Il membro della Direzione nazionale Pd

Intervista ad Arturo Scotto: “Trump parodia del Padrino, Meloni dovrebbe scusarsi con gli italiani”

«Ha venduto a lungo ai cittadini la favoletta della “special relationship” col presidente Usa, ma sono tantissimi i buoni motivi per dire che è ora di mandare a casa i patrioti che non riescono a difendere la patria»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

23 Giugno 2026 alle 08:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Arturo Scotto, capogruppo Pd alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico. Donald Trump che dileggia la presidente del Consiglio che ribatte rivendicando l’orgoglio nazionale. Onorevole Scotto siamo caduti così in basso?
Il Presidente degli USA che tratta così un capo di governo merita solo il nostro disprezzo. E chi ridicolizza la Presidente del Consiglio all’estero colpisce gli interessi di tutta l’Italia. Anche di chi non l’ha votata. Trump ormai sembra un pallido imitatore del Padrino nelle relazioni internazionali.Soltanto che persino il padrino aveva più talento e credibilità. Allo stesso tempo Giorgia Meloni dovrebbe esprimere solidarietà agli italiani che hanno subito la sua insulsa politica estera di questi anni.

Perché?
Perché si è dimostrata servile nei confronti di Trump, e ostile verso ogni forma di autonomia europea. Eppure, si sapeva chi fosse Trump: lo aveva già spiegato al mondo nel primo colloquio con Zelensky. Poi con Macron, Sánchez e si può continuare all’infinito. Prima o poi sarebbe toccato pure a lei. Quando hai a che fare con un padrone assoluto è un’eventualità più che probabile. Forse era il caso di mantenere relazioni più formali quando si ha a che fare con una leadership così instabile e umorale. Per preservare innanzitutto l’autorevolezza del ruolo che si riveste e difendere l’indipendenza del paese che si rappresenta.
Dunque, alla doverosa solidarietà nei confronti della Presidente del Consiglio deve accompagnarsi un’altrettanta doverosa reciprocità.

Vale a dire?
Anche Meloni sia solidale con gli italiani a cui per tanto tempo ha venduto la favoletta della “special relationship” con Donald Trump. Solidale con gli italiani per aver auspicato il premio Nobel della Pace a un signore che si stava preparando a fare una guerra folle e illegale in Iran di cui stiamo ancora pagando le conseguenze. Solidale con gli italiani per aver aperto le porte di Palazzo Chigi ai soci in affari di Trump come Musk e altri, portatori di interessi incompatibili con quelli del nostro paese. Solidale con gli italiani per quando ha affermato di poter fare da pontiera sui dazi ed ha invece acconsentito al 15 per cento di rialzo delle tariffe senza battere ciglio. Solidale con gli italiani per quando ha accettato di firmare il 5 per cento del Pil per le spese militari della NATO. Sanchez ha detto no. Poteva fare altrettanto. Solidale con gli italiani per quando ha spedito il nostro improbabile Ministro degli Esteri a officiare come osservatore – unico tra i paesi europei – all’inaugurazione del Board of Peace. Indossando pure il cappellino Maga. Ridicolo e umiliante.
Solidale con gli italiani per quando, in obbedienza ai diktat di Trump, non ha fatto come Francia e Gran Bretagna riconoscendo lo Stato di Palestina in sede Onu. Solidale per quando ha accusato la Global Sumud Flotilla di rompere la possibile tregua a Gaza negoziata da Trump perché voleva arrivare nella striscia e portare gli aiuti. Sono passati sette mesi: Israele occupa il 70 per cento della Striscia, gli aiuti continuano a non arrivare, i palestinesi muoiono o sotto i colpi dell’Idf o per fame e malattie. Solidale con gli italiani per quando ha elogiato gli USA che rapivano illegalmente il Presidente del Venezuela in barba a ogni regola del diritto internazionale. Solidale con gli italiani per non aver reagito a difesa di una cittadina italiana come Francesca Albanese destinataria di sanzioni individuali dagli USA per aver fatto il proprio mestiere di relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori occupati da Israele. Alla faccia del patriottismo. Solidale con gli italiani per non aver difeso la Corte Penale Internazionale quando i magistrati che emettevano mandati di cattura su Netanyahu, Gallant, Sinwar, Hanyeh e Deif venivano colpiti da sanzioni anche loro da un ordine esecutivo di Trump. D’altra parte, alla Cpi ricordano benissimo quale è il Governo che ha liberato un torturatore libico e lo ha riportato in patria su un volo di stato. Solidale con gli Italiani per aver indebolito l’Europa continuando a difendere il diritto di veto dei singoli paesi: il più grande favore che si può fare agli USA che vogliono un’Unione debole. Solidale con gli italiani per il veto che continua a mettere sulla sospensione dell’Accordo Ue-Israele nonostante le palesi violazioni dei diritti umani e la disponibilità di 19 paesi europei. Solidale con gli italiani per aver seguito la retorica della destra di Trump contro il Green new deal: d’altra parte comprare il gas liquido Usa che costa il doppio rispetto agli altri è un atto di autonomia. Solidale con gli italiani per quando ha consentito all’Ice, la polizia politica di Trump, di entrare sul territorio italiano durante le Olimpiadi a fare non si sa cosa. Potrei continuare, ma mi sembrano tantissimi i buoni motivi per dire che è ora di mandare a casa i patrioti che non riescono a difendere la patria. Perché non riescono a difendere innanzitutto loro stessi dalle prepotenze di chi hanno elogiato fino a qualche tempo fa. È vero noi italiani non siamo abituati a implorare niente a nessuno. Tantomeno agli USA. Imploriamo soltanto un governo diverso che la faccia finita con una stagione di buffonate e umiliazioni.

Viviamo in un’epoca in cui la percezione è realtà. Dove la narrazione modifica e a volte cancella la realtà. Per quanto riguarda il Pd, la narrazione mainstream è di un partito dalla leadership fragile, inadeguata; un partito dove a urne ancora lontane già si gioca al toto nomine ministeriali. Onorevole Scotto, siamo a questo punto?
Elly Schlein dirige il Pd da più di tre anni. Una leadership stabile se guardo ai precedenti. Ha riportato il Pd abbondantemente sopra le percentuali dell’ultimo decennio, ha vinto le amministrative in tante città grandi, medie e piccole, ha strappato due regioni alla destra. Se questa è una leadership fragile, allora non ho nostalgia delle cosiddette leadership forti di un tempo. Io penso che in questi anni si sia fatto un mezzo miracolo: il Pd ha recuperato l’identità di un partito del lavoro, ha ricostruito una coalizione competitiva, è tornato ad essere il perno di un campo progressista da cui è difficile prescindere. Scusate se è poco.

Molto si discute di riformismo e riformisti. Chi nel nome del riformismo, magari radicale, esce dal Pd, chi accusa la segretaria Schlein di non avere cultura di governo, e chi le suggerisce “amichevolmente” di lasciare ad Giuseppe Conte la premiership della coalizione. Lei come la vede?
Cosa c’è di più riformista di battersi per il salario minimo? Cosa c’è di più riformista nel chiedere che il lavoro a tempo indeterminato sia la regola e i contratti a termine l’eccezione? Cosa c’è di più riformista di rimettere al centro un modello sociale inclusivo dopo anni di tagli e di privatizzazione strisciante che ha ricacciato indietro il principio dell’universalismo? Cosa c’è di più riformista di una misura universale contro la povertà in un paese dove è riesplosa dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza? Cosa c’è di più riformista di ripristinare un sistema fiscale improntato alla progressività e la generalità togliendo di mezzo tutte le misure corporative che si sono moltiplicate in questo decennio? Cosa c’è di più riformista di anteporre il multilateralismo alle scorribande di potenze declinanti che sdoganano il culto della guerra? Nel dibattito provinciale che attraversa ampi settori della politica e dei grandi media la parola riformismo rischia di essere manomessa, manipolata, sminuita. Il riformismo o è una ricetta per emancipare le classi subalterne e restituire autonomia alla politica rispetto agli interessi forti oppure è puro conservatorismo.

In Italia crescono le diseguaglianze sociali, la forbice tra i pochi che hanno sempre di più e i tanti che hanno sempre di meno ha raggiunto dimensioni drammatiche. Eppure, basta ipotizzare una tassazione dei super ricchi, lo 0,1% degli italiani, per raccontare il Pd come il partito della patrimoniale.
Ne discuteremo nella coalizione. Io non ho tabù, dico solo che è necessario fare i conti innanzitutto con un dato, che viene prima di ogni cosa, spostare la tassazione dai salari alle rendite. Qui c’è una sproporzione che è inaccettabile, la radice della diseguaglianza del nostro paese. Che dipende da chi nasci e dove nasci e non da quello che fai. E poi occorre intervenire sugli extraprofitti di banche, assicurazioni e industrie degli armamenti: la destra ha fatto misure che poi non hanno avuto alcun effetto concreto.

Intanto Meloni fa il pieno di applausi dalla tribuna di Confcommercio.
Andiamo dritti al punto: quando sarà finita la legislatura Giorgia Meloni avrà da rivendicare risultati prossimi allo zero. 220 miliardi di Pnrr, ma siamo vicini allo zerovirgola come crescita. Significa aver perso la più grande occasione di investimenti che questo paese abbia mai avuto. Se non avessimo avuto quelle risorse saremmo tecnicamente in recessione. Mi sfugge francamente per cosa occorra applaudirla. La verità è che la destra sta accompagnando il declino del nostro paese. Sa cosa lo dimostra? Un rapporto dell’Unicef che non ha scatenato alcun dibattito. Il raddoppio in cinque anni del lavoro minorile. Incidenti mortali compresi. Ma non produce alcuno scandalo questa realtà. Interessa più il dibattito su chi non c’era nella foto tra Schlein, Fratoianni, Conte e Bonelli. Ci stiamo ammalando di retroscenismo. Nel frattempo, presenteremo una mozione. Il parlamento ne deve discutere.

Altro fronte di attacco a Schlein è quello della pace. Assente sull’Ucraina, troppo filo-Pal in Medio Oriente.
Non capisco di cosa si parli. Abbiamo avuto un solo linguaggio sempre di fronte a ogni crisi aperta: il diritto internazionale viene prima della legge del più forte, del più ricco e del più prepotente. E’ stata la nostra bussola in Ucraina come a Gaza. Abbiamo sempre detto allo stesso tempo che la corsa al riarmo era un’avventura, perché il modello sociale europeo si difende partendo da investimenti in scuola e sanità, non in carrarmati e missili. Io non riesco a pensare a un’Europa che sceglie di blindarsi, nel momento in cui declina sul terreno demografico, abbandona il terreno della ricerca pubblica, unico terreno per competere con le potenze vecchie e quelle emergenti, si condanna a non svolgere alcuna funzione nei teatri di crisi aperti a est e a sud. Finora, non siamo proprio pervenuti. L’illusione che per contare dobbiamo scommettere sulla deterrenza è un altro portato di un Novecento che sembra non voler passare.

Per lei che è un frequentatore di piazze e che ha messo faccia e corpo nella prima Global Sumud Flotilla, essere etichettato come “movimentista” è un dispregiativo?
Qui sta saltando tutta l’armatura del diritto internazionale che dopo la seconda mondiale e l’orrore dell’olocausto aveva animato le scelte delle classi dirigenti globali e protetto il pianeta da una terza guerra mondiale e noi parliamo di movimentismo? Quelle piazze sono animate da un unico principio: il rispetto della legalità internazionale. Dovrebbero essere ringraziate, non vilipese.

23 Giugno 2026

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