Sionismo, antisionismo, vittimismo

Intervista a Stefano Levi Della Torre: “Quinta colonna di Trump e Netanyahu, che orrore quegli ebrei diventati fascisti”

“Gli scontri del 25 aprile con gli antifascisti sono stati voluti: si è cercato l’incidente per poter gridare all’antisemitismo. La vicenda è sintomatica di una deriva dell’ebraismo, che da presidio dei diritti e di civiltà si è trasformato in alleanza con le destre suprematiste e razziste”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

15 Maggio 2026 alle 09:00

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Intervista a Stefano Levi Della Torre: “Quinta colonna di Trump e Netanyahu, che orrore quegli ebrei diventati fascisti”

Stefano Levi Della Torre, saggista e pittore, è tra le figure più autorevoli, sul piano culturale e per il coraggio delle sue posizioni, dell’ebraismo italiano. Per la nettezza delle affermazioni e la loro profondità, l’intervista concessa a l’Unità farà discutere.

Gli spari contro manifestanti dell’Anpi il 25 Aprile a Roma da parte di un giovane che rivendicava la sua appartenenza alla “Brigata Ebraica” sono il segno inquietante che i germi della violenza da Israele si sono diffusi anche nella diaspora ebraica?
Gli spari di Roma derivano dal conflitto tra la destra ebraica e l’Anpi, accusata di solidarietà con i palestinesi e quindi di essere contro l’Israele di Netanyahu, quindi di essere “antisemita”. Ma quegli spari sono un problema per la destra perché rivelano che è da quella parte che si importa in Italia lo spirito di guerra. Per questo si dirà che si è trattato di un fatto individuale di un giovane, non di una mentalità diffusa e coltivata nella destra della Comunità ebraica di Roma. A Roma un atto di aggressione. A Milano invece si è trattato invece di una provocazione per essere aggrediti, per poter poi accusare gli antifascisti di aver cacciato gli “ebrei” dal corteo e dunque di essere infestati dall’ “antisemitismo”. È la linea del presidente della Comunità ebraica di Milano, Meghnagi, che ha pubblicamente proclamato la destra (post)fascista di La Russa e Meloni “difensora degli ebrei”, contro la sinistra che rappresenterebbe una minaccia antisemita perché contro l’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir. Era un’operazione di facile decifrazione, che strumentalizzava la questione della Brigata Ebraica.

In che modo?
Il suo ricordo avrebbe pieno diritto di essere rappresentato il 25 Aprile avendo partecipato nel 1944 alla guerra contro i nazifascisti in Italia come reparto delle truppe inglesi. Ma quelli che si sono assunti ora la rappresentanza della Brigata di allora, si sono assunti anche la responsabilità di fare da scorta dentro la manifestazione del 25 Aprile a chi esibiva bandiere israeliane e ritratti di Netanyahu e di Trump, in antitesi con lo spirito della liberazione e dell’antifascismo. L’intento era appunto quello di provocare una reazione del corteo (che infatti c’è stata ma senza violenze), per poi lamentare che “gli ebrei” erano stati cacciati dagli antifascisti per “antisemitismo”. Qualcuno ha anche sentito gravi frasi antisemite: l’antisemitismo è diffuso a destra e a sinistra ed è in crescita. Ma la provocazione serviva a buttare il sospetto di antisemitismo su tutta l’enorme manifestazione. L’intento della provocazione della destra ebraica l’ha chiarito benissimo Meloni: ha minimizzato gli spari di Roma tacendoli, mentre ha gridato allo scandalo perché “gli ebrei” erano stati cacciati dagli antifascisti a Milano. C’è infatti un’alleanza non casuale tra la destra fascista e la destra ebraica, a sostegno dell’Israele di Netanyahu. Ma a parte le beghe locali, tutto ciò dice che il conflitto interno agli ebrei è radicale, come lo è localmente lo è nel mondo e in Israele: da una parte, una maggioranza in appoggio all’Israele di Netanyahu qualunque cosa faccia o diventi, dall’altra una minoranza che pensa che l’Israele di Netanyahu influisca negativamente sulla civiltà e sulla propria esistenza, e cerca di costruire un’alternativa in appoggio agli israeliani e ai palestinesi che si oppongono a questa degenerazione. In mezzo una vasta zona grigia che trova troppo angosciosi i fatti, si aggrappa agli stereotipi positivi tradizionali su Israele e cerca di evitar di vederne le mutazioni.

Resta la difesa ad oltranza d’Israele, anche quando chi lo governa si macchia di crimini efferati. Per parafrasare il titolo del bel libro di Anna Foa, in questo modo non si compie “il suicidio della diaspora”?
Non credo che la spaccatura che si sta sviluppando tra gli ebrei nel mondo sia un suicidio. Al contrario è un sintomo di reattività vitale e necessaria. È la risposta a una degenerazione. Da un lato c’è chi declina la propria identità ebraica come incondizionata adesione allo Stato di Israele, c’è chi ha identificato l’ebraismo con uno Stato, qualunque natura sia venuto ad assumere e qualunque politica stia seguendo, dall’altra c’è chi sostiene che l’essere ebrei comporti una responsabilità di critica alle mutazioni, al nazionalismo che declina in oppressione, sterminio e guerra. L’ebraismo come tradizione culturale, come dottrine elaborate nei secoli non si è mai identificato con uno Stato, né con una politica. Né la storia ebraica si è mai riassunta solo come storia di persecuzione, come sostiene una retorica vittimistica che nutre la destra. È stata anche una storia di relazioni positive con le nazioni, uno scambio di collaborazione e di pensiero. Relazione e persecuzione. Negazione e collaborazione: questa è la drammatica combinazione che ha prodotto la straordinaria durata degli ebrei: da un lato una resistenza, senz’armi, di testarda e fedele ripetizione, dall’altro una capacità di variazione e rinnovamento. La loro capacità di non essere un’unica nazione ma molte, e di essere una rete tra le nazioni. Tenevano congiunti gli ebrei alcuni testi canonici, la Torah, comune a tutti ma per la sua portata insieme specifica e universale, capace di osmosi con altre culture, per arricchirle e arricchirsene. È questa l’esperienza globale e locale della diaspora ebraica: la capacità di essere “glocali”. In questo la capacità di durata degli ebrei, mentre imperi potenti armati crescevano, dominavano e decadevano. Sostituire questa esperienza storica con un’aspirazione univoca al nazionalismo è una negazione della strategia di durata degli ebrei.

Un j’accuse possente…
Quelli che credono di preservare l’ebraismo facendone una forma di nazionalismo e di fedeltà acritica a uno Stato-guida, quelli che pensano che l’umanità sia fatalmente antisemita per cui l’unica garanzia sia la forza e il militarismo, che fanno dell’“identità” un guscio armato e un ghetto fortificato, rinunciano a nutrire la capacità vitale, spirituale e culturale dell’esperienza ebraica tra le nazioni. Dello stesso Stato di Israele tra le nazioni, piuttosto che contro le nazioni e le civiltà. Si sentono più sicuri nell’assimilazione: nell’assimilare lo Stato di Israele a un regime fortificato, come ce ne sono tanti, e recano in sé i sintomi dell’irrigidimento e della necrosi.

Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich non sono alieni venuti da Marte. Essi rappresentano lo spirito di una parte significativa, non sappiamo se maggioritaria, della società israeliana. È la vittoria della disumanizzazione?
In Israele c’è stata una forte coscienza democratica che via via si è ridotta per l’infezione della “questione palestinese” lasciata irrisolta e vissuta come pericolo “esistenziale” inscritto, coi territori occupati, o controllati come Gaza, nello stesso sistema di Israele. Di qui, la crescita della discriminazione etnica, del razzismo antipalestinese, e dell’ossessione della sicurezza, verso l’esterno e verso l’interno di un sistema che implica l’oppressione e la disumanizzazione di un altro popolo. La sicurezza è un problema reale, concretissimo ma che la destra ha trasformato in ideologia. Perché la destra si nutre dello stato di guerra, del permanente “stato di eccezione”, e per sua natura e necessità teme la pace. In Israele, la consapevolezza delle proprie responsabilità è compressa da una diffusa ossessione per la propria innocenza, perché il riconoscimento di qualunque responsabilità è sentita come il modo di mettere in discussione la legittimità esistenziale di Israele. Questa ossessione esistenziale di innocenza non ammette una coscienza storica diffusa, preferisce declinarsi in vittimismo che esime dal riconoscere le proprie responsabilità e anche le proprie vittime. E finisce per disumanizzarle trascolorando in razzismo: “Noi siamo per la vita, loro (i palestinesi) sono per la morte. Vogliono la nostra morte e ci costringono a ucciderli per difenderci”: è un luogo comune diffuso da molto tempo in Israele. Ora siamo arrivati al punto che neanche più questo regge: su proposta di Ben-Gvir, la Knesset (il Parlamento) ha introdotto per la prima volta in Israele la pena di morte ma riservata ai palestinesi, e Ben-Gvir ha festeggiato questo suo successo parlamentare con una danza, apponendosi un distintivo a forma di cappio dorato ed è stato festeggiato dalla sua signora con una torta con la stessa affettuosa decorazione patibolare: come a ripetere lo slogan dei fascisti spagnoli di Franco nel 1937: “Viva la muerte!”. È un sintomo della barbarie e del razzismo a cui è arrivato non un privato cittadino ma un ministro e la maggioranza del parlamento di Israele. Il quale a stragrande maggioranza ha anche legalizzato la tortura, già applicata normalmente ai palestinesi nelle carceri, ma ora inscritta nel sistema giuridico. (A meno che la Corte Suprema non la respinga). Questo crollo di civiltà si va appunto facendo sistema.

Quali ne sono i connotati?
Nazionalismo militarista, attacco allo stato di diritto e alla divisione dei poteri; infrazione sistematica del diritto e degli accordi internazionali; sequestro di persone e discriminazione etnico-razziale; auto-giustificazione vittimistica, censura e falsificazione nell’informazione e assassinio mirato di testimoni e giornalisti, criminalizzazione dell’opposizione; sobillazione al narcisismo etnico-razziale; disumanizzazione dell’altro in quanto nemico o vittima; devastazione e sterminio, crimini di guerra e atrocità di massa, genocidio umano e culturale, carestia indotta e divieto di soccorso; vocazione sistematica alla guerra per ricattare il proprio popolo e indurlo a subordinarsi al governo, diritto della forza contro la forza del diritto; sopraffazione e guerra “preventiva” come missione “esistenziale”;   debordamento dell’ideologico nel religioso, riduzione idolatrica del Dio universale a un dio localistico e nazionale: Gott mituns; “irredentismo” territoriale “biblico” che imputa ai palestinesi sotto occupazione di occupare terre ebraiche. Tutti questi sono caratteri del fascismo. E non hanno solo una dimensione politica, ma anche antropologica: costituiscono una visione del mondo e dell’umano. Fin dall’inizio del sionismo, questi elementi e i loro opposti erano già presenti, come lo sono nella formazione di ogni nazione. Così, nel Risorgimento italiano, principi di fascismo e al contrario principi di libertà, emancipazione sociale e civile già confliggevano tra loro, per arrivare a un loro scontro decisivo nella Resistenza e con la Costituzione. Uno scontro che, come si vede, ha oggi una ripresa, in Europa, in America e in Israele.

Quale ne è il tratto comune?
Un conflitto di civiltà tra fascismo e antifascismo sta di nuovo attraversando la civiltà occidentale. Poiché Israele vive in una cerniera nevralgica del mondo. questo conflitto lo investe con intensità esasperata. E se la figura dell’ebreo è diventata dalla Rivoluzione francese e dall’illuminismo un emblema dell’emancipazione civile, del pluralismo culturale e dei diritti sociali e di cittadinanza suscitando la reazione nazionalistica, clericale e antisemita fino alla Shoah, ora di fronte alla devastazione e agli stermini e ai suprematismi del nazionalismo di Israele la figura dell’ebreo si presenta quale inversione proprio dei valori che aveva rappresentato a vanto del progresso civile dell’occidente. Identificato con Israele e con quello che sta facendo, la figura dell’ebreo sembra trasfigurarsi nella figura stessa dei suoi nemici: da oppresso in oppressore, da umano in disumano, da razzizzato in razzista, da promotore di diritti universali a negatore di diritti, come a tradire se stesso e la promessa che ha rappresentato nella modernità dell’Occidente. È naturale che il senso comune semplifichi le cose, per cui l’”ebreo” appare indistinto dall’ “israeliano”, l’israeliano indistinto dal suo Stato, lo Stato indistinto dal governo, e l’ebraismo appare tutt’uno con una politica di sterminio e guerra, che d’altra parte la destra israeliana ed ebraica proclama essere fatta “a nome di tutti gli ebrei”, tanto per aumentare la semplificazione, cioè la confusione. Ossia la falsificazione dell’ebraismo, in quanto identificato con il cosiddetto “Stato ebraico”. Per questa inversione dei valori di cui è stato emblema, (inversione che si manifesta nell’attuale degenerazione di Israele), l’ “ebreo”, schiacciato sullo “Stato ebraico”, diventa oggetto di un’ostilità che attinge, da destra e da sinistra, alla tradizione secolare dell’ antisemitismo. La destra vede nell’ “ebreo” la conferma dei caratteri odiosi immaginati dal suo antisemitismo reazionario, mentre la sinistra vede nell’ “ebreo” il tradimento dei valori positivi che aveva proiettato sulla sua figura di vittima resiliente, diventata oppressore della vittima palestinese. E tutto questo ha determinato una ricaduta che non va minimizzata…

Di cosa si tratta?
La confusione tra ebraismo e “Stato ebraico” ha ormai prodotto una situazione di grande ambiguità: un patto informale tra le destre di ascendenti antisemiti e fasciste e destre ebraiche e israeliane. Per affinità elettive, le destre fascistoidi occidentali appoggiano l’Israele di Netanyahu e Ben-Gvir, e travestono il loro antisemitismo culturale in “filosemitismo” che è in realtà un filoisraelismo antisemita; le destre ebraiche appoggiano le destre fascistoidi, perché schierate con l’Israele di Netanyahu nella sua tendenza reazionaria, terroristica e sterministica e nel suo scontro con quella parte della diaspora e di Israele, critica per ragioni culturali, liberal-democratiche, etiche e semplicemente umane e di civiltà. Di nuovo siamo alla discriminante antifascista; sapendo però che essa passa non tra popoli ma all’interno dei popoli, non tra le civiltà ma all’interno delle civiltà, perché non esiste solo il fascismo degli oppressori, ma anche quello degli oppressi. E questo è il caso di Hamas. Per questo su linee di riconoscimento reciproco e di convivenza, noi parte degli ebrei collaboriamo con parte dei palestinesi e con parte degli israeliani su obiettivi comuni. Per risalire da questa catastrofe.

15 Maggio 2026

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