La premier non replica più al tycoon
Meloni da pontiera a pompiera, la premier “low profile” con Trump per salvaguardare l’alleanza con gli Stati Uniti
Niente più risposte a tono per derubricare lo scontro a una feroce contesa personale. Meloni ordina ai suoi l’appeasement in vista del summit Nato
Politica - di David Romoli
Stavolta la premier non ha dovuto esitare e lambiccarsi il cervello per scegliere quale strategia adottare dopo la rissa con Donald Trump. C’era una sola strada possibile, non poteva che imboccare quella e lo ha fatto: derubricare l’incidente a fattaccio tra due leader, troppo clamoroso per consentire minimizzazioni, ma evitare che a ritrovarsi in rotta di collisione siano non due leader ma due governi. Dunque nessuna risposta a muso duro al quinto attacco del presidente americano: “L’Italia si è comportata male. L’Italia è stata molto cattiva”. Lei non risponde a tono: “Ribadisco che non intendo alimentare questo scontro. Il rapporto con gli Usa deve tornare alla normalità. Tajani ha fatto bene ad annullare il viaggio a Miami per lanciare un messaggio. Ma inviato quello non c’è bisogno di altro. La politica estera italiana sarà quella che è stata negli ultimi 80 anni”.
Del resto la polemica del presidente è sempre più apertamente rivolta contro l’intera Europa, non solo contro l’Italia: “La Germania è stata pessima. Starmer non era Churchill, lo posso assicurare. Ci dicono ‘Preferiamo non aiutare’. È una cosa stupida perché se vogliamo possiamo dirlo anche noi”. In tutta evidenza il presidente americano medita lo showdown con gli alleati Nato che considera fedifraghi al vertice Nato di Ankara del 7 luglio e questo rende per alcuni versi le cose più facili per la premier italiana. A reggere l’offensiva del Trump furioso dovranno per forza essere tutti i Paesi sotto attacco e proprio per coordinare una posizione comune si vedranno i leader del cosiddetto formato E5: Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia. Per quanto riguarda l’Italia la parola d’ordine, ribadita da Giorgia in conferenza stampa pubblica, è separare i due piani. La cooperazione deve andare avanti come se nulla fosse. Il litigio è in parte un fatto personale e in parte la reazione sbagliata a una scelta, quella di non concedere la base di Sigonella per una missione d’attacco, che per il governo era obbligata in quanto dettata dalla Costituzione. Il ministro della Difesa Crosetto che in questa vicenda è elemento chiave anche per via dell’ottimo rapporto che ha intessuto con l’omologo americano Hegseth, ieri lo ha ripetuto: “Abbiamo fatto ciò che accordi e trattati con gli Usa ci consentono di fare. Non c’è nulla di cui gli Usa possano lamentarsi”.
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Sul piano diplomatico, l’Italia cercherà di sminare il terreno sia abbassando i toni della polemica sia inviando una cospicua delegazione governativa, senza però la premier, alle celebrazioni dell’Indipendence Day del prossimo 2 luglio a Villa Taverna. Su quello concreto il passo verso il riavvicinamento potrebbe essere l’ingresso nel coordinamento della Pax Silica, lanciato nel dicembre scorso dagli Usa con l’obiettivo di mettere in sicurezza i semiconduttori e i minerali rari necessari per l’intelligenza artificiale. Di fatto è una sorta di alleanza anticinese alla quale hanno aderito per ora 15 Paesi tra cui il Regno Unito ma ancora nessuno tra i principali Stati membri dell’Unione europea. Per quanto riguarda la minaccia che Trump continua a far pendere sul tavolo del vertice Nato, un disimpegno militare americano dall’Europa, al ministero della Difesa sono abbastanza tranquilli, almeno per quanto concerne le basi italiane. Dopo il passo indietro della Francia le navi italiane sono di fatto le sole a pattugliare il Mediterraneo occidentale e alla Difesa sono convinti che tanto basti a rendere molto improbabile, se non impossibile, un sostanziale ritiro dei sistemi di difesa americani dall’Italia.
Lo scontro, se si verificherà e molto dipenderà dalla presenza o meno del rissoso presidente ad Ankara, sarà su altri fronti: l’eventuale missione a Hormuz e i soldi. Crosetto, ieri, ha ripetuto che l’Italia “potrebbe contribuire a una missione di sminamento a Hormuz solo in una cornice di sicurezza e fuori da una zona di guerra”. Il punto è particolarmente delicato. L’insistenza e la ruvida pressione di Trump mira probabilmente proprio a forzare la mano agli alleati per la missione nello stretto e il ruolo dell’Italia è decisivo perché, come dice lo stesso Crosetto “noi siamo tra i pochi Paesi al mondo che hanno la capacità di togliere le mine dalle acque”. Il nodo della spesa militare è ancora più aggrovigliato perché qui per l’Italia è più difficile fare muro e causa comune con gli altri Paesi. Giorgia si presenterà ad Ankara vantando il 2,8% del Pil devoluto in spese per la sicurezza, che però è cosa diversa dalla Difesa. A Washington Hegseth ha già detto a Crosetto che non può bastare.