Parola all'europarlamentare

Intervista a Marco Tarquinio: “Lo scontro Trump-Meloni? Siamo nell’era dei narcisi neri”

«Nel dna di queste destre è radicato un egotismo politico che induce a scontrarsi anche tra parenti e amici, proprio come i sovrani assoluti d’un tempo, quelli che dicevano “l’Etat c’est moi”. Niente a che vedere con l’interesse nazionale»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

1 Luglio 2026 alle 17:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Marco Tarquinio, europarlamentare, già direttore di Avvenire.

Al di là degli insulti di un uomo con evidenti problemi comportamentali, cosa c’è di sostanza politica nei reiterati attacchi di Donald Trump a Giorgia Meloni?
È in corso una vertiginosa accelerazione del passaggio dall’Alleanza Atlantica alla Frattura Atlantica. E il vertice NATO di Ankara nei prossimi giorni promette di certificarlo. Vedremo. La crepa tra USA ed Europa comunitaria era stata aperta da tempo, ma la rottura è resa più drammatica dalle politiche e dai diktat di Donald Trump. E questo continua a sconvolgere tutto. Sfrena guerre e prove di forza e mette in crisi i rapporti tra quegli Stati occidentali che per quasi 80 anni avevano saputo essere tenacemente, anche se non sempre felicemente, solidali tra loro. Lo scontro tra Trump e Meloni testimonia che non sono risparmiate nemmeno le relazioni tra leader e soggetti politici affini, e comunque soci dello stesso “cartello” internazionale, come appunto la destra suprematista e post-repubblicana del presidente USA e la destra etnosovranista e post-fascista della premier italiana. La dose d’urto di narcisismo della polemica Trump-Meloni è davvero rivelatrice…

Perché usa la categoria del “narcisismo” per descrivere questo aspetto dello scontro tra le due sponde dell’Atlantico?
Trump e Meloni parlano e si preoccupano di sé stessi e del proprio potere, non dei rispettivi Paesi e tantomeno dell’alleanza euroatlantica. Tutta la loro polemica è vigorosamente e stucchevolmente autocentrata.

Eppure, c’è chi sostiene che il tycoon, attraverso Meloni, volesse colpire l’Europa.
Non penso che fosse l’obiettivo primario. Era già chiara l’insofferenza di una parte significativa dell’establishment vecchio e nuovo degli USA contro la UE, per il polo politico ed economico alternativo che essa, con i suoi valori e nonostante i suoi difetti, rappresenta e deve rappresentare di più nell’era delle competizioni egemoniche da depotenziare e del policentrismo cooperativo da affermare. Un polo democratico, solidale, equo, ben regolato e perciò accogliente. Capace di generare un’idea di “cittadinanza comune” che non contempla l’omogeneità etnica e che non è solo giuramento su una bandiera, ma adesione a una concezione di servizio alla vita concreta delle persone, oltre le identità anguste e tendenzialmente conflittuali dei vecchi Stati. Una realtà che è stata a lungo generativa di pace e benessere, tendendo a quello che Stefano Zamagni definisce l’esser-bene. La UE ha dimostrato la sensatezza dell’azione costante e riformatrice per imporre, e adeguare, le necessarie briglie al capitalismo, realizzando un’economia sociale di mercato e, via via, costruendo argini e contraltari ai noncuranti aggressori dell’ambiente e agli oligarchi digitali. Tutto questo è sotto attacco delle destre europee e globali, a volte persino con la complicità di forze democratiche che non sembrano cogliere la portata della spallata in atto. Penso ovviamente anche a quello che accade nelle stesse istituzioni europee, dove si tenta di liquidare come “ideologico” l’impegno per mitigare la crisi climatica e si punta a trasformare il complesso e umanissimo fenomeno migratorio in un truce affare di ordine pubblico e di propaganda elettorale.

Meloni si vanta in effetti di aver orientato l’Europa sulla linea securitaria in materia di immigrazione. Non è una macchia nera per i principi e i valori posti a fondamento della UE?
Vedo una resa alle parole d’ordine di chi vuole smontare l’Europa comunitaria. E infatti, col mio gruppo parlamentare S&D, ho lavorato per correggere il Regolamento rimpatri e, a metà giugno, ho votato no come tutti gli eurodeputati di PD, AVS e M5S. Quelle norme puntano a far deragliare in senso duramente securitario il già brutto Patto sulle migrazioni. È pesante lo scontro tra princìpi fondamentali dell’Unione e pretese di rimpatrio persino di persone minori o provenienti da Paesi in guerra o sotto regimi terribili, come quello dei talebani afghani. Si intaseranno di ricorsi i tribunali… Eppure, la realtà è in parte diversa dalla narrazione ossessiva delle destre. Quel grande esperto di Gianfranco Schiavone ha cominciato a spiegarlo proprio sulle pagine dell’Unità del 19 giugno, a proposito dei centri di respingimento europei in Paesi extra UE. Non c’è neanche un via libera automatico ai centri di detenzione voluti da Meloni in Albania. Ciò, detto, il segnale è gravissimo: quando si comincia a negare diritti ad alcuni, presto o tardi, si tolgono a tutti.

Torniamo su quello che definisce il “narcisismo politico” delle destre.
Siamo nel tempo dei narcisi neri. E a mio parere, la polemica Trump-Meloni aiuta a capirlo meglio. In queste destre, nel loro dna, è radicato un egotismo politico che induce a scontrarsi anche tra parenti e amici, proprio come i sovrani assoluti d’un tempo, quelli che dicevano “l’Etat c’est moi”. Niente a che vedere – come mi ha subito fatto notare un amico molto acuto – con l’autentico interesse nazionale. E di certo queste polemiche non sono condotte mai per passione della giustizia e dell’umanità.

Uno dei risultati è la fine della suggestione di Meloni come governante europea più vicina all’attuale presidente USA…
È un dato di fatto. Trump si è pavoneggiato con la storia della “foto implorata” da Meloni per vendicarsi della riluttanza della premier italiana ad allinearsi con la consueta docilità. E Meloni ha reagito con veemenza all’affronto personale. Per mesi e mesi, invece, il governo italiano di destracentro non ha avuto nulla da obiettare ai colpi all’interesse dell’Italia e dei Paesi europei e mediterranei: i dazi USA, la guerra al massimo grado di disumanità contro palestinesi e libanesi pianificata da Netanyahu e, da ultimo, l’attacco israelo-statunitense all’Iran con la conseguente e ancora irrisolta crisi energetica di Hormuz. Neanche mezza parola e mezza azione non vuotamente propagandistica. È mortificante, e vergognoso. I capi della destra globale si riempiono la bocca di patria e sovranità, persino di religione, ma sanno solo dire “io”. Mettono costantemente la propria immagine sopra a tutto. E mentono sull’essenziale.

Qual è questa grande menzogna?
Nel caso del presidente Trump basta seguire cronache. Non sta facendo grande la sua America, la sta riducendo a mediocre potenza politica e ad aggressivo, eppure non risolutivo, attore bellico globale. Nel caso dell’Italia di Meloni, a Tajani e Salvini la menzogna è lo svuotamento della proclamata rinuncia alla guerra, anzi del suo ripudio. In Iran, in Libano, in Palestina, in Ucraina… e questo nonostante che la Costituzione della Repubblica ci impegni in direzione esattamente contraria. Chi governa a Roma è complice dei massacri in atto. Invia armi, continua affari, chiude gli occhi, sbaglia affermazioni, non sviluppa diplomazia, rivendica distacco dalle azioni belliche, salvo che poi arriva il segretario generale della NATO e sbandiera 500 attacchi aerei all’Iran condotti grazie alle nostre basi. La Difesa ha cercato di smentire, e Meloni ha liquidato Rutte come un “imprudente”. Aggettivo appropriato, ma che non nega nulla. Rutte è un altro narciso: in realtà non parla dell’Alleanza e per l’Alleanza, non si preoccupa delle conseguenze di ciò che dice, difende sé stesso e canta il collaborazionismo bellico che ha saputo ottenere, lui, dagli europei per compiacere il signore della Casa Bianca.

Un nervo scoperto, in Italia e in Europa, riguarda Israele. Il governo italiano, assieme a quello tedesco, ha impedito la sospensione dell’accordo commerciale della UE con lo Stato d’Israele, nonostante Gaza, nonostante la violenza legalizzata dei coloni in Cisgiordania, nonostante la guerra in Libano.
Avremmo dovuto essere noi italiani ed europei a propiziare il cessate-il-fuoco considerato anche il nostro ruolo nell’UNIFIL. Ma ora noi tutti dobbiamo lavorare perché in Libano, a Gaza e in Cisgiordania le tregue siano vere e diventino anticamere di de-escalation e pace, non un coperchio su continui furti di terra altrui e violenze d’ogni tipo. Il ritorno della Politica passa anche dalla rimozione dei no di Meloni e Mertz che impediscono alla UE una pressione efficace sull’Israele di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich.

Altro fronte caldo resta quello dell’Ucraina. Qui l’Europa continua nelle sanzioni alla Russia e nel riarmo dell’Ucraina. Chi eccepisce viene tacciato di essere filo-Putin e ora anche seguace di Vannacci.
Ma ci facciano il piacere… A quelli che eccepiscono al nostro eccepire al ritorno della politica di potenza e al riarmo nazionalista, consiglio di eccepire piuttosto alla strage e alle distruzioni che continuano! Eccepiscano, da paladini del buon diritto, al fatto che negli Stati della UE ci si prepara a revocare la protezione umanitaria ai rifugiati ucr0aini in età per essere spediti al fronte. Eccepiscano alla veemenza con cui è stata bloccata l’iniziativa del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per annodare un filo diretto di negoziato con il Cremlino per far uscire Ucraina e Russia dallo stallo in cui si trovano mentre la guerra si fa più devastante con l’uso di armi terribili da una parte e dall’altra. È grave che Kaja Kallas, responsabile della diplomazia UE, neghi alla radice la possibilità stessa di un nostro ruolo negoziale, perché stiamo e staremo accanto all’Ucraina. Stare con l’Ucraina non significa garantire solo soldi, armi e il rimpatrio di profughi ucraini da trasformare in carne da cannone!

Le stime dei morti e degli invalidi sono impressionanti.
Sì, sono sconvolgenti. Milioni di persone. Lavorare per il negoziato significa volere la fine del massacro degli ucraini. E significa volere che finisca anche il massacro dei russi mandati da Putin a invadere l’Ucraina. Nessuno soffre e muore di meno. E l’Europa non può farsi guardiana di una disumana dottrina della guerra fino alla vittoria finale. Non esistono vittorie finali, solo tragedie finali. Soprattutto se l’orribile arma che può consentire l’illusione della vittoria, la Bomba, ce l’ha una parte sola, la Russia.

1 Luglio 2026

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