Parola all'ambasciatore
“Non c’è difesa europea senza politica estera comune, scontro Trump-Meloni ha aspetti positivi”, parla Nelli Feroci
Lo scontro Trump-Meloni? «Ci sono aspetti positivi, la presidente del Consiglio ha dovuto riscoprire l’importanza di un rapporto solido con i partners europei e più in generale con l’Europa»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Gli attacchi di Trump a Meloni. Il futuro dell’Europa e della Nato. Un bilancio in politica estera del governo di centrodestra. L’Unità ne discute con l’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, già presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai) – tra i più autorevoli think tank italiani di geopolitica e politica estera – di cui Nelli Feroci è oggi presidente del Comitato scientifico.
Ambasciatore Nelli Feroci, al di là dell’uso per polemiche politiche interne, che cosa raccontano i reiterati attacchi di Donald Trump alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e più in generale all’Europa?
Direi che danno conto soprattutto della irata delusione del presidente americano per il mancato sostegno degli alleati europei alla guerra all’Iran. Dal nostro punto di vista, questo sostegno era tutt’altro che scontato o prevedibile, visto che come alleati europei non eravamo stati né informati né consultati. Nell’analisi di Trump emerge la sensazione di una delusione per non aver ricevuto quell’appoggio che si aspettava e che poi sostanzialmente si sarebbe dovuto concretizzare nell’uso delle basi americane in Europa. Detto questo, al fondo c’è un divario profondo di valutazioni tra Stati Uniti ed Europei sulla giustezza dell’opportunità delle scelte del presidente americano, in particolare in questo frangente, visto poi l’esito di questa guerra scatenata qualche mese fa, che certamente non è un esito positivo per gli stati Uniti e neppure per l’Occidente, e per noi Europei è soprattutto costato in termini di aumento dei prezzi dell’energia e il rischio di ripresa dell’inflazione.
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Per tre anni, la presidente del Consiglio si è accreditata, e in parte ciò è avvenuto anche con il beneplacito della Casa Bianca, come la facilitatrice del difficile rapporto tra l’amministrazione Trump e l’Europa. Questo ruolo, vero o narrato da una compiacente stampa mainstream, è venuto a crollare con l’intemerata del tycoon?
Lo scontro che c’è stato, molto vivace, tra Trump e Meloni dimostra quanto fosse difficile mettere in pratica questa operazione di ponte o di collegamento tra l’Europa e l’amministrazione americana, e quanto fragile fosse questa operazione messa in piedi dalla nostra presidente del Consiglio. Questo lo dico perché le divergenze su alcune scelte di fondo dell’amministrazione americana rispetto alla sensibilità europea erano profonde e continuano a esserlo. Mi lasci aggiungere che in questa vicenda vi sono due aspetti positivi …
Quali, ambasciatore Nelli Feroci?
Uno, è che Meloni ha dovuto prendere coscienza di quanto fosse possibile mantenere una convergenza e un allineamento sulle posizioni americane. In secondo luogo, gli attacchi di Trump hanno costretto la presidente del consiglio a riscoprire l’importanza di un rapporto solido con i partners europei e più in generale con l’Europa. Tutto compreso, un segnale positivo rispetto ai precedenti atteggiamenti della presidente del Consiglio. In qualche modo Meloni ha dovuto prendere atto che un eccesso di vicinanza con Trump le riduceva significativamente i consensi politici anche sul piano interno.
Lo stesso si può dire, quanto a crisi di consensi interni dovuti a scelte in politica estera, per ciò che concerne l’appiattimento del governo italiano su Israele e le scelte del governo Netanyahu?
Direi proprio di sì. Qui le valutazioni sono ancora più gravi. L’atteggiamento del governo italiano, senza il quale la Germania non avrebbe potuto farcela da sola, ha impedito all’Europa di adottare una linea un po’ più ferma, un po’ più determinata nei confronti del governo israeliano. In particolare, la questione di cui si è dibattuto e su cui alcuni governi europei era pronti ad adottare una decisione, era quella della sospensione dell’accordo di cooperazione e di libero scambio tra l’Unione europea e Israele. Ci siamo limitati a adottare delle sanzioni personali nei confronti di alcuni coloni e di un ministro, Itamar Ben-Gvir, che si era reso protagonista di un episodio del tutto inaccettabile contro gli attivisti della seconda Global Sumud Flotilla, ma è mancato un segnale più forte della determinazione europea di prendere le distanze dalla politica del governo Netanyahu, in particolare per quanto riguarda la situazione non solo a Gaza ma in Cisgiordania e nel Libano meridionale.
Quanto c’è in questo atteggiamento di Italia e Germania la memoria dei crimini di nazifascista memoria?
Sicuramente è molto evidente nel caso della Germania, quello che si potrebbe definire una sorta di senso di colpa collettivo del Paese e della società tedesca per la Shoah, che rende molto difficile per qualsiasi governo tedesco adottare delle politiche sanzionatorie nei confronti d’Israele. Nel caso nostro, i nostri sensi di colpa sono certamente minori. È vero che negli ultimi anni del governo di Mussolini sono state adottate le leggi di repressione della comunità ebraica, ma non dovremmo essere così condizionati come lo è la Germania dal senso di colpa collettivo collegato alla vicenda tragica dei campi di sterminio. In questo senso, ha meno giustificazione la prudenza estrema con cui il governo italiano si è mosso nei confronti del governo israeliano in questa congiuntura.
Il 7-8 prossimi, si terrà ad Ankara un vertice Nato che si annuncia particolarmente “caldo”. Ambasciatore Nelli Feroci, la Nato ha ancora un senso?
La Nato secondo me ha ancora un senso, perché resta un’alleanza difensiva che ha una funzione tutt’ora da svolgere nei confronti di una minaccia costituita dalla Russia di Putin. Il vero problema della Nato oggi è di capire la misura del disimpegno americano dall’Alleanza atlantica. Ci sono già state delle decisioni adottate e diventate operative, di ritiro delle truppe americane dall’Europa e ci sono soprattutto decisioni annunciate che dovrebbero concretizzarsi nei prossimi mesi di ritiro non soltanto di truppe ma anche di asset militari: si parla di aerei, di navi, di difese missilistiche, di supporti per la logistica. Il vero problema per la Nato, nella congiuntura di progressivo disimpegno americano, ribadito in più occasioni da Trump, è di vedere se e in che misura gli Europei saranno in grado di colmare i vuoti che gli americani lasceranno nelle capacità dell’Alleanza atlantica di continuare a costituire una forma di deterrenza nei confronti di minacce che dovrebbero provenire soprattutto da Est.
Da tempo immemore si parla della necessità di una difesa comune europea. Ma questo ipotetico progetto non finirebbe per confliggere con un ulteriore allargamento a Est della Nato?
Intanto c’è un primo problema, che è quello di evitare che processi di riarmo siano esclusivamente o prevalentemente processi nazionali. Sappiamo che c’è un Paese, la Germania, che ha adottato un piano di riarmo molto consistente, con spese che vengono calcolate nell’ordine dei cento miliardi all’anno per i prossimi anni. Occorrerebbe evitare che si creino degli scompensi tra gli Europei in termini di capacità di difesa, impegnandosi perché eventuali maggiori investimenti nel campo della difesa possano servire per un progetto comune di difesa europea. Per essere credibile, una difesa comune europea necessita a monte di una politica estera comune, altrimenti non si capisce in quali condizioni e in quali circostanze una difesa europea potrebbe essere messa alla prova o utilizzata. Quanto al tema dei futuri allargamenti, c’è da considerare che per lo meno uno dei Paesi candidati, cioè l’Ucraina, è diventata in questi anni una potenza militare che ha sviluppato un know how straordinario in particolare nel campo di alcune tecnologie che si sono rivelate fondamentali per la difesa dell’Ucraina: penso al settore dei droni, dove oggi l’Ucraina è un leader mondiale, ma penso anche all’uso dell’intelligenza artificiale. Da questo punto di vista, l’allargamento, in particolare all’Ucraina, se e quando avverrà, perché è destinato ad un processo lungo che dovrà soddisfare tutta una serie di condizioni, potrebbe essere un valore aggiunto per la difesa europea.
La legislatura è quasi alla sua conclusione. Tempi di bilanci. Che bilancio si può fare della politica estera del governo Meloni, in rapporto soprattutto a quello che è stato, per decenni, un tratto distintivo della politica estera dell’Italia, cioè la sua vocazione mediterranea?
Un giudizio ponderato sulla politica estera del governo Meloni dovrebbe tenere conto, a mio avviso, da dove si partiva, e quale erano anche le aspettative, o i timori, dei nostri partners internazionali rispetto alla novità di un governo di centrodestra guidato da una donna che aveva nel suo dna una storia molto particolare, cioè il collegamento diretto con le forze estreme della destra italiana. Sotto questo profilo, la prestazione complessiva del governo Meloni è stata più positiva di quello che si poteva aspettare o di quello che si poteva temere al momento dell’insediamento .Quello che è mancato, a mio avviso, è stato un impegno maggiore in Europa, con l’Europa e con i partners europei. La presidente del Consiglio ha sviluppato un ragionamento molto transazionale nei confronti dell’Europa, del tipo la uso finché mi serve ma non m’impegno più di tanto per un rilancio del progetto europeo. Sotto questo profilo ci si poteva aspettare un maggiore impegno del governo italiano in Europa e per l’Europa. Sul Mediterraneo, non si può parlare sicuramente di un protagonismo italiano. Lo abbiamo visto anche rispetto a situazioni più problematiche che sono particolarmente rilevanti per gli interessi italiani: penso, per esempio, al caso della Libia in cui non mi è parso di cogliere alcuna iniziativa degna di essere ricordata per ricostituire le condizioni per una pacificazione e una riconciliazione nazionale in Libia. Più in generale, il governo ha scontato le difficoltà di confrontarsi con uno scenario estremamente problematico come è quello del Mediterraneo, per di più condizionato da tutto quello che è successo nel vicino Medio Oriente. Lì il governo ha brillato soprattutto per il silenzio, per l’assenza di iniziative di un certo rilievo che possano essere menzionate all’attivo della prestazione complessiva del governo italiano in quella regione.