L'ex presidente della Rai

Intervista a Marcello Foa: “Netanyahu? Sta realizzando il sogno della Grande Israele senza Palestina, con Trump ricatto brutale”

«Il premier israeliano ora rivela obiettivi fino a poco fa indicibili: la conquista di Gaza, della Cisgiordania, pezzi di Siria e magari domani della Giordania. Le idee con cui è stato educato sono le stesse dell’estrema destra che è al potere»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

31 Luglio 2025 alle 09:00

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Photo credits: Paola Onofri/Imagoeconomica
Photo credits: Paola Onofri/Imagoeconomica

Si fa apprezzare per il suo pensiero controcorrente e libero. Ha appena pubblicato “La società del ricatto. E come difendersi” (Guerini editore). Ex Presidente della Rai, da due anni conduce su Rai Radio 1 “Giù la maschera”, un programma di qualità e autenticamente pluralista. Marcello Foa torna a colloquiare con l’Unità su Israele e non solo.

L’Europa sanziona la Russia, arma l’Ucraina ma assiste inerme alla mattanza di Gaza. Come valuta questo doppiopesismo?
È sconcertante dal punto di vista etico ma, purtroppo, non sorprendente da quello politico. Noi occidentali continuiamo a fregiarci della difesa di valori quali la democrazia, lo stato di diritto, la difesa delle minoranze e dei diritti umani, ma poi agiamo a corrente alternata: inflessibili e moralisti con i nostri nemici, ma distratti, relativisti, addirittura comprensivi quando a commettere delle atrocità sono Paesi amici. È avvenuto tante volte nel passato, anche recente, si pensi all’Arabia Saudita e al caso Jamal Khashoggi, il giornalista ucciso e squartato nel consolato di Istanbul. Con la situazione a Gaza, però, si sta superando ogni limite.

Perché, cosa rimprovera a Israele?
L’inaccettabile sproporzione fra l’offesa subita il 7 ottobre 2023 e la reazione che ne è seguita. Ciò a cui assistiamo da molti mesi non è più il tentativo muscolare e comprensibile di liberare gli ostaggi, ma un’azione militare di rara violenza che viene usata come pretesto per raggiungere altri obiettivi. Le cancellerie occidentali lo sanno ma non agiscono di conseguenza. Per mesi hanno taciuto sui bombardamenti a tappeto, che hanno ridotto ampie zone di Gaza a un cumulo di macerie, non hanno alzato la voce di fronte alle notizie di decine di migliaia di civili uccisi, tra cui un numero impressionante di donne e bambini, né ai ricorrenti episodi di persone bombardate mentre erano in coda per ricevere un pasto. Tutti sanno che Israele da sempre regola a proprio piacimento l’entrata a Gaza delle derrate alimentari e per mesi ha bloccato centinaia di camion perché voleva deliberatamente affamare e assetare i palestinesi. La tv pubblica israeliana ha rivelato che migliaia di tonnellate di cibo, medicine e generi di prima necessità, marcite sotto il sole, sono state distrutte e seppellite dall’esercito. Solo la sollevazione della società civile occidentale ha indotto i governi europei a pretendere una “pausa umanitaria”. Troppo poco, troppo tardi.

Per quale ragione l’Occidente è così timido e restio nei confronti di Israele?
Gli europei sono ancora condizionati dal senso di colpa per l’Olocausto e dunque stentano ad adottare misure energiche contro Israele. Alcuni governi alzano un po’ di più la voce, ma poi non prendono misure concrete, si limitano a prese di posizione retoriche, come quella di Macron. In realtà, basterebbe applicare ad Israele anche solo alcune delle sanzioni varate contro la Russia per lanciare un segnale forte, ma se ne guardano bene, anche perché gli Stati Uniti non si smuovono dalla linea fermamente filoisraeliana, che accomuna democratici e repubblicani, tanto più ora con Trump. Non vanno oltre il buffetto. Netanyahu lo sa e ne approfitta.

Il governo di Israele insiste: è propaganda di Hamas…
Io non ho nessuna simpatia per Hamas, il cui cinismo è raggelante, ma a denunciare le atrocità commesse dall’esercito israeliano nei confronti dei civili palestinesi sono cento rabbini, il Papa, l’Onu e da qualche tempo anche una parte importante della società israeliana. Un giornalista intellettualmente onesto non può negare il problema.

A proposito di Netanyahu: qual è il suo obiettivo finale?
È evidente che la questione degli ostaggi si è trasformata in un pretesto per realizzare obiettivi politici indicibili fino a qualche tempo fa, ovvero la Grande Israele con la conquista a breve di Gaza, della Cisgiordania (la cui annessione è stata votata dalla Knesset), pezzi di Siria e magari domani della Giordania, del Sinai egiziano. Perseguire questi obiettivi significa rendere la situazione umanitaria insostenibile, al fine di indurre i palestinesi ad abbandonare Gaza; significa permettere ai coloni in Cisgiordania violenze ed espropri a danni degli arabi. Crimini gravissimi in aperta violazione del diritto internazionale, dei diritti umani e del diritto umanitario, come giustamente denuncia Francesca Albanese. Mi vien da pensare che Netanyahu stia realizzando il sogno di suo padre.

Cosa c’entra il defunto padre di Netanyahu con quel che accade a Gaza e in Cisgiordania?
Lo ricorda benissimo un giovane analista italiano, Giacomo Gabellini, nel suo saggio “Scricchiolii. Le fragili fondamenta di Israele” (Il Cerchio edizioni), citando il pensiero di Benzion Netanyahu, il quale affermava: “Ebrei e arabi sono come due capre che si affrontano su un ponte stretto. Una deve saltare su un fiume, rischiando la morte. La capra robusta farà saltare giù la debole. E io credo che la potenza ebraica prevarrà. Qui non ci sono due popoli. C’è un popolo ebraico e una popolazione araba. Non c’è un popolo palestinese, sicché non serve creare uno Stato per una nazione immaginaria”. Netanyahu è stato educato con queste idee, che sono quelle dell’estrema destra anche religiosa al potere in Israele. Non a caso il ministro Amichay Eliyahu sostiene che Israele non abbia alcun dovere di alleviare la fame a Gaza e sprona all’espulsione della popolazione palestinese.

Passando al conflitto in Ucraina, l’Occidente vede nella Russia la nuova minaccia imperiale, ma la storia del conflitto russo/ucraino può ridursi allo schema aggredito/aggressore?
È semplicistico. Che la guerra sia stata avviata dai russi è incontestabile, ma ampliando la riflessione appare evidente che a creare le premesse per quanto avvenuto sono stati i neoconservatori americani. Dal 2005, ai tempi della rivoluzione arancione a Kiev, Washington ha fatto di tutto per compromettere il rapporto con il Cremlino, verosimilmente allo scopo di far cadere Putin. Quando poi annunci di voler far entrare Kiev nella Nato e di piazzare in Ucraina dei missili in grado di colpire Mosca, superi la linea rossa. Da qui la guerra nel febbraio 2022, con prezzi altissimi in vite umane. Risultato: Putin non solo non è caduto, ma è più forte di prima, l’Ucraina sta perdendo la guerra e la Russia si allea con la Cina. E l’Europa subisce i maggiori contraccolpi. Un capolavoro degli strateghi di Washington, ne converrà.

Il suo ultimo libro si intitola “La società sotto ricatto. E come difendersi” (Guerini editore). Un libro di grande attualità, che sta avendo successo in libreria. Ricatto anche nelle relazioni internazionali?
Senza dubbio. Nel saggio spiego come il ricorso al ricatto sia diventato sempre più diffuso, tanto più nell’era della globalizzazione, che ha portato alla creazione, fino alla presidenza Biden, di un sistema che ha comportato la continua delega di poteri dagli Stati sovrani a una struttura di organizzazioni sovranazionali, in grado di condizionare l’operato dei governi. Il tutto era edulcorato da bei propositi come “il multilateralismo”, in realtà il sistema era intrinsecamente ricattatorio: i governi non avevano scelta, dovevano solo aderire. Trump non ama la globalizzazione e persegue altri obiettivi, ma con lui il ricatto è diventato esplicito, brutale e con finalità chiaramente negoziali, nel disprezzo dei più elementari principi di partnership, dialogo e rispetto, come abbiamo visto con i dazi.

Tutto questo mentre la Cina in silenzio accumula vantaggi asimmetrici in molti ambiti strategici che le consentiranno all’occorrenza di condizionare il mondo. Quello del ricatto è un filtro analitico che permette una visione originale e non convenzionale delle relazioni geostrategiche. Lei però sostiene che tutta la società è sottoposta al ricatto. Perché?
Utilizzo la metafora del virus, che contagia silenziosamente il corpo sociale e i nostri valori. Nel libro spiego come ormai contagi la politica nazionale, sempre più segnata dal ricorso al ricatto, vedi i dossieraggi che poi sfociano nella “Character assassination”, ovvero la ricerca sistematica di aspetti personali imbarazzanti per condizionare e all’occorrenza screditare il rivale politico, ma anche l’economia di mercato, come ben sanno i piccoli e medi imprenditori quando vengono “attenzionati” dai grandi gruppi mondiali. La digitalizzazione si diffonde attraverso il ricatto, che contagia il mondo del lavoro. Infine, dimostro come il problema riguardi anche le nostre relazioni familiari e affettive e accendo un faro sulla realtà, poco nota, del ricatto emotivo.

E come difendersi?
Senza anticipare le conclusioni del libro per non privare il lettore del piacere della lettura, è importante innanzitutto essere consapevoli del problema, perché – ed è una vecchia legge della comunicazione – il fatto che non se ne parli porta alla continua diffusione dello stesso. La mia decisione di “lanciare un sasso nello stagno” è dettata anche dal desiderio civico di suscitare una riflessione pubblica costruttiva su un tema così delicato. Sono convinto che uno dei grandi drammi della nostra epoca sia la crescente discrasia fra i nostri valori e la realtà in cui viviamo. Vale, come abbiamo visto, per il doppio standard applicato a Israele, ma anche per la credibilità del nostro sistema politico, economico e sociale. Mi auguro che un giorno riusciremo a dar torto a Giorgio Gaber quando ammoniva che tutto è falso, perché il falso è tutto. Voglio essere più ottimista di lui e contribuire come intellettuale, per quanto nelle mie possibilità, a un mondo più vero e più coerente. La liberazione dai ghetti e la nascita stessa di Israele sono avvenute in virtù di questo universalismo. La destra ebraica e israeliana ha rovesciato tutto questo: pensa che solo la forza militare, solo il nazionalismo autoreferenziale armato è garanzia di sicurezza, contro un mondo fatalmente antisemita, e si è posta all’avanguardia di tutti i sovranismi che puntano sull’arbitrio e vanno smantellando il pensiero universalistico, nonché le istituzioni internazionali e il diritto internazionale. Questo annuncia isolamento e rovina.

31 Luglio 2025

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