La coscienza critica della diaspora ebraica
Intervista ad Anna Foa: “Israele non è più una democrazia e la colpa non è solo di Ben Gvir”
«C’è un sionismo ormai privato di qualunque principio morale, di qualunque empatia verso l’altro, ridotto a qualcosa di orrendo. Ma anche l’opposizione non riesce a uscire dall’idea del suprematismo ebraico. E ora ci sono proposte di legge per limitare l’accesso dei partiti arabi alle elezioni»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Anna Foa, una grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica. Si spiega così lo straordinario successo del suo libro “Il suicidio d’Israele” (Laterza). Un successo bissato dal suo ultimo libro, Mai più (Laterza).
Scrisse Primo Levi: “Ogni epoca ha il suo fascismo”. Professoressa Foa, anche Israele lo sta vivendo?
Altroché. Anche se forse chiamarlo fascismo non è propriamente esatto. Tante sono le differenze…
Ad esempio?
Beh, per esempio il messianismo; per esempio, il fanatismo. In fondo, il fascismo non era così fanatico, tranne pochi. Da questo punto di vista era piccolo piccolo. Invece questi sono dei pazzi scatenati, che pensano di essere mossi da Dio, come burattini con Dio tira le fila. E poi il razzismo. Questi elementi sono molto forti, in termini identitari, di visione di sé in rapporto con il resto del mondo. Certo, l’abbiamo avuto anche noi, ma non in questo modo. Se vogliamo possiamo chiamarlo fascismo o distruzione di qualsiasi principio etico, di qualunque morale, di qualunque cultura, di tutto.
Per restare sul termine fascista. Oggi l’Europa, l’Italia, ha scoperto il mostro: Itamar Ben-Gvir. Ma si può ridurre ciò che sta avvenendo in Israele ad un unico personaggio, per quanto ripugnante?
Certo che no. Se proprio vogliamo fare l’album degli orrendi, c’è anche Smotrich, pure lui ministro, o Miri Regev, pure lei ministra dello stesso partito di Netanyahu, il Likud. Smotrich è quello che se ne uscito fuori l’altro giorno chiedendo, citò testualmente di «distruggere 10 edifici nella periferia di Beirut per ogni drone. Per ogni drone che ferisce uno dei nostri soldati, distruggiamo cento edifici». Il principio della rappresaglia messo nero su bianco. La metafora delle “mele marce” in un grande cesto di mele sane non regge, e lo dico con la morte nel cuore. Perché una fetta molto larga della società israeliana oggi si riconosce in quelle posizioni. Non una maggioranza, forse, ma di certo una fetta molto larga. E poi c’è Netanyahu, c’è il governo tutto, una intera classe dirigente, e qualcosa che so che a qualcuno, anche in buona fede, farà male, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà ne fa ancora di più…
A cosa si riferisce, professoressa Foa?
Ad un sionismo ormai privato di qualunque principio morale, di qualunque empatia verso l’altro e ridotto a qualcosa di orrendo.
Di questa narrazione che la destra israeliana, in tutte le sue articolazioni politiche, porta avanti, anche attraverso le guerre, cosa, a suo avviso, attira di più una parte significativa della popolazione israeliana?
Hanno paura. Credono davvero di essere in pericolo. E questa è la cosa più tremenda. Hanno l’esaltazione del Paese-ghetto accerchiato da un mondo ostile, un Paese-ghetto che solo la forza può salvare. Soltanto uccidere il nemico può portarti alla salvezza. Sono convinti che si possa ripetere la Shoah. Hanno avuto una educazione, in tutta la storia d’Israele, che li ha portati a questo. Non la storia del primo sionismo ma certamente dopo la Shoah. C’è il peso di una memoria che diventa chiusura totale verso l’altro, che diventa timore continuo, l’ossessione che l’altro possa ripetere quello che è successo, qualcosa che spinge in questa direzione distruttiva e autodistruttiva. È una fetta d’Israele, ripeto, ci sono poi gli indifferenti, quelli che si fanno i fatti loro. Ci sono gli attivisti, eroici, che mettono in gioco la loro vita e tutto quello che hanno per mantenere in vita un barlume di speranza. Certamente c’è una grande fetta di opinione pubblica israeliana che crede che l’antisemitismo possa scatenarsi contro di loro e si sente in pericolo, e questo li porta a fare di tutto, perché tutto è giustificabile da questa difesa degli ebrei. Solo degli ebrei. E questo avviene anche per vicende che fanno onore a quanti le conducono.
A cosa si riferisce?
Penso agli attivisti per la pace che mettono il loro corpo ebraico davanti ai coloni in Cisgiordania, dicendo io sono ebreo e dovrai passare sul mio cadavere per arrivare a quel palestinese. Adesso anche questo sta crollando, perché ormai i coloni e l’esercito si sentono anche in diritto di uccidere gli ebrei. Prima c’era l’idea che gli ebrei andavano comunque salvaguardati.
A proposito del rapporto tra memoria storica e il presente. Thomas Friedman, storico columnist del New York Times, tre premi Pulitzer, ha coniato una definizione molto calzante e forte di Israele: “Uno Yad Vashem nucleare”.
Yad Vashem è diventato anche quello. Se pensiamo come è nato, ci vengono i brividi. Era nato come un desiderio di memoria e anche di riconoscimento dell’aiuto dell’altro, dei Giusti. Purtroppo, è diventato una sorta di cassaforte identitaria, dove portare tutti quelli in vita per far loro vedere come sono diventati forti e bravi gli ebrei e come hanno saputo trasformare la loro memoria in una spinta a difendersi a tutti i costi e quindi a uccidere l’altro.
Esiste un Israele resiliente, che anche in questi anni terribili ha trovato la forza, il coraggio, di scendere in massa più e più volte per contestare il governo di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e via elencando. Questo Israele resiliente sembra non avere una adeguata rappresentatività politica. Le faccio un esempio: la legge sulla pena di morte selettiva, che riguarda i palestinesi accusati di terrorismo contro gli ebrei, ma non i coloni che uccidono palestinesi, questa legge è stata votata dalla grande maggioranza dei partiti alla Knesset.
Non è stata votata da Yair Golan, dai laburisti. È stata votata da partiti di opposizione che sono comunque di destra. Bennett, ad esempio, o Liebermann, politici che un tempo nemmeno troppo lontano erano considerati come Netanyahu, e che oggi si oppongono per motivi loro, per conflitti col primo ministro e ambizioni di potere. C’è poi una opposizione politica che raduna quello che avanza di Meretz, dei laburisti, che è assolutamente incapace di uscire dall’idea sionista, cioè dal suprematismo ebraico. Se pensi ad un grande Stato con due popoli, anche con forme di confederazione, devi rinunciare all’idea sionista. Questo, in buona sostanza, è l’essenza del conflitto tra democrazia e sionismo.
Se c’è la supremazia ebraica e lo Stato degli ebrei, non ci può essere uno Stato totalmente democratico. Questo Stato non totalmente democratico è diventato uno Stato per niente democratico, in cui la democrazia è stata fatta a fettine anche all’interno del Paese.
Vale a dire?
Stanno venendo fuori delle proposte di legge gravissime, come quelle che tendono a limitare l’accesso dei partiti arabi alle elezioni. Siamo in un campo in cui non si può più parlare di democrazia. E questo non si può imputare solo alla destra messianica e razzista di Smotrich e Ben Gvir. C’è una esitazione storica di partiti che nascono come partiti che si riconoscono in Israele, Meretz, ad esempio, è sempre stato un partito sionista di sinistra, e così pure i laburisti, anche se con sfaccettature diverse. Questo è qualcosa di incontestabile. Anche nelle sue declinazioni politiche migliori, il sionismo è una gabbia che imprigiona Israele. L’unica possibilità di salvezza per Israele era quella di un’alleanza elettorale tra l’opposizione di sinistra e i partiti arabi. Tengo però a distinguere tra la dimensione partitica, politico- elettorale, e quella che sale dal basso, inveratasi nelle manifestazioni di questi mesi e anni. Per restare sul campo politico, se si fosse realizzato ciò di cui solo sei mesi si discuteva con favore, e che i sondaggi davano per vincente o comunque in forte crescita nei consensi, cioè l’alleanza tra i partiti arabi e una parte dell’opposizione, quella cosiddetta di sinistra, probabilmente questo avrebbe potuto portare ad un cambiamento effettivo di rotta, non soltanto ad una ripulitura dall’esterno del governo Netanyahu, ammesso che si riesca ad abbatterlo, cosa niente affatto scontata. Questa alleanza non si è realizzata proprio per il timore di rinunciare al nome di sionismo. Lo stesso Yair Golan (leader del Partito dei democratici, erede del Labor e del Meretz, ndr), che è quello più di sinistra in questa opposizione politica, ha detto che dello Stato palestinese non è ancora il momento di parlarne. Chiaro che ci sono le elezioni ad ottobre o forse anche prima, chiaro che intende mantenere i voti dell’elettorato ebraico, ma dire oggi una cosa del genere è molto, molto pesante.
In questi anni tragici, non è andato avanti in Israele un processo di disumanizzazione dell’altro da sé?
Certo che è andato avanti. Basta guardare quel che succede. Senza questo processo di disumanizzazione, le cose terribili che vediamo nelle immagini degli attacchi ai bambini palestinesi in Cisgiordania, gli attivisti della Flotilla fatti inginocchiare a terra e derisi, umiliati, picchiati…Tutte queste cose sono segnali chiari di una volontà di disumanizzazione. I bambini palestinesi sono i nemici di domani. Gli attivisti della Flotilla non sono esseri umani. Purtroppo, questo succede ogni qualvolta si arriva a queste tragiche vicende in cui c’è sangue, morte, distruzione e razzismo.
Un tempo e per lunghi anni, Tsahal, l’esercito d’Israele, è stato visto da tutta la popolazione, qualunque fossero gli orientamenti politici, come una istituzione, un bene superiore in cui riconoscersi. Oggi anche in quell’ambito stanno avvenendo dei processi terrificanti.
Sì, terrificanti. D’infiltrazioni religiose: ci sono delle compagnie di Tsahal che sono considerate estremamente pericolose, quelle che sono sotto accusa da parti degli attivisti per i diritti umani per avere compiuto dei crimini molto gravi. Molto spesso sono i reparti nei quali si sono concentrati un gran numero di religiosi. Quello israeliano era un esercito laico. Un esercito di popolo, nel senso che con tre anni di servizio militare e in più il richiamo, era un esercito che aveva contatti continui con il popolo. Mi sono sempre stupita della volontà degli israeliani di occuparsi più dei soldati che dei civili. Per gli israeliani, tutti, un soldato morto era qualcosa di estremamente grave, più di un civile, più di un bambino ucciso in un attentato. Questo nasce proprio dall’essere un esercito di popolo, una cosa ambivalente, che ha due aspetti: da una parte il fatto che il soldato è parte della popolazione, non è, o era, come da noi un corpo separato di specialisti che possono essere uccisi proprio per il mestiere che fanno. Adesso, con la trasformazione in atto, Tsahal è l’esercito che porta avanti la disumanizzazione e la morte.
Le sue riflessioni, mi riportano alla memoria la storia di Uri Grossman, il figlio di David Grossmann, il grande scrittore israeliano. Uri era un carrista di leva, cresciuto in una famiglia progressista, pacifista, che rimase ucciso in Libano nell’agosto del 2006, a causa di un missile anticarro negli ultimi giorni di quella guerra. Ricordo le toccanti parole dell’orazione funebre di David Groosman per suo figlio Uri, nella pazza di Tel Aviv, dedicata a Yitzhak Rabin, stracolma. Professoressa Foa, ciò che avviene oggi non è anche un oltraggio alla memoria e al sacrificio dei tanti come Uri?
È certamente questo, ai tanti Uri d’Israele, ma è anche un oltraggio alla memoria degli ebrei in generale, degli ebrei della diaspora, di quelli che sono morti nella Shoah. È un oltraggio a tutti gli ebrei che non sono lì in questo momento ad agitare la bandiera del terzo Tempio, visto che c’è anche questa bandiera a sporcare oggi Israele, e a dire Dio lo vuole.
Non è che alla fine, a fermare Netanyahu possa essere proprio il suo forse ex sodale di Washington, Donald Trump con un ventilato accordo con l’Iran?
È la speranza dell’opposizione israeliana, o almeno di parte di essa, che era già venuta fuori quando Trump è stato eletto. Dicevano beh certo, adesso fa finta di essere amico degli ebrei, ma può cambiare idea da un momento all’altro se questa sbandierata amicizia finisce per andare contro i suoi interessi. Certo che può farlo, e lo ha già minacciato varie volte nel corso di questa storia. Se si arrivasse ad un accordo con l’Iran e mollare Israele che certo non potrebbe continuare la guerra da solo, questo sarebbe un fatto clamoroso che certamente affosserebbe il governo di Netanyahu. Non so, però, quanto tutto questo porterebbe a una soluzione effettiva dei problemi d’Israele e a una sua trasformazione. Cambiare perché un Trump ha deciso di non portare fino in fondo la sua alleanza. Non credo possa bastare per scongiurare il suicidio d’Israele.