Il sondaggio sull'attacco all'iran
La guerra di Trump non piace agli americani, l’attacco all’Iran bocciato anche tra gli elettori MAGA
Truppe israeliane in Libano. Starmer invia una nave ed elicotteri a Cipro per difendere la base britannica. Forze Usa-Israele bombardano la sede dell’assemblea degli esperti a Qom. Colpita ambasciata americana a Riad
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
È la terza guerra del Golfo. La guerra (privata) di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Una guerra destinata a durare a lungo. Per calcoli politici più che per ragioni militari. Calcoli che portano alle elezioni legislative in Israele (ottobre) e a quelle di midterm negli Usa.
«La loro difesa aerea, l’Aeronautica, la Marina e la leadership sono sparite. Vogliono parlare. Ho detto “Troppo tardi!”». Così Trump su Truth. In un crescendo bellicista, il tycoon rincara la dose: «L’operazione su larga scala continua. Abbiamo distrutto la leadership in un’ora, avevamo programmato quattro settimane», ha dichiarato il presidente americano. Poi ha aggiunto: «L’America sta massacrando l’Iran». Trump, e prima di lui il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth, non hanno inoltre escluso l’invio di soldati americani sul campo «se necessario».
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Sintesi di un’altra giornata di guerra. Israele ha annunciato di aver condotto nuovi attacchi contro il “complesso della leadership” a Teheran, inclusa la sede dell’ufficio presidenziale. Secondo la Mezzaluna Rossa, il numero delle vittime dall’inizio degli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele ha raggiunto quota 787. Mentre il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che le truppe di terra “avanzeranno e prenderanno il controllo di ulteriori aree strategiche in Libano” con l’obiettivo di fermare gli attacchi. Teheran avverte l’Europa che considererebbe una loro partecipazione al pari di “un atto di guerra”. Intanto, Regno Unito e Francia hanno annunciato l’invio di navi per difendere la base britannica di Akrotiri, a Cipro, dopo l’attacco con droni iraniani. Le forze di Usa e Israele hanno attaccato l’ufficio dell’Assemblea degli esperti a Qom. Lo riferisce l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, aggiungendo che inoltre ieri sera è stato colpito il complesso dell’Assemblea degli esperti a Teheran.
Secondo un canale Telegram noto come Zed tv, citato da Iran International, un attacco aereo avrebbe preso di mira una riunione dell’Assemblea degli esperti che era stata convocata per scegliere la prossima Guida suprema della Repubblica islamica a seguito dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei. Secondo questo canale, ci sarebbero molti morti e feriti fra i membri dell’organismo.
Ma le agenzie di stampa iraniane, riprese dai media internazionali, hanno confermato che l’edificio dell’Assemblea degli esperti a Qom è stato «raso al suolo» dall’attacco ma che l’edificio era stato evacuato prima dell’attacco. Dall’inizio dell’operazione militare israelo-americana lanciata contro l’Iran, «oltre 650 militari statunitensi sono stati uccisi o feriti». Lo ha dichiarato il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, i Pasdaran, citato dall’agenzia di stampa Tasnim. L’ambasciata Usa a Riad è stata colpita nuovamente da un attacco, dopo quello dell’altra notte, che ha causato il crollo parziale del tetto dell’edificio. Lo riferiscono fonti ben informate a Wall Street Journal. Il personale dell’ambasciata, che era stato avvertito, è ancora al riparo. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto un’indagine sull’attacco a una scuola femminile in Iran, che ha causato la morte di quasi 200 persone, affermando che l’incidente potrebbe costituire un crimine di guerra. “L’onere di indagare ricade sulle forze che hanno perpetrato l’attacco”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk in una nota, chiedendo di rendere pubblici i risultati e di “garantire l’assunzione di responsabilità e il risarcimento per le vittime”.
La guerra di The Donald non piace agli americani. Per quanto l’Iran sia percepito come nemico, a tre giorni dall’inizio del conflitto, i cittadini americani non sono d’accordo con la scelta del presidente Trump: secondo un sondaggio Reuters-Ipsos– uscito la sera del 1° marzo e condotto su 1.282 intervistati -, solo il 27% è a favore dell’operazione bellica, mentre il 43% è contrario e un 29% è indeciso. Il sostegno, peraltro, è fortemente polarizzato: sono favorevoli il 55% dei repubblicani, percentuale che per i democratici si riduce al 7%. Anche la base Maga, divisa tra l’ala interventista e quella più isolazionista, è dilaniata da posizioni diverse: per il giornalista di riferimento della galassia trumpiana Tucker Carlson è un atto “malvagio”, mentre l’influencer di destra Nick Fuentes implora il tycoon di fermarsi e accusa Israele. Inoltre, il 56% degli intervistati ritiene che Trump sia troppo incline all’uso della forza per imporre gli interessi degli Stati Uniti. Un’opinione condivisa dall’87% dei democratici, così come il 23% dei repubblicani e il 60% di chi non si identifica in nessuno dei due schieramenti.
Ragiona il direttore di Limes Lucio Caracciolo a Otto e mezzo: “Quello che è abbastanza chiaro è che non è una guerra necessaria, ma per dichiarazione sia israeliana che americana è una guerra preventiva”. Una definizione che apre un nodo politico e strategico: prevenire che cosa? “Il problema – osserva il direttore di Limes – è che non si capisce bene che cosa si dovesse prevenire oggi, visto che, secondo gli stessi americani, cioè il Pentagono e la Cia, non c’era nessuna imminente minaccia iraniana e anzi i negoziati secondo il ministro degli esteri dell’Oman, che stava mediando, stavano producendo risultati importanti”. E aggiunge: “Quello che è certo è che è una guerra al buio in cui nessuno può fare previsioni di lungo termine”. “Il problema – annota ancora Caracciolo – è interno agli Stati Uniti: a parte la crisi socio-culturale e politica, quello che impressiona oggi è la spaccatura fra gli apparati: il Pentagono che ha preso le distanze già prima dell’operazione e poi anche i membri dell’amministrazione”. Una frattura che attraversa i vertici civili e militari e che si riflette anche nei rapporti con il vicepresidente J. D. Vance, sul quale – rivela il direttore di Limes – il presidente sarebbe “molto irritato” perché avrebbe fatto sapere di non essere d’accordo con gli attacchi all’Iran, pur evitando di dirlo pubblicamente.