Il massacro di Gaza

“L’orrore di Gaza va chiamato col suo nome: genocidio”, l’accusa a Israele di Gideon Levy

“Genocidio, sterminio di un popolo, è il momento di dirlo. Anzi, è già troppo tardi”, scrive su Haaretz. “È iniziato nel 1948. Ora, però, ci sono prove sufficienti per pronunciare il nome completo del mostro che si nasconde nella Striscia”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

3 Agosto 2025 alle 10:00

Condividi l'articolo

AP Photo/Abdel Kareem Hana – Associated Press / LaPresse
Only italy and spain
AP Photo/Abdel Kareem Hana – Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Sì, è davvero giunto il momento. Il momento di usare quella parola angosciante, che riapre ferite del passato, ma che raccoglie in sé il senso e la portata della tragedia che si sta consumando a Gaza. A pronunciarla, a scriverla, è uno dei più grandi giornalisti israeliani, storica firma di Haaretz: Gideon Levy.

Scrive Levy: “È giunto il momento. Non è più possibile tergiversare ed evitare di rispondere. Non possiamo più nasconderci, eludere, borbottare, placare o confondere le idee. Non possiamo neanche aggrapparci a sofismi giuridici sulla ‘questione dell’intenzione’ o aspettare la sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aia, che potrebbe arrivare quando sarà troppo tardi. È già troppo tardi. Ecco perché è giunto il momento di chiamare l’orrore con il suo nome: genocidio, lo sterminio di un popolo. Non c’è altro modo per descriverlo. Davanti ai nostri occhi inorriditi, Israele sta compiendo un genocidio nella Striscia di Gaza. Non è iniziato ora, ma nel 1948. Ora, però, ci sono prove sufficienti per chiamare con il suo nome completo il mostro che si nasconde nella Striscia di Gaza.
Questo è un momento di disperazione, ma anche di liberazione. Non dobbiamo più evitare la verità. Lunedì, nel seminterrato di un hotel a Gerusalemme Est, due importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno annunciato che il dado era tratto. B’Tselem e Physicians for Human Rights hanno dichiarato di essere giunti alla conclusione che Israele sta commettendo un genocidio. Lo hanno fatto davanti a decine di giornalisti provenienti da tutto il mondo e a una rappresentanza vergognosamente esigua dei media israeliani. B’Tselem ha intitolato il suo rapporto ‘Il nostro genocidio’ – ed è genocidio, ed è nostro. La drammatica dichiarazione è stata accolta in Israele con quasi totale indifferenza. Ma anche questo dimostra la gravità della situazione. Il genocidio è quasi sempre negato da chi lo compie”.

Così è. Ma, avverte Levy, il momento della verità non può essere sviato. “Il significato è grave – rimarca Levy – Vivere in un Paese i cui soldati stanno compiendo un genocidio è una macchia indelebile, un volto distorto che ci osserva dallo specchio, una sfida personale per ogni israeliano. Questo termine solleva profonde domande sul Paese e sul nostro ruolo in questo crimine. Ci ricorda da dove veniamo e ci pone domande difficili sul nostro futuro. Ora, la cosa più facile è l’onere della prova. La conferma legale potrebbe arrivare dall’Aia, ma le prove morali si accumulano ogni giorno. Per mesi, i pochi in Israele che vedono nella Striscia di Gaza una questione di intenzioni hanno sofferto. Israele intende davvero commettere un genocidio o forse ha causato questi risultati in modo involontario? Questa domanda è diventata superflua. Non è il numero di uccisioni e distruzioni a toglierla dall’agenda, ma il modo sistematico con cui vengono perpetrate. Quando si distruggono 33 ospedali su 35, l’intenzione è chiara e il dibattito è chiuso. Quando interi quartieri, villaggi e città vengono cancellati sistematicamente, ogni dubbio sulle proprie intenzioni svanisce. Quando si uccidono decine di persone ogni giorno in fila per il cibo, il metodo è stato dimostrato oltre ogni dubbio. Quando si usa la fame come arma, non ci sono più dubbi. Non c’è più nulla da capire: ciò che sta accadendo a Gaza non è il danno collaterale di una brutta guerra, ma l’obiettivo. La fame di massa, la distruzione e la morte sono l’obiettivo e da qui la strada per la conclusione è breve: il genocidio”. È la soluzione finale della questione palestinese.

Il j’accuse di Levy è possente: “Israele intende chiaramente portare alla distruzione della società palestinese nella Striscia di Gaza, rendendola un luogo invivibile. Intende compiere una pulizia etnica, sia attraverso il genocidio che il trasferimento della popolazione, possibilmente entrambi. Questo non significa che il complotto avrà successo, ma sta andando nella direzione di questa soluzione finale. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, padre e principale esecutore di questo complotto, lo chiama ‘vittoria totale’ e questa vittoria è il genocidio e il trasferimento della popolazione. Netanyahu e il suo governo non scenderanno a compromessi su nulla di meno. Nel frattempo, i partiti ebraici all’opposizione non hanno nessuno che si opponga davvero”.

Il passaggio successivo è pregno di pessimismo. Il pessimismo della ragione che non significa però farsi da parte, arrendersi, lasciare il campo ai Netanyahu, ai Ben-Gvir, agli Smotrich, al governo di fascisti che sta annientando un popolo e smantellando ciò che resta di quella che era stata l’unica democrazia in Medio Oriente. Gideon Levy è un combattente, oltreché un giornalista dalla schiena dritta. Resa non è parola contemplata nel suo vocabolario di vita. “In Israele – conclude Levy – non c’è più nessuno in grado di fermare questa marcia verso il genocidio, ma solo persone che lo ignorano. Per quanto possa sembrare spaventoso, esiste il pericolo che il genocidio non si fermi a Gaza. Hanno già creato l’infrastruttura ideologica e operativa per farlo in Cisgiordania. I cittadini arabi di Israele potrebbero essere i prossimi. Non c’è nessuno che possa fermarli e dobbiamo farlo noi”.

3 Agosto 2025

Condividi l'articolo