La nuova legnata del presidente Usa
Perché gli attacchi di Trump dimostrano la devastante sconfitta di Meloni in politica estera
L’ordine di palazzo Chigi è non replicare. Anzi, da Tajani a Crosetto fioccano parole al miele: “I rapporti con gli Usa fondamentali”
Politica - di David Romoli
Se fin qui aveva usato la mazza, adesso Donald Trump è passato direttamente alla clava. Il meme, che dovrebbe avere diffusione molto maggiore di un semplice post, messo in rete dal presidente americano nella notte tra domenica e lunedì equivale a una bomba di profondità mediatica. Giusto un’istantanea di Giorgia che guarda adorante l’americano preso di spalle e un laconico commento: “Restraining Order Needed”. Traduzione letterale: “È necessaria un’ordinanza restrittiva”. Traduzione in italiano corrente: “Toglietemela dai piedi”. A confronto la nota intervista telefonica con la quale il presidente aveva aperto le ostilità, quella del ‘ho accettato la foto perché mi faceva pena’ è una carezza.
A palazzo Chigi e nel governo la nuova carica non se l’aspettava nessuno. In vista del vertice di Ankara di domani promette malissimo. Se The Donald picchia così sulla leader che si è scelto come vittima preferita per bastonare l’intera Europa è probabile che arrivi in Turchia deciso a litigare e non è affatto escluso che per aprire le danze se la prenda di nuovo con Giorgia, e stavolta dal vivo. La decisione della premier era prevedibile. Non reagire. Non replicare. Non prestarsi al gioco e tenere le dita ben intrecciate augurandosi che l’americano non vada oltre. In privato i pezzi da novanta della maggioranza bersagliano l’ex idolo Maga. In pubblico restano muti come la stessa premier o commentano flautati. Lo fa Tajani: “Parole che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno al di là delle semplici dichiarazioni”. Lo fa anche Crosetto: “Bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa. Le persone passano, i rapporti restano”. Parole molto caute che proprio per questo mettono in risalto il silenzio del vicepremier Salvini che non arriva neppure a tanto e si barrica dietro un imbarazzante ‘No Comment’.
Mantenere la stessa cautela ad Ankara sarà più difficile, dal momento che per quanto si sforzi di star lontana dal nemico americano Meloni non potrà evitarlo soprattutto se a scegliere lo scontro fosse lui, come è in realtà improbabile ma non impossibile. Ma il punto critico non sono le eventuali villanie di Trump: è la concretissima materia del contendere, cioè le spese militari. Perché proprio su quel fronte l’Italia arriva ad Ankara ancora più esposta del resto d’Europa che già non scherza. Un anno fa, a L’Aja, tutti, con l’esplicito intento di ingraziarsi il rissoso Donald, avevano accettato l’impegno di portare le spese per la difesa sino al 3,5% e quelle per la sicurezza all’1,5% entro il 2035. Detto e non fatto, soprattutto dall’Italia.
La premier arriverà vantando un salto dall’ 1,6% al 2,8% nell’ultimo anno e promettendo di “proseguire in questa traiettoria”, cioè confermando quanto meno esplicitamente possibile il proibitivo impegno. Quelle percentuali però sono in buona parte taroccate. La spesa italiana va divisa in un 2,09% per la difesa propriamente detta e in uno 0,71% per la sicurezza intesa in senso molto lato. La prima percentuale supera di poco quella del 2025, 2% e anche allora il salto di quattro decimali era dovuto non a veri nuovi investimenti ma a un riconteggio di spese precedenti che, tirando un po’ le cose per i capelli, possono rientrare comunque negli standard Nato. La percentuale investita in sicurezza, poi, stata raggiunta considerando “sicurezza” davvero di tutto e di più. Lo sanno tutti in Italia. Difficile credere che non lo sappia Trump.
Bisogna aggiungere due particolari decisivi. L’Italia ha scelto di non aderire al Purl, il piano di acquisti di armi americane da inviare all’Ucraina. Soprattutto, dopo aver prenotato in autunno 14,9 mld per le armi con il SAFE, il prestito molto agevolato europeo, tutto è stato congelato e, nonostante le recenti e volutamente ambigue dichiarazioni, non è affatto detto che il governo scelga di accedere a quel prestito. Conclusione: anche al di là del personale malanimo di Trump nei confronti della ex pupilla che considera oggi una traditrice, l’Italia è davvero l’anello più debole della catena europea e si presterebbe pertanto comunque a fare da primo bersaglio se il presidente americano decidesse, come è probabile che faccia, di attaccare a testa bassa. La premier mira a parare il colpo con la promessa di investire lo 0,55% in più entro il 2028. Sono 17 mld e trovarli in piena campagna elettorale non sarà né facile né indolore.
In casa l’opposizione tutta offre solidarietà alla premier. Schlein e Conte adoperano quasi le stessa formula: le parole di Trump sono inaccettabili ma a prestare il fianco facendosi incantare dalla propaganda Maga invece di scegliere risolutamente l’Europa è stata proprio la maltrattata. Piena solidarietà ma è ora che si svegli. Non che Giorgia possa battere altre strade. A questo punto fidarsi ancora della Casa Bianca indicherebbe solo tendenze suicide e cercare riparo dietro l’Europa è l’unica possibilità per Giorgia. È una devastante sconfitta di tutta la sua strategia in politica estera ma è anche una strada a modo suo comunque impervia. Perché sia per quanto riguarda l’Ucraina che il riarmo anche i partner europei pretendono a questo punto molto più che belle e molto economiche parole.