Il motore della destra
Perché la legge Bossi-Fini è la fabbrica dei clandestini: produrre i nemici per scagliarcisi contro
La legge Bossi-Fini crea irregolarità. Il governo lo sa ma non ha nessun interesse a regolarizzare l’immigrazione. Perché l’irregolarità è la benzina per la sua propaganda
Politica - di Davide Faraone
Quando nel luglio del 2013 Papa Francesco scelse Lampedusa come primo viaggio del suo pontificato, non andò a parlare di immigrazione. Andò a parlare di indifferenza. Denunciò quella che definì la “globalizzazione dell’indifferenza”: uomini, donne e bambini che morivano nel Mediterraneo mentre l’Europa discuteva di quote, confini e procedure.
Tredici anni dopo anche Leone XIV sceglie Lampedusa. Non è soltanto una visita pastorale. È un messaggio politico, nel senso più alto del termine, è un invito all’Europa a tenere insieme regole e accoglienza. Ed è un messaggio che arriva nel momento in cui il vento soffia nella direzione opposta. Negli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato l’immigrazione nel principale terreno di scontro politico, tra deportazioni di massa, muri e retate. In Europa avanzano governi e partiti che considerano ogni barcone una minaccia e ogni politica di integrazione una resa. Ovunque sembra prevalere la tentazione di sostituire il governo dei fenomeni con la loro rappresentazione: meno soluzioni, più slogan; meno regole efficaci, più propaganda. È dentro questo clima che Lampedusa torna a essere una coscienza. Ricorda che controllare i confini è un dovere degli Stati. Ma costruire deliberatamente irregolarità non è una politica. È un fallimento. E proprio qui emerge il paradosso italiano. Esiste una categoria di persone che la destra detesta più di ogni altra: i migranti irregolari. Ne parla ogni giorno. Li indica come il simbolo del degrado, dell’insicurezza, dell’illegalità. Promette di rimpatriarli, di espellerli, di fermarli, di mandarli in Albania.
Sono la materia prima di ogni campagna elettorale. Poi accade una cosa curiosa. La stessa destra difende con i denti la legge che quegli irregolari li produce. La Bossi-Fini è ormai un monumento politico. Dal 2002 non si tocca. È diventata una reliquia identitaria. Guai a dire che forse non funziona. Verresti immediatamente catalogato tra gli amici dell’immigrazione incontrollata. E invece basterebbe leggere i numeri. Meno di un ingresso su dieci previsto dai Decreti Flussi si trasforma davvero in un permesso di soggiorno e in un contratto di lavoro. Gli altri finiscono nel limbo. Invisibili. Ricattabili. Perfetti per il lavoro nero, il caporalato, l’economia sommersa. Una legge nata per combattere la clandestinità produce clandestini in serie. Un piccolo capolavoro. Naturalmente il governo Meloni sa benissimo che l’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Lo dimostra ogni anno quando approva nuovi Decreti Flussi autorizzando centinaia di migliaia di ingressi. Ed è qui che il racconto diventa irresistibile. Perché oggi i più accesi sostenitori della “remigrazione” sono gli stessi che ieri hanno votato quei decreti. I deputati vannacciani, oggi in Futuro Nazionale, nel 2024 votarono il decreto che autorizzava oltre 450 mila lavoratori stranieri. Forse erano altri? Forse un’improvvisa epidemia di omonimia parlamentare. Oppure, più semplicemente, cambiano le parole d’ordine con la stessa rapidità con cui si cambia gruppo parlamentare. Prima servivano lavoratori. Adesso servono nemici.
La verità è molto meno epica. L’Italia invecchia. Nascono sempre meno bambini. Mancano muratori, infermieri, badanti, camerieri, operai agricoli. Lo ripetono gli imprenditori. Lo sanno i sindaci. Lo sa il governo. Lo sanno tutti. Ma anziché costruire un sistema semplice per fare entrare chi serve, identificarlo, farlo lavorare, pagare le tasse e i contributi, preferiamo costruire un labirinto amministrativo che trasforma persone regolari in persone irregolari. Poi ci indigniamo perché esistono gli irregolari. È un meccanismo quasi perfetto. Prima li fabbrichiamo. Poi li utilizziamo come prova che avevamo ragione. La Bossi-Fini è questo: una gigantesca macchina della clandestinità di Stato. Non perché favorisca l’immigrazione. Perché favorisce l’immigrazione irregolare. Costringe lo Stato a rincorrere permessi, rinnovi, pratiche, timbri e ricorsi, mentre i controlli veri sul lavoro nero restano insufficienti e lo sfruttamento prospera.
Sarebbe curioso chiedere a un elettore di destra se preferisce uno straniero identificato, assunto regolarmente, che versa contributi e paga le tasse, oppure uno sconosciuto senza documenti, senza contratto e nelle mani dei caporali. Probabilmente sceglierebbe il primo. Eppure continua a votare chi difende il secondo modello. Perché la destra ha scoperto una cosa straordinaria: alcuni problemi sono troppo redditizi per essere risolti. L’immigrazione irregolare è uno di questi. Se diminuisse davvero, bisognerebbe trovare un altro argomento con cui spaventare gli italiani. E Lampedusa tornerebbe a essere ciò che dovrebbe essere: un’isola del Mediterraneo. Non il luogo in cui, da tredici anni, due Papi sono costretti a ricordare alla politica una verità elementare: l’immigrazione si governa con regole giuste, canali legali e controlli efficaci, non costruendo clandestini per poi usarli come bersaglio della propria propaganda.