L'appello
“Basta armi a Israele”, l’appello di Parolin e dei diplomatici Ue sul dramma di Gaza
L’appello del segretario di Stato Vaticano e di 38 ambasciatori al riconoscimento dello Stato di Palestina. E arriva anche quello di 58 ex diplomatici Ue: “L’inazione dell’Unione ne mina la reputazione”
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Il segretario di Stato Vaticano. Un “esercito” di ambasciatori. Uniti nel chiedere il riconoscimento da parte dell’Italia (e dell’Unione Europea) dello Stato palestinese. Se non ora, quando? Prematuro riconoscere lo Stato di Palestina? “Ma perché prematuro? Per noi è la soluzione”. Il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, non ci gira attorno e risponde in maniera tranchant a quanti, come la premier Giorgia Meloni, pur dicendosi d’accordo sul riconoscimento dello Stato di Palestina, ritengono la soluzione prematura.
E sul presidente francese, Emmanuel Macron, che si è detto d’accordo con il riconoscimento, Parolin con una battuta osserva: “Da mo’, come dite voi, che l’abbiamo riconosciuto lo Stato di Palestina: per noi quella è la soluzione, cioè il riconoscimento di due Stati che vivono vicini uno all’altro, ma anche in autonomia e sicurezza”. Tutti i Paesi del G7 dovrebbero riconoscerlo? “Credo di sì – osserva Parolin ai margini di un evento a Roma – per noi questa è la formula”. A chi sostiene che la soluzione sia prematura, il porporato ribadisce: “Ma perché prematuro? Secondo noi la soluzione passa attraverso il dialogo diretto tra le parti, in vista della costituzione di due realtà statali autonome. Certo che diventa sempre più difficile per la situazione che si è creata in Cisgiordania. Questo non aiuta dal punto di vista pratico la realizzazione dello Stato di Palestina. Mi pare che a New York ci sarà una conferenza promossa da Francia e Arabia Saudita per trovare i termini pratici, speriamo porti risultati”. Poi un messaggio al governo israeliano: “Tocca a Israele trovare la maniera che gli errori non si ripetano. Se si vuole, si può trovare la maniera”.
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Dal cardinale agli ambasciatori
“L’iniziativa da assumere con urgenza, di altissimo significato politico e tutt’altro che meramente simbolica, è l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina, in vista della Conferenza internazionale sull’attuazione della soluzione a due Stati”. È l’appello, contenuto in una lettera aperta alla premier Giorgia Meloni, firmato da 40 ambasciatori in pensione – tra cui ex Direttori politici, ex ambasciatori alla Ue e alla Nato, in Cina, Regno Unito e Russia – nella quale si sottolinea: “Ci sono momenti nella storia in cui non sono più possibili ambiguità né collocazioni intermedie. Questo momento è giunto per Gaza”. “Ormai da molti mesi non ci sono più giustificazioni possibili o argomentazioni convincenti sulla condotta delle operazioni militari israeliane a Gaza. Gli esecrabili attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 non hanno più alcuna relazione, né quantitativa né qualitativa, con l’orrore perpetrato nella Striscia da Israele nei confronti della stragrande maggioranza di civili inermi, che non ha nulla a che vedere con il diritto di Israele all’autodifesa – denunciano gli ambasciatori, tra cui Pasquale Ferrara, Piero Benassi, Pasquale Quito Terracciano, Luca Giansanti, Stefano Stefanini, Ferdinando Nelli Feroci – e che non è affatto improprio qualificare in termini di pulizia etnica, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina gli estremi del genocidio”. Secondo i 40 diplomatici in pensione, “le flagranti violazioni dei diritti umani e della dignità delle persone, che non risparmiano bambini, donne, anziani, ammalati, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra, la costante inosservanza della legalità internazionale e del diritto umanitario – di cui il governo israeliano, come avviene per tutti i governi, dovrà rispondere – minano le stesse fondamenta della comunità internazionale e cancellano conquiste etiche maturate in decenni di consuetudini internazionali”.
Dinanzi a tutto questo, i diplomatici sottolineano come le dichiarazioni, “pur necessarie, come quella firmata da 30 ministri degli Esteri (ed una Commissaria Ue) lo scorso 21 luglio, a cui l’Italia meritoriamente si è unita, non servono più: servono gesti politico-diplomatici concreti ed efficaci”. Tre i “comportamenti” che i firmatari sollecitano al governo “dinanzi al ripetersi di eccidi e massacri di civili”: “Sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele, sostenere in sede Ue ogni iniziativa che preveda sanzioni individuali (restrizioni agli spostamenti internazionali e congelamento delle attività economico-finanziare e dei patrimoni) nei confronti dei ministri israeliani – come Bezalel Smotrich e Itamar Ben G’vir – che incoraggiano e appoggiano il moltiplicarsi degli insediamenti illegali e le violenze dei coloni in Cisgiordania, unirsi al consenso europeo per la sospensione temporanea dell’Accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea”. Quindi, il loro appello, “l’iniziativa da assumere con urgenza, di altissimo significato politico e tutt’altro che meramente simbolica, è l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina, in vista della Conferenza internazionale sull’attuazione della soluzione e due Stati. Chiediamo al governo di ripensarci. Questa decisione confermerebbe che da parte italiana la prospettiva di ‘due popoli, due Stati’ non è solo uno slogan privo di senso compiuto e di qualunque credibilità, ma che si tratta di un percorso negoziale da riprendere immediatamente. Le relazioni con Israele devono essere strettamente condizionate a questa prospettiva. L’eventuale annessione in tutto o in parte dei Territori palestinesi, ad esempio, dovrebbe comportare la radicale revisione delle relazioni diplomatiche con Israele”. “Signora presidente del Consiglio – concludono i 40 ambasciatori in pensione – i lunghi anni spesi nel servizio diplomatico, tenendo fede alla causa della pace e del dialogo, nello spirito dell’articolo 11 della Costituzione repubblicana, ci hanno spinto a rivolgerle questo appello, non potendo rimanere in silenzio ed inerti dinanzi alla sistematica negazione in atto da parte del governo israeliano di tutto quello in cui abbiamo creduto e per cui abbiamo svolto la professione diplomatica”.
Dopo la lettera dei 38, ecco quella di 58 ex ambasciatori dell’Unione Europea ai vertici di Bruxelles. Il testo si apre sullo sconvolgente massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre del 2023, che però “non può giustificare”, scrivono, “l’orribile spettacolo di Israele che, quotidianamente, commette atroci crimini contro il popolo palestinese – soprattutto a Gaza ma anche nella Cisgiordania occupata – in quella che appare come una campagna sistematica di brutalizzazione, disumanizzazione e trasferimento forzato delle popolazioni”. Da oltre 21 mesi il governo Netanyahu sta conducendo una campagna “incessante di violenza e distruzione” a Gaza, uccidendo e affamando. E ora, “con una prevedibilità atroce, i leader israeliani stanno costringendo ampie fasce della popolazione di Gaza in ‘zone di concentramento’ – recinti militarizzati progettati per confinare i civili in condizioni intollerabili, con il chiaro obiettivo di indurli a uno sfollamento ‘volontario’”. Si tratta, scrivono apertamente gli ex ambasciatori, di “un trasferimento forzato della popolazione, un grave crimine di guerra secondo il diritto internazionale”, con “passi calcolati verso una pulizia etnica”.
I firmatari denunciano che, nonostante “le prove della cattiva condotta israeliana e della sua flagrante violazione di tutte le leggi umanitarie e dei diritti umani” siano schiaccianti, “l’Unione Europea e quasi tutti i suoi Stati membri non hanno saputo rispondere in modo significativo a questi orrendi eventi”, e la reputazione dell’Unione Europea e gli interessi dei suoi popoli “sono ora seriamente messi a rischio” da questa inazione. Per questo rivolgono un appello urgente a tutti i leader e governi dell’Unione Europea, perché, tra le altre cose, sospendano “con effetto immediato tutte le esportazioni di armi e materiali a duplice uso verso Israele”, vietino “il commercio con gli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi occupati” e proibiscano “relazioni commerciali e di investimento da parte dell’Unione Europea e degli Stati membri con qualsiasi entità o impresa che operi o tragga beneficio dagli insediamenti illegali israeliani”, sospendano “tutti gli accordi commerciali preferenziali con Israele previsti dall’Accordo di Associazione”, venga inoltre cancellata “la partecipazione di Israele a Horizon Europe e a tutti i programmi Ue di ricerca, accademici e tecnologici a duplice uso”, vengano imposte sanzioni mirate contro i ministri e i funzionari israeliani responsabili di crimini di guerra, sia riconosciuto “lo Stato di Palestina” in occasione della conferenza Onu di New York del 28-29 luglio, per creare il prerequisito necessario a una soluzione a due Stati. La lettera si conclude con toni drammatici, a invocare una risposta urgente: “Il mondo ricorderà come l’Unione Europea e i suoi Stati membri avranno risposto a questa catastrofica tragedia. Il silenzio e la neutralità di fronte al genocidio costituiscono complicità. L’inazione incoraggia i carnefici e tradisce ogni principio che l’Unione e i suoi membri affermano di difendere. L’Unione Europea – a lungo paladina dei diritti umani e dello Stato di diritto – deve agire ora, in nome del diritto internazionale, dell’umanità e della giustizia per il popolo palestinese, o rischiare di perdere la propria credibilità, influenza e autorevolezza morale nel mondo”.
Quei bimbi ridotti a scheletri umani hanno toccato anche Donald Trump. “Sulla base di quello che vedo in televisione, direi che non sono particolarmente d’accordo, perché quei bambini sembrano molto affamati”. Così il presidente Usa rispondendo alle domande dei giornalisti che, al momento del suo incontro ieri in Scozia con il premier britannico Keir Starmer, gli hanno chiesto se sia d’accordo con Netanyahu che sostiene che non c’è fame a Gaza. “C’è molta gente affamata” a Gaza, ha detto ancora Trump. Per la prima volta, gruppi israeliani per i diritti umani affermano che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e chiedono un intervento internazionale. Secondo i rapporti di B’Tselem e Physicians for Human Rights-Israele, l’attacco israeliano a Gaza ha causato “bombardamenti massicci e indiscriminati sui centri abitati” e “l’affamamento di oltre due milioni di persone come metodo di guerra” contro i palestinesi, manifestando un’intenzione genocida diffusa. Secondo il rapporto, Israele avrebbe anche messo in atto metodi quali “arresti di massa e abusi sui detenuti nelle prigioni israeliane, che sono diventate di fatto dei campi di tortura per migliaia di palestinesi detenuti senza processo”, nonché “sfollamenti forzati di massa, compresi tentativi di pulizia etnica, e la proclamazione di quest’ultima come obiettivo ufficiale di guerra, oltre a un attacco all’identità palestinese attraverso la distruzione deliberata dei campi profughi e i tentativi di minare l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi”. Sono anche loro pericolosi antisemiti?