L'ex europarlamentare
Intervista a Massimiliano Smeriglio: “Perché la sinistra deve riconquistare i cattivi, primo obiettivo è disarmare il dibattito”
«La destra non ha questo problema, pratica il rancore dentro e fuori il proprio ambiente. Gli fa consenso. Per noi è un problema gigantesco. Fermare i discorsi di odio, disertare le zuffe, rimanere centrati sui nostri obiettivi asciuga il mare di livore in cui loro navigano e noi affoghiamo»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura di Roma, già europarlamentare.
Grattando la superficie e andando in profondità, ciò che emerge è un mondo dove a dominare sono sentimenti distruttivi, come l’odio, la ferocia, la ricerca affannosa e crudele di capri espiatori. Sentimenti che sono penetrati soprattutto nei settori più periferici della nostra società, delle nostre città. Un tempo l’avremmo chiamato il lumpen, oggi assomigliano molto ai proletari di “Brutti, sporchi e cattivi”, il film del grande Ettore Scola. È una deriva inarrestabile?
No, non è inarrestabile ma è l’elefante nella stanza della sinistra. Senza anche la riconquista dei cattivi, che poi così cattivi non sono mai cantava Loredana Bertè, di chi vive tra malessere sociale ed esistenziale non ce la faremo mai. Non ad andare al governo, cosa che può accadere e speriamo accada. Ma a cambiare la mentalità nel corpaccione profondo del Paese. Lì noi facciamo fatica ad esserci. In quel gorgo di stati d’animo regressivi la destra sociale e culturale c’è, orienta, manipola, costruisce le coalizioni dell’odio. Ancora una volta la cifra del popolo scomposto è il furore, così come lo ha raccontato Steinbeck. Noi continuiamo ad essere percepiti come i buoni, con posture più etiche che politiche. Sapendo che la bontà è al tempo stesso una benedetta predisposizione d’animo o un approccio che in qualche modo ti puoi permettere economicamente. Dobbiamo trovare il modo di sciogliere questo nodo. E non è semplicissimo se riteniamo importante rimanere distanti dal lessico populista giustizialista. Una traccia è quella di stare nei luoghi praticando l’organizzazione di comunità auto educanti, capaci di contenere la quota di disumanità che ci circonda e quella che ci portiamo dentro. Un’operazione gigantesca che il Pci riuscì a fare nelle borgate romane all’indomani della Seconda guerra mondiale presidiando tre ambiti semantici: bisogni primari, desideri, identità. Noi a volte parliamo di bisogni anche se li chiamano diritti, scuola sanità cultura, quasi mai di desideri e di costruzione di identità locali progressive.
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In questi decenni a prevalere è stata la politica degli “anti”, come se la propria identità politica, ideale, financo antropologica, si definisse sulla base dell’individuazione del Nemico di turno. Quanto la sinistra è stata prigioniera di questa politica dell’ “anti” e come potrebbe venirne fuori?
L’egemonia culturale dell’anti è di destra, è la destra che l’alimenta, noi, sinistra mondiale, purtroppo subiamo la loro agenda. Il nazionalismo, il razzismo, il militarismo, il maschilismo, il patriarcato, il negazionismo climatico, la logica dei decreti sicurezza sono tutte clave violente che vengono agite contro l’altro da sé. Battere la logica del nemico immaginario è il primo passo per costruire una idea di società solidale, plurale, cooperante, ricca di differenze e curiosità. La logica del nemico è stata introiettata dalla sinistra e viene spesso riproposta non solo sul piano sociale ma anche nella sfera interna: lotte brutali tra cordate, correnti, bande, partiti sempre più proprietari e sempre meno democratici. Nonostante i tanti sforzi in corso di autoriforma dei medesimi. E questa distanza tra le belle parole a favore di telecamera e la costituzione materiale di ciò che rischiamo di diventare viene percepita e genera rigetto. La destra non ha questo problema, pratica il rancore dentro e fuori il proprio ambiente. Gli fa consenso. Per noi è invece un problema gigantesco, fermare i discorsi di odio, disintossicarsi, disarmare il discorso pubblico non è solo sano ma permette di non alimentare la supremazia culturale della destra. Sottrarsi, disertare le zuffe, rimanere centrati sui nostri obiettivi asciuga il mare di livore e confusione in cui loro navigano e noi affoghiamo.
Testimoniare insomma un altro modo di stare al mondo è già un pezzo di programma incarnato. Un mondo accogliente, comprensivo, dove non si fa l’analisi del sangue a nessuno sulla purezza delle proprie idee. Un campo largo, larghissimo in cui ognuno possa sentirsi comodo. Non giudicato, pesato, esaminato.
Alla politica dell’”anti” spesso si accompagna quella delle parole tanto ridondanti quanto prive di costrutto. Parole come “riformismo”, ad esempio. Tutti o quasi a sinistra si dicono “riformisti” senza però declinare questo sostantivo. Ci provi lei a farlo.
Massimalismo, riformismo sono parole nobili da consegnare alla storia del 900. Alle sue conquiste, alle sue tragiche sconfitte, alle sue clamorose sviste, soprattutto quella che dovrebbe fare più scuola: mentre appunto ci si accapigliava tra socialisti e comunisti i fascisti prendevano il potere in Italia e gli stalinisti distruggevano i sogni della Rivoluzione d’ottobre trasformandoli in incubi come spiega Victor Serge in Memorie di un rivoluzionario. Abbiamo urgente bisogno di definire il piano dell’immaginario, il nostro socialismo possibile, e le conseguenti pratiche di comunità necessarie per vincere frammentazione e isolamento degli individui. Stare insieme, aggregare le persone è il primo passo per qualsivoglia progetto di alternativa di società. La solitudine è la cifra che il capitalismo degli algoritmi e delle piattaforme impone, non perché gli dà gusto ma perché produce infiniti mercati e consumi individualizzati. E con la IA questa prospettiva si affermerà sempre di più fino a sussumere affetti, sessualità, sentimenti, ricordi. La teologia totalitaria raccontata dalla Atwood nel 1985 nel visionario Il racconto dell’ancella è oggi una concreta possibilità di futuro. “Esiste più di un genere di libertà diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo”. Forme autoritarie, post-democratiche che si affermano con il consenso della popolazione e il controllo degli strumenti che permeano le mentalità. Di questo dovremmo occuparci. Di come fare un coraggioso salto in avanti nella complessa questione della libertà assoluta che rischia di alimentare solo egoismi e vite senza responsabilità verso l’eco sfera e gli altri esseri umani. I limiti, il contesto, la cura, dovrebbero essere ben mescolati con le legittime ambizioni individuali. Se no è solo mercato, esposizione, performance, ansie, visibilità, follower. Costruire identità significa perimetrare; chi possiede una identità può accogliere le differenze, senza si è in balia degli umori più neri. A questo meccanismo ultra-mercantile che consuma ogni cosa, la destra dà l’impressione di mettere un freno, di approntare meccanismi di protezione per la povera gente. Per questo reggono, in Italia e altrove perché danno l’idea velenosa di difendere le persone da ciò che le spaventa. Per questo noi non riusciamo a fare un salto socialmente connotato, perché non affrontiamo questo tema decisivo.
La novità, positiva, è il tornare in piazza di una nuova generazione, c’è chi l’ha definita “generazione Gaza”. Sono loro la speranza per un futuro oltre l’”anti”?
Appunto, al di là delle retoriche moraliste ripetitive e dei posizionamenti tattici, i ragazzi e le ragazze hanno visto l’orrore di Gaza, l’uso sconcertante della forza e della violenza sistematica, e hanno reagito. Caricare la speranza sulle spalle di una generica generazione è sempre un po’ furbo, paternalista e persino eccessivo. Lasciamoli andare, non ostacoliamoli, non diamo buoni consigli, non cooptiamoli facendoli invecchiare prima del tempo. Lasciamoli fare il loro percorso in piena autonomia con rispetto totale senza farli diventare un feticcio e soprattutto senza sedare la loro radicalità. La medesima che servirebbe a noi per comprendere il mondo contemporaneo.
Da Francesco a Leone. Sono i papi a incarnare la speranza di un mondo altro, più giusto, più umano?
Lo spero. La Chiesa cattolica la sua struttura diffusa sono oggi indispensabili per contenere il disumano che avanza. Da giovane pensavo forse credo in Dio ma certamente non credo nella Chiesa. Oggi dico che non credo in Dio ma comprendo l’importanza della struttura e della parola della Chiesa di Roma fondata sul nuovo testamento, dunque su un Dio compassionevole. E oggi abbiamo bisogno di grazia, pudore, compassione. Ma non siamo nel Medioevo, non esiste il potere temporale, solo la potenza morale. Strana e un po’ disperata delega la nostra: il papa non è e non può essere un potere politico. Lavora su altre dimensioni, spesso condivisibili, altre no come nel caso dell’autodeterminazione delle donne. Si occupa di salvare anime, mi pare un compito piuttosto impegnativo. Noi più modestamente occupiamoci dei corpi, della poetica dei nostri corpi, della nostra vite, qui ed ora. Un obiettivo possibile per contendere il consenso alla estrema destra che avanza.
Il prossimo sarà un anno elettorale. Le politiche, forse anticipate di qualche mese, e il voto in importanti comuni, a partire da Roma. Le chiedo, come si presentano a questo appuntamento le forze che hanno governato la Capitale?
Con le carte in regola di chi ha lavorato sodo per trasformare nel profondo la città, grazie anche al buon utilizzo dei fondi Pnrr. Strade, piazze, parchi, metropolitane, aree pedonalizzate e poi un gran balzo in avanti sulle politiche culturali pubbliche gratuite diffuse in tutta la città, quartiere dopo quartiere, borgata dopo borgata promuovendo accessibilità e consapevolezza. C’è ancora molto da fare, questioni aperte in una città infinita piena di bellezza e fatiche. Ma siamo sulla strada giusta. E se 30mila persone accettano di leggere insieme Le notti bianche in una sera di inizio estate, organizzando in autonomia 300 punti di aggregazione per dare vita a un grande rito laico, vuol dire che non siamo soli.