Il presidente di Sinistra per Israele

“Si può essere contro Hamas e contro i crimini di Netanyahu: non c’è altra soluzione dei due popoli, due Stati”, parla Fiano

“Contestare chi combatte Bibi da sinistra, insieme a democratici israeliani e palestinesi, non aiuta il popolo palestinese: aiuta la logica dei muri contrapposti. Non c’è altra soluzione che due popoli, due Stati”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

10 Giugno 2026 alle 08:00

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AP Photo/Stefan Jeremiah – Associated Press/LaPresse
AP Photo/Stefan Jeremiah – Associated Press/LaPresse

Emanuele Fiano, già deputato del Partito democratico, è il terzo e ultimo figlio (dopo Enzo e Andrea) di Nedo Fiano (1925-2020), ebreo deportato ad Auschwitz e unico superstite di tutta la sua famiglia, e della moglie Rina Lattes, anche lei instancabile testimone degli orrori della Shoah, scomparsa nel febbraio 2021. Il suo impegno, le sue convinzioni, nascono anche da un vissuto che non si può, non si deve cancellare. Perché senza memoria non c’è futuro.

Emanuele Fiano, lei è presidente di Sinistra per Israele. La metto diretta: quale sinistra per quale Israele?
Le rispondo partendo da un fatto concreto. Ieri a Torino abbiamo promosso un’iniziativa intitolata “Sconfiggere Netanyahu”: più di centoventi persone in sala, rappresentanti dei Partiti campo democratico e riformista italiano, e voci israeliane e palestinesi collegate da remoto: Chen Arieli vice sindaca di Tel Aviv, Samer Sinijlawi politico palestinese e Roberto Della Rocca italo israeliano dei Democratici. Per noi essere Sinistra per Israele significa lavorare perché le forze progressiste italiane costruiscano rapporti con le forze democratiche israeliane e palestinesi. L’obiettivo resta quello di due Stati liberi, democratici e sicuri, uno accanto all’altro. Fuori dalla sala, mentre discutevamo di come sconfiggere Netanyahu e la destra messianica israeliana, un gruppo pro-Palestina manifestava contro di noi. Contestare chi combatte Netanyahu da sinistra, insieme a democratici israeliani e palestinesi, non aiuta il popolo palestinese: aiuta la logica dei muri contrapposti. È fondamentalismo politico. La sinistra che vogliamo non rinuncia ai diritti dei palestinesi, ma non cancella Israele; non cancella il 7 ottobre, ma nemmeno i massacri di Gaza; combatte l’occupazione, la violenza dei coloni, l’estrema destra israeliana e il terrorismo palestinese finanziato dall’Iran. L’Israele a cui guardiamo non è quello di Netanyahu, Ben-Gvir o Smotrich: è l’Israele democratico, laico, pluralista, che lotta per la pace, per gli ostaggi e per una soluzione politica.

Sinistra per Israele ha aggiunto nel suo logo “Due popoli, due Stati”. Ma con la colonizzazione invasiva della Cisgiordania e con Netanyahu che rivendica la rioccupazione del 70% della Striscia di Gaza, parlare di Stato palestinese non è un salvarsi la coscienza?
Guardi, onestamente non saprei da cosa dovrei lavarmi la coscienza. Da quando ragazzino mia madre mi portava alle riunioni di Sinistra per Israele, io non ho mai smesso di credere che senza uno Stato palestinese democratico, nato in sicurezza accanto a Israele, non ci sarà soluzione. Non ho cambiato idea. Se questa fosse una formula per lavarsi la coscienza, bisognerebbe chiederlo a David Grossman, alla memoria di Amos Oz e di Abraham Yehoshua, a Standing Together, ai palestinesi che parlano con noi di due Stati per due popoli. Non sono ingenuo. So che oggi questa soluzione appare lontanissima: colonizzazione, violenza dei coloni, progetti di rioccupazione di Gaza, estremismo messianico israeliano. E so che dopo il 7 ottobre e dopo Gaza molti israeliani e molti palestinesi non credono più che l’altro popolo possa essere un interlocutore. Ma abbiamo un’altra soluzione? Dobbiamo dare ragione a Ben-Gvir e Smotrich, cioè all’idea suprematista della cacciata dei palestinesi? O alla strategia dei proxy iraniani, da Hamas a Hezbollah agli Houthi, che vogliono convincere gli israeliani che non ci sarà mai pace? Io non cedo né agli uni né agli altri. Rabin e Arafat, nel 1993, si strinsero la mano quando ciascuno poteva pensare che l’altro avesse le mani sporche del sangue del proprio popolo. Capirono che la logica della forza era ingiusta e impraticabile. Israeliani e palestinesi non avranno mai lo stesso racconto della storia, ma la pace nasce quando ciascuno riconosce il diritto e il dolore dell’altro. Due Stati per due popoli non è un modo per salvarsi la coscienza: è l’unica via per salvare la politica dalla vendetta e dal fondamentalismo.

Dopo i video sul trattamento barbaro a cui sono stati sottoposti gli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’Italia ha scoperto l’esistenza di Itamar Ben-Gvir. Ma sul banco dei sanzionabili non dovrebbe esserci il governo israeliano, e non solo un ministro?
Partirei da un principio: la responsabilità penale è individuale. Vale per tutti: Israele, Gaza, 7 ottobre, ostaggi, civili palestinesi uccisi e terroristi di Hamas. Se singoli ministri, militari, dirigenti politici o comandanti hanno commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità o altri reati, è giusto che ne rispondano davanti alla giustizia. Non faccio sconti a nessuno, ma voglio l’accertamento terzo e indipendente della verità. Per quello che ho visto di Ben-Gvir, certo che va sanzionato. Poi c’è la responsabilità politica. Il problema non è solo Ben-Gvir: è il volto più brutale e razzista di una destra messianica e suprematista che sostiene Netanyahu e spinge Israele verso una catastrofe politica, morale e strategica. La pressione internazionale deve colpire occupazione, violenza dei coloni, annessione, rioccupazione permanente di Gaza. Ma fare pressione su Israele non può voler dire punire un intero popolo. Sullo sfondo c’è il tabù della parola genocidio. Io penso che serva rigore: ci sono studiosi autorevoli che la usano per Gaza, e altri altrettanto autorevoli che non la condividono. Una parola così carica della tragedia del Novecento non dovrebbe diventare una bandiera identitaria; sul profilo penale devono pronunciarsi le corti. La discussione sul nome non può diventare un alibi. A me non serve quella parola per condannare l’uccisione di un solo civile innocente. A Gaza ci sono stati massacri, fame, distruzione, condizioni disumane. Il compito di un democratico è fermare la guerra, liberare gli ostaggi, proteggere i civili palestinesi, far entrare cibo e farmaci. Aggiungo: la parola genocidio sta diventando una specie di giudizio di Torquemada. Se la pronunci sei “potabile”, se non la pronunci sei un traditore, un reietto. È accaduto a Erri De Luca e agli esponenti ebrei LGBTQI+ di Keshet, esclusi dal Pride di Roma. È fondamentalismo forsennato: quello contro il quale la sinistra dovrebbe ribellarsi sempre.

Le chiedo quello che ho chiesto ad Anna Foa, Stefano Levi Della Torre e Gad Lerner nelle interviste che hanno impreziosito il dibattito realizzato da l’Unità: cosa rappresenta per lei il sionismo?
Il sionismo è il nome storico del movimento di autodeterminazione del popolo ebraico. Nasce molto prima della Shoah, nella seconda metà dell’Ottocento, e si organizza politicamente alla fine di quel secolo. Va respinto il collegamento storicamente sbagliato per cui il sionismo sarebbe semplicemente una conseguenza della Shoah. La Shoah produsse profughi e superstiti che videro nel nascente Stato di Israele un porto sicuro, ma l’idea precede la Shoah: anche il popolo ebraico, come ogni altro popolo, ha diritto alla propria autodeterminazione. Si può e si deve discutere delle correnti del sionismo, delle sue leadership, dei governi israeliani, delle scelte dello Stato di Israele. Ma questo vale per qualsiasi movimento nazionale diventato Stato. Non si identifica l’intera storia di un popolo con il suo governo peggiore. Molti si definiscono antisionisti perché sono contro Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich, l’occupazione, la guerra a Gaza. Ma quella è una critica, anche radicale, al governo israeliano: del tutto legittima. Quando invece l’antisionismo diventa negazione del diritto di Israele a esistere, cambia natura. Se riconosci a tutti i popoli il diritto all’autodeterminazione, ma lo neghi soltanto al popolo ebraico, stai discriminando gli ebrei. E lì l’antisionismo diventa antisemitismo. Per me il sionismo resta il diritto del popolo ebraico a vivere libero e sicuro nella propria casa nazionale. Per questo combatto chi, dall’interno di Israele, ne tradisce la vocazione democratica. Il sionismo deve restare un movimento di liberazione nazionale, non diventare uno strumento di oppressione di un altro popolo.

La diaspora e Israele: un rapporto complesso, difficile, a volte doloroso. Non crede che oggi Benjamin Netanyahu, con la sua guerra, sia uno dei fomentatori dell’odio verso Israele?
Non ho dubbi che le azioni, le parole e le scelte di Netanyahu e del suo governo abbiano prodotto un odio sconfinato verso Israele e spesso anche verso il popolo israeliano. Questa guerra, i massacri di civili, Gaza ridotta in condizioni disumane, la violenza dei coloni, il linguaggio dei ministri dell’estrema destra: tutto questo ha alimentato una frattura profondissima. Però non userei Netanyahu per lavarci la coscienza su un’altra verità: esiste un fiume carsico che si chiama antisemitismo. A volte è più nascosto, a volte torna in superficie. E oggi torna anche dentro manifestazioni, parole d’ordine, esclusioni e discriminazioni che colpiscono non solo il governo israeliano, ma cittadini israeliani, ebrei, associazioni ebraiche, persone che magari quel governo lo combattono da sempre. A me basterebbe che tutti accettassero il principio contenuto nella definizione IHRA: le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. Criticare Netanyahu, l’esercito, i ministri e la guerra non è antisemitismo. Io lo faccio continuamente. Ma quando Israele viene trattato in modo diverso da qualsiasi altro Paese, quando la colpa diventa collettiva, quando un cittadino israeliano o un ebreo viene chiamato a rispondere delle azioni di Netanyahu, quando si discrimina chi non pronuncia la parola d’ordine giusta, allora il sospetto di antisemitismo non è una paranoia: è un problema politico reale. Questo non diminuisce di un millimetro l’orrore di Gaza. Ma ci obbliga a chiederci perché verso Israele scatti così spesso un giudizio speciale, assoluto, totalizzante. Dunque, sì: Netanyahu ha fomentato odio verso Israele e ne porta una responsabilità storica enorme. Ma non spengo la torcia che cerca di vedere anche l’altra parte del buio: l’antisemitismo che approfitta degli errori e dei crimini di un governo per colpire un intero popolo.

10 Giugno 2026

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