Cosa c'è dietro il trattamento di Trump

Come Meloni è passata da pontiera a premier canaglia: Trump colpisce la più debole per intimidire Europa e NATO

Il vero motivo del contendere è uno: aver negato agli Usa la base di Sigonella. Ma il pestaggio di Meloni è un segnale lanciato agli altri leader Ue

Politica - di David Romoli

23 Giugno 2026 alle 07:00

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AP Photo/Evan Vucci, Pool, File
AP Photo/Evan Vucci, Pool, File

Nel mirino c’era Giorgia Meloni ma il bersaglio erano tutti gli alleati della Nato. Nel primo attacco, l’intervista di venerdì scorso a Daniele Compatangelo, Donald Trump si era limitato a irridere la premier italiana per aver implorato un foto con lui ma già la sera stessa, nella prima replica dopo la risposta molto dura dell’italiana segnalava che come lei si era comportata tutta la Nato. Nella seconda, quella del giorno dopo, si dilungava sul vero motivo della sua furia contro Giorgia: il rifiuto di concedere la base di Sigonella durante la guerra contro l’Iran creando così un problema logistico rilevante. Domenica, nel quarto attacco, Meloni è citata come “una delle peggiori” di un gruppo di Paesi che però è tutto sotto tiro. “Per decenni li abbiamo difesi ma quando sono stati messi alla prova, non sono stati in grado di difendere noi e il resto del mondo. Non va bene!”, scrive il presidente americano su Truth ma poi, intervistato da Tgcom 24, allarga la prospettiva: “Sto parlando della Nato in generale, non solo del vostro Paese. Però lei è stata una delle peggiori…”.

Non significa che il permaloso e irritabile Donald non fosse davvero imbufalito per il fattaccio di Evian. Non aveva evidentemente alcuna intenzione di dichiarare chiuso l’incidente con l’Italia. Aveva respinto pressioni diplomatiche continue per un bilaterale che sarebbe suonato come dimostrazione della pace fatta. Era disposto tutt’al più a concedere un passettino sulla via ancora lunga della riconciliazione e la comunicazione di palazzo Chigi, nonché la stessa premier in conferenza stampa, se l’è rivenduta come prova del “rapporto immutato”. In più l’Italia ha fatto circolare alcuni video, senza il permesso della Casa Bianca che sull’immagine del presidente è di manica strettissima, che i gruppi anti Trump hanno fatto ampiamente circolare negli Usa accreditando la leggenda di una Meloni unica leader in grado di tenere testa al bullo. Ma questo è solo l’aspetto più superficiale e persino infantile della rissa, che ha assunto rapidamente caratteri molto più significativi e più strategici. Nei prossimi mesi, segnati dalla difficilissima trattativa con l’Iran, il presidente americano sa che avrà bisogno della Nato e la vuole obbediente. Tutto lascia pensare che immagini il vertice del 7 luglio come un showdown molto ruvido, nel quale riaffermare il suo comando assoluto sull’intera alleanza. Come sempre, si avvicina all’appuntamento moltiplicando le minacce, perché questo è il suo modo di intavolare le trattative. All’inizio di giugno ha inviato una lettera nella quale segnala l’intenzione di diminuire drasticamente la presenza militare americana nel Vecchio Continente. Ancora domenica, all’intervistatrice che chiedeva se il presidente stesse pensando di ritirarsi dalla Nato, Trump ha risposto senza offrire certezza: “Non glielo voglio dire”.

Il pestaggio spettacolare della premier italiana va probabilmente letto in questa cornice. Il modus operandi del palazzinaro Trump è anche da questo punto di vista sempre uguale: tenta subito di intimidire e mettere in soggezione la controparte per avere gioco più facile nel negoziato. L’Italia si prestava al ruolo di esempio destinato a spaventare tutti per diverse ragioni: tra i grandi Paesi europei è il più debole, l’ansia della premier prima di entrare e poi di rientrare nelle grazie del reuccio ha giocato a suo sfavore perché la ha resa più esposta all’aggressione. Ma soprattutto se il rifiuto degli altri Paesi di aiutare gli Usa nella guerra contro l’Iran aveva avuto un elevato valore simbolico, ed è pertanto ancora vissuto ala Casa Bianca come un sgarbo imperdonabile, solo quello italiano ha avuto conseguenze concrete, quei rilevanti problemi logistici sottolineati dallo stesso presidente furioso.

Il trattamento riservato a Giorgia Meloni, secondo per brutalità solo a quello dispensato a Zelensky nel primo incontro tra i due leader, è un avvertimento rivolto a tutta la Nato. Una intimidazione già arrivata a destinazione: solo Sanchez, tra tutti i leader europei, ha offerto esplicita solidarietà alla malcapitata. Tutti gli altri hanno preferito difendere la pur fragile distensione appena raggiunta a Evian. Per Meloni la situazione è ora molto difficile. La sua strategia, quella che passava per l’imporsi come Paese europeo più vicino agli Usa di Trump, è fallita rovinosamente. Recuperare il rapporto con Washington è impresa ardua con rischio reale di penalizzazioni sul fronte del ritiro dei sistemi di difesa americani, dei dazi sull’agricoltura e del prezzo del gas. In Europa è più debole che mai. Ma il quadro è in movimento e alla fine molto dipenderà anche per lei dall’esito del vertice Nato. In fondo la posta in gioco anche nella baruffa in corso è quella.

23 Giugno 2026

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