche solo per i casi di rimpatrio. Il danno è ora moltiplicato e a proposito di pasticci un decreto-pezza che viene varato in tutta fretta fingendo che ci siano coperture invece inesistenti è la classica ciliegina sulla torta.

In politica la faccia tosta è una dote ma per negare il pasticcio ce ne vogliono quantità industriali. La cronologia parla da sola: il Colle boccia la norma che fa a pugni con la Costituzione, la maggioranza s’inventa un improbabile odg per promettere di cancellare quel che sta approvando, Mattarella respinge la trovata, il sottosegretario Mantovano corre sul Colle e col presidente trova la mediazione: emendamento abrogativo per cancellare l’obbrobrio, che però implica una nuova lettura al Senato con forte rischio di decadenza del provvedimento perché provare a convertire il dl entro il 25 aprile è quasi impossibile. La soluzione sopravvive sì e no un’oretta, poi a fucilarla ci pensa la maggioranza e segnatamente la Lega. Esce così dal cilindro del governo il coniglio a cui fa cenno la premier. Un precedente in realtà c’è: un comma inserito nella finanziaria dal governo Prodi 2 di cui l’allora presidente Napolitano pretese l’immediata soppressione per decreto. La differenza è che allora nessuno nel governo rivendicò quel comma, inserito chiaramente dalla classica “manina” sperando che nessuno se ne accorgesse. Oggi la premier conferma l’intenzione di mantenere la norma pur accogliendo i rilievi del Colle, che però non sono tecnici ma costituzionali e dunque quadrare il cerchio non sarà per niente facile. Tanto più che una Lega terrorizzata dalla concorrenza di Vannacci a risolvere con un decreto-tratto di penna come fece il governo Prodi non ci pensa per niente. Salvini nemmeno prova a nascondere l’insofferenza per l’intervento del garante della Costituzione: “Ormai non mi stupisco più di niente”. Ma anche a prescindere dalla sceneggiature da torte in faccia delle ultime 48 ore, quanto il pasticcio sia davvero tale è illuminato dal quadro reale della situazione di ieri.

Alla Camera è il caos. La maggioranza fa votare il taglio dei tempi della discussione generale. L’opposizione occupa i banchi del governo, la seduta è sospesa, poi riprende in un clima da rissa. Il capo dello Stato è furibondo per una vicenda dalla quale nessuna istituzione esce davvero indenne. Non solo per la soluzione acrobatica e contraddittoria del disastro provocato dalla norma sugli avvocati ma perché l’intero provvedimento è pieno di norme a forte rischio di incostituzionalità, come l’eliminazione del gratuito patrocinio. Poi c’è la premier. Si rassegna alla difesa d’ordinanza del provvedimento ma è furibonda con la sua stessa truppa, per l’ennesima volta pasticciona e sgangherata al punto da partorire un emendamento indigeribile per il Colle. La Lega però è molto meno sensibile del solito ai richiami istituzionali. A torto o a ragione Salvini si sente sul collo il fiato di Vannacci e quando c’è di mezzo la pelle, politicamente parlando, persino il parere del primo cittadino perde peso. Nella maggioranza i rapporti perdono quota a velocità sostenuta perché Fi, dopo aver firmato l’emendamento, non ha esitato neppure un attimo prima di disconoscerlo, anche perché è in quella battagliera direzione che spinge la famiglia-padrona del partito azzurro, i Berlusconi con Marina in testa. In definitiva quello che si è, forse, concluso ieri non è un incidente di percorso, magari grave però episodico. È il segno che l’intero equilibrio sul quale si reggeva il governo Meloni è ormai saltato.

22 Aprile 2026

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