Il vicepresidente del gruppo Pd alla Camera

Intervista a Toni Ricciardi: “Flop economia, perché il governo Meloni si rifugia nella guerra ai migranti”

«I decreti sicurezza sono strumenti di comunicazione politica. Depenalizzare, investire sulla giustizia, garantire tempi certi: questo chiede il Paese. Invece si produce l’ennesima “fabbrica dei reati”, che non risolve nulla e crea nuovi problemi»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

24 Aprile 2026 alle 08:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Toni Ricciardi, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, l’ennesimo decreto sicurezza del governo contiene norme di dubbia costituzionalità, prima fra tutte quella sul premio agli avvocati che favoriscono i rimpatri.
Siamo a oltre dieci provvedimenti sull’immigrazione, risultato? Manifesta incompetenza, problemi non risolti, Costituzione non rispettata, Presidente della Repubblica costretto per l’ennesima volta a intervenire preventivamente. Questo governo ha trasformato i decreti sicurezza in strumenti di comunicazione politica, non di governo reale. Ogni decreto è uno spot travestito da provvedimento d’ordine pubblico. Ma questo, in particolare, è tecnicamente mal fatto, costituzionalmente discutibile in più punti e porta avanti una visione della sicurezza meramente ideologica, che non produce nulla di concreto. La sicurezza reale si fa con organici adeguati nelle forze di polizia, invece progressivamente ridotti. Si fa con investimenti veri nei comuni, con politiche di prevenzione. Si fa con le risorse, non con i tweet. La norma sugli avvocati è semplicemente indecente. Prevede 615 euro di compenso al legale “ad esito della partenza dello straniero”, solo se il migrante parte. È un incentivo economico a lavorare contro il proprio assistito. Stravolge il ruolo fondamentale dell’avvocatura, ovvero la difesa dei diritti individuali, non facilitare le politiche di rimpatrio del governo. L’articolo 24 della Costituzione garantisce il diritto alla difesa come inviolabile in ogni stato e grado del procedimento: questa norma lo comprime, lo riduce, lo subordina a un risultato politico. È incostituzionale. E lo è di più se si considera che contestualmente si è limitato l’accesso al gratuito patrocinio per chi impugna i provvedimenti di espulsione: togli la difesa a chi ce l’ha per legge, paghi chi ne favorisce la partenza. È un rovesciamento dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Il Consiglio nazionale forense si è smarcato nettamente, affermando di non esserne stato informato. L’intera avvocatura è in agitazione. Inoltre, c’è un paradosso strutturale. Il continuo aumento delle pene e dei nuovi reati sta ingolfando i tribunali e le carceri. Depenalizzare, investire sulla giustizia, garantire tempi certi: questo chiede il Paese. Invece si produce l’ennesima “fabbrica dei reati”, come qualcuno l’ha giustamente chiamata, che non risolve nulla e crea nuovi problemi a valle. Non è sicurezza: è demagogia. Evidentemente quindici milioni di NO non hanno insegnato nulla al governo di Giorgia Meloni.

L’altro giorno una delegazione di FdI si è recata presso il centro di Gjader dichiarando che il centro funziona e che anzi ha quasi raggiunto la capienza massima.
536 i migranti fin ora rinchiusi a vario titolo presso il Centro. Questo governo ha speso 800 milioni di euro per trattenere complessivamente, dopo tutti questi anni, 536 persone. Straordinari. Inoltre, continuano ad immaginare che urlando, visto che un provvedimento, e dico uno, non sono in grado di scriverlo in maniera costituzionalmente accettabile, si possa affrontare la questione migratoria. La verità è ben altra e i problemi son ben altri, ma siamo alle solite strategie di distrazione di massa.

In che senso?
Quando stai fallendo da ogni punto di vista economico, quando sei in difficoltà perché le vertenze si moltiplicano e il settore industriale segna il segno meno da quasi quattro anni, il potere d’acquisto dei salari è in caduta libera, le pensioni idem, anzi con l’aggravante della Fornero, attendiamo ancore le minime a mille euro, in più hai lanciato tre riforme che sono tecnicamente e politicamente fallite, cosa fai? Ti rifugi nell’ennesimo evergreen della destra: la migrazione. Non sono solo incompetenti, ma anche profondamente irresponsabili, non hanno la postura.

Non pensa che stiano cercando di arginare la narrazione vannacciana della remigrazione?
Rischiano di commettere lo stesso errore che qualche anno fa fu commesso da Scholz in Germania. Idee come la remigrazione fanno il paio con la narrazione del “prima i nostri” o al blocco navale, misure empiricamente irrealizzabili, ma scenograficamente e narrativamente suggestive per alimentare paure. D’altronde, Salvini si è sentito costretto a rincorrere la narrazione della remigrazione commettendo lo stesso errore. Se una cosa è sbagliata e irrealizzabile, cerchi di arginarla invece di contrastarla e ridicolizzarla, rischi alla lunga di legittimarla. Ancora una volta mancano di postura di governo.

A proposito di postura, questa volta internazionale, come giudica la giravolta di Meloni su Trump?
La chiamerei piuttosto un naufragio politico annunciato. Meloni sta galleggiando, non governa. E non basta quando il Paese è in crisi. Guardiamo i fatti: il 22 e 23 marzo, 15 milioni di italiani sono andati a difendere la Costituzione e hanno respinto la sua riforma della giustizia. Una sconfitta netta che lei ha tentato di minimizzare trasformando il suo passaggio in Parlamento in un comizio identitario. Poi, poche settimane dopo, è arrivata la caduta di Orbán in Ungheria, il modello, il punto di riferimento, il simbolo di quell’internazionale sovranista che Meloni e Salvini si vantavano di incarnare. Quelle due sconfitte, a distanza ravvicinata, raccontano una storia precisa: il nazionalismo non è la soluzione, è parte del problema. Alimenta conflitti, indebolisce le economie, divide le società. Gli italiani hanno cominciato a capirlo. D’altronde, mi ripeto, la teoria del “prima i nostri” è concettualmente fallimentare. Il capitolo Trump è forse il più imbarazzante di tutti. Meloni aveva costruito la sua narrazione internazionale intorno all’idea di essere il ponte privilegiato tra l’Europa e l’America. Quel ponte è crollato quando Trump ha attaccato il sommo Pontefice con parole senza precedenti nella storia e Meloni, che ha costruito per anni la sua intera identità politica intorno ai valori cristiani, alla fede, alla famiglia, si è limitata per ore al consueto silenzio imbarazzato e poi è stata costretta a dover proferire parola, probabilmente, anche per convenienza politica. Trump è detestato da larga parte delle opinioni pubbliche mondiali. Dall’inizio del suo mandato, il presidente Usa ha introdotto dazi che hanno colpito duramente il nostro sistema produttivo, tanto che le nostre imprese esportatrici, il manifatturiero, i settori di eccellenza del made in Italy si sono ritrovati a fare i conti con barriere che questo governo non ha saputo né prevenire né fronteggiare. Se a ciò aggiungiamo che perdiamo, per espatrio, ogni anno più centocinquanta mila persone, centonovantamila nel 2024, la vera emergenza, da anni, non è chi arriva, bensì chi parte.

Ho capito, la sinistra dice sempre questo, ma alla fine quale soluzioni proponete?
A dire il vero, di proposte ne abbiamo fatte e presentate tante, ci hanno rimbalzato scappando dai problemi, come con il salario minimo, la sanità, il congedo paritario e potrei continuare. Per quanto riguarda la migrazione, già durante la discussione del fantomatico Piano Mattei avevo presentato un emendamento che chiedeva di adottare una strategia tutta italiana, i centri emigrazione. Il primo fu inaugurato nel 1946 a Messina e Torino, successivamente i più importanti furono quelli di Milano, Napoli e Genova. Furono istituti per legge tra il 1948 e il 1949. Luoghi in cui venivano convogliati i disposti alla partenza ed erano di stanza le delegazioni esteri che ne verificavano idoneità fisica e documentazione. L’ultimo di questi centri fu inaugurato a Verona, all’indomani dell’accordo di emigrazione tra Italia e l’allora Repubblica federale tedesca. Una direttrice talmente battuta che dal 1960 al 1966 il centro di Verona fu affiancato da quello di Napoli. Questi centri governavano le migrazioni, generavano occupazione e limitavano l’alto tasso di clandestinità, che ha contrassegnato la migrazione italiana in Europa. Se adottassimo lo stesso sistema, a parti invertite, con i principali Paesi di provenienza della nostra migrazione, abbatteremo le morti in mare, ridurremmo gli arrivi irregolari, avremmo un ritorno economico non indifferente, generemmo nuova occupazione per coloro che devono gestire questo sistema e potremmo fare una selezione a monte, in collaborazione con il sistema produttivo, delle richieste di manodopera specifica. E potrei continuare fino al tema sicurezza o quello dell’aumento del gettito fiscale. Infine, come accadde con l’emigrazione italiana, potremmo rafforzare l’interscambio di materie prime. D’altronde noi siamo nati come Repubblica con lo scambio minatore-carbone, del quale cadono gli ottant’anni il 23 giugno di quest’anno.

Allora perché non si fa?
Per diverse ragioni. La prima, verrebbe meno l’arma più potente della narrazione della destra nazionalista: l’”altro”, in quanto migrante, sul quale riversare ogni accusa di malfunzionamento della società, dal punto di vista economico, in termini di percezione e in materia di sicurezza. La seconda, verrebbe meno una sacca vera e reale di forza lavoro sfruttata e immediatamente disponibile, ad esempio per la raccolta dei pomodori; e potrei farla decine di esempi. La terza, verrebbe meno la gestione degli appalti di vario genere che riguardano i Cpr e tutto l’indotto ad essi connesso. Qualcuno ci dimostri che le speculazioni sono terminate o si fa fatica a non credere che il sistema si è solo riciclato. Negli anni è stato distrutto il sistema dell’accoglienza diffusa, perché poco redditizio per i soliti noti, a favore del caos sistemico. Se si continua a voler trattare come emergenziale un fenomeno strutturale, significa che si alimenta la speculazione economica, con buona pace delle narrazioni farlocche.

A Barcellona Schlein ha rafforzato i rapporti internazionali con i leader progressisti, mentre a Roma pare viva con qualche preoccupazione il dibattito sulle primarie.
A Barcellona Elly Schlein si è confermata una leader europea ascoltata e trattata alla pari dei capi di governo del socialismo europeo e mondiale e sono convinto che in molti, anche tra coloro che erano scettici, stia maturando la consapevolezza che sia la persona giusta per rilanciare il centrosinistra in Italia, ridando al Paese la sua giusta collocazione nel mondo.

24 Aprile 2026

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