Che cosa ci sarà di “molto più grande” da affrontare?
Perché Donald Trump ha lasciato il vertice del G7 in Canada?
Che cosa ci sarà di “molto più grande” da affrontare lo sa soltanto The Donald. Che dopo le sparate su Putin prende l’aereo e saluta tutti
Esteri - di Luca Casarini
Che cosa ci sarà di “molto più grande” da affrontare, per il King Trump che ha lasciato in fretta e furia il G7 in Canada? La Russia continua a massacrare civili in Ucraina, Netanyahu continua a massacrare civili in fila per il cibo a Gaza mentre massacra altri civili iraniani che “non sono riusciti a scappare in tempo, li avevamo avvertiti”. Khamenei, mentre organizza la sua fuga forse in Russia, ribadisce che “l’unica soluzione è la distruzione totale di Israele” dalle colonne del giornale degli Ayatollah, mentre risuonano i boati dei missili balistici che sta scaricando su Tel Aviv e Gerusalemme, che uno su dieci bucano l’Iron Dome. La portaerei Nimitz fa rotta sul golfo, due navi fanno collisione nello Stretto di Hormuz…
Ma King Donald, seccato, fa sapere con un tweet che Macron e gli altri non hanno capito niente: mica se n’è andato dal vertice per lavorare alla tregua tra Israele ed Iran. No, “c’è qualcosa di molto più grande”. Come non inquietarsi, cosa può esserci che va oltre, molto oltre come gravità e grandezza di scala, a questo disastro di mondo che abbiamo davanti agli occhi? Da un lato viene da pensare che certo, il mondo, quant’è difficile da gestire. Quanto è maledettamente complesso anche solo far finta che si possa dargli un ordine, delle regole, una parvenza di stabilità e di previsione. Dall’altro le dichiarazioni senza peli sulla lingua del suo esponente più potente, del commander in chief, mostrano quanto sia velleitario, addirittura ridicolo in occasioni come queste, immaginare che vi sia un “piano”. L’uomo semplice reagisce spontaneamente: ma qualcuno lì in mezzo, tra i caporioni, sa veramente cosa sta accadendo? Qualcuno di quelli che prendono le decisioni, ha una qualche vaga idea di come si potrà uscirne?
La risposta forse sta in quella cosa assurda che è stata la parata militare a Washington che il King si è organizzato per festeggiare il suo compleanno. La desolazione dei palchi vuoti faceva il paio con la raffazzonata marcetta scomposta di un po’ di reparti dei Marines, che sembravano ubriachi che non riescono nemmeno a tenere il passo. Sciatteria e grandeur messi insieme, alla buona, che in confronto non la piazza rossa o quella dello psicopatico Kim Jong-un, ma la sfilata della nostra protezione civile sui fori imperiali, sembra di livello cento volte più serio. Rappresentare, far credere che stai governando il mondo, o che hai i numeri per farlo, e lavorare di immagine, di comunicazione, promozione, photoshoppazione. Ma quando poi li vedi dal “vivo”, crolla il palco: nessuno ha la benché minima idea di cosa diavolo accadrà. “Gaza Resort” e i corpi dei morti ammazzati mentre fanno la fila per una ciotola di riso.
L’ayatollah, bravo a trucidare migliaia di giovani innocenti ed inermi che protestavano contro il regime, che mentre rilancia sulla distruzione di Israele, cerca una via di fuga che ovviamente non sarà accessibile al suo popolo, ma solo a lui e alla sua banda di satrapi corrotti. Netanyahu, ubriaco di onnipotenza, che comincia a fare i conti con le sensazioni che provano i bombardati, non più solo quelle proprie di chi bombarda. Zelensky che cerca Trump, dopo che il “make America great again” ha avuto la grande pensata di promuovere Putin come mediatore per la guerra in Medioriente.
Chi sarà dunque il nuovo mediatore per la guerra in Ucraina, Netanyahu? Ma c’è qualcosa di ancora più grande, molto più grande da affrontare dice Trump, mentre lascia i “sette grandi” a finire di fare le photo opportunity. Forse voleva solo andare via, stare solo, che uno a furia di far finta di sapere tutto, ogni tanto quando si rende conto di non sapere niente, va un po’ in crisi. Siamo in queste mani. Ma forse anche no. Siamo nelle nostre mani, anche se ci spaventa abituati come eravamo a pensare che il potere avesse un progetto, anche brutto, ma che potevamo combattere. Non ce l’ha.