Parola al giornalista

“Sionismo non è fascismo. Società israeliana malata di fanatismo, i problemi non sono solo Netanyahu e Ben Gvir”, parla Gad Lerner

Conduco le stesse battaglie di Anna Foa, ma tra noi ci sono sfumature di idee diverse. Sì, io sono sionista ed esisto perché i miei nonni erano profughi. Non conquistatori. Oggi la società israeliana si è ammalata di fanatismo, la gioventù di Israele si sposta a destra

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

2 Giugno 2026 alle 08:00

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Photo credits: Canio Romaniello/Imagoeconomica
Photo credits: Canio Romaniello/Imagoeconomica

Per la sua storia personale e per quella professionale, Gad Lerner è una delle voci più importanti, autorevoli, libere, dell’ebraismo italiano. Lo testimonia il suo lavoro giornalistico, i suoi libri, le prese di posizione che gli hanno scatenato contro anche dolorose accuse dei vertici della diaspora. Nel 2024 ha scritto un libro di grande successo che ha fatto molto discutere: Gaza. Odio e amore per Israele (Feltrinelli). All’inizio del libro, riferendosi al 7 ottobre 2023 – proprio a quel terribile giorno, ‘l’11 settembre d’Israele – Gad Lerner scrive: “Bisognava decidere, dunque, quale posizione assumere. Schierarsi in nome del mio vincolo di appartenenza al popolo ebraico, del mio amore nonostante tutto per questo Israele che da anni mi appariva prossimo allo snaturamento? Schierarsi e basta, di fronte all’aggressione subita, ammettendo che neanch’io avrei mai immaginato un fallimento tanto catastrofico quando scrivevo di un Israele che stava andando verso la perdizione? Tacere per non espormi all’accusa di tradimento che già in passato mi era stata rivolta e che sapevo mi sarebbe di nuovo toccata?”.

Gad ha deciso di non tacere. Una scelta difficile, dolorosa, che ha portato avanti con grande intensità e coerenza, umana e politica. Nel 2025 è stato tra i firmatari di un appello contro la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania promosso da “Mai indifferenti. Voci ebraiche per la pace” e “Laboratorio ebraico antirazzista”. Gad Larner ha mantenuto sempre la schiena dritta, e di questi tempi è gran cosa. Quella che leggerete è una intervista “vissuta”, nella quale riflessioni politiche s’intrecciano indissolubilmente con la storia della famiglia Lerner e con la rivendicazione forte, accorata, di un sionismo di libertà e di giustizia che vive nel cuore e nella mente di Gad Lerner.

Afferma Anna Foa nell’intervista a questo giornale: “Se pensi ad un grande Stato con due popoli, devi rinunciare all’idea sionista. Questa, in sostanza è l’essenza del conflitto tra democrazia e sionismo”. Tu, prendendo la parola dal palco della grande manifestazione contro il genocidio a Gaza, il 9 giugno dello scorso anno a Roma, in una piazza San Giovanni stracolma, hai rivendicato il tuo essere sionista.
Ricordo benissimo quel pomeriggio, quella grandiosa manifestazione, nella quale intervenne, con un messaggio registrato, anche Anna Foa, raccontando e dichiarando il suo non essere sionista. Del resto, la biografia della sua famiglia si è svolta tutta in Italia e la conversione religiosa e identitaria di Anna Foa all’ebraismo avviene in età adulta. Non è parte determinante della sua formazione famigliare in una famiglia antifascista così importante per la nostra democrazia, sia dalla parte di Vittorio che dalla parte della madre Lisa Giua. Quello mi diede lo spunto nel mio intervento, ma l’avevo già meditato, deciso, di chiarire invece che si poteva e si doveva stare in piazza per Gaza, come io ho fatto in tutti questi anni, firmare con Anna e tanti altri, come Stefano Levi Della Torre che voi de l’Unità sentite spesso, Carlo Ginzburg, documenti contro la pulizia etnica e contro l’abuso della memoria della Shoah per lanciare anatemi su chi difendeva la causa palestinese. Si poteva fare e io continuo a fare tutto questo, anche avendo il sionismo, mi viene da dire, come elemento biografico imprescindibile. L’avevo già scritto nel mio libro Gaza. Odio e amore per Israele: per me sionismo è sinonimo di salvezza.

Perché?
Perché penso alle diverse storie della mia famiglia. Sia dalla parte di mia madre, nata a Tel Aviv ma figlia di ebrei, i miei nonni materni, che erano già nati in Palestina sotto l’impero ottomano, arrivati dalla Lituania con il movimento Hovevei Zion (“Amanti di Sion”, ndr) della seconda aliyah (ascesa, ndr), sia dalla parte di mio padre, nato ad Haifa dai miei nonni paterni, gli unici sopravvissuti alla Shoah di una grande famiglia. Chi li aveva molto sconsigliati di emigrare in Palestina, dicendo loro che era una assurdità, una scelta folle, è stato sterminato: io sono andato con i miei figli a rendere omaggio alle fosse comuni nelle quali erano stati seppelliti già nei giorni dell’Operazione Barbarossa del 1941, perché si trovavano sul confine. Il mio è un sionismo naturale, di chi ha avuto per lingua madre l’ebraico e che ha vissuto la nascita dello Stato d’Israele come qualcosa di provvidenziale. Da questo punto di vista, la controversia storica, se il sionismo debba oppure no considerarsi un movimento coloniale, io la ritengo, appunto, materia per gli storici. Se io guardo ai miei nonni e addirittura ai miei bisnonni, non vedo le divise di un esercito imperiale, colonialista che conquista un territorio, ma vedo dei profughi, vedo della gente che scappa e io devo a questa loro scelta la mia esistenza. Che poi a quell’epoca, in un Medio Oriente, poteva voler dire, per mio padre, andare a vivere ad Aleppo da bambino fino all’età adulta, per mia madre vivere a Beirut sin da bambina piccola e lì sono nato io. Andare e venire da quella Palestina che dal 1948 diventava una frontiera non attraversabile, per via del conflitto. Fino ad allora, al ’48, andavano e venivano, io sono nato pochi anni dopo. La dimensione personale mi sembrava giusto riportarla perché dentro alla stessa esperienza famigliare, io so che il sionismo non è nato come esclusivismo. So bene che ci sono stati correnti del sionismo, fin dal principio, che non solo in opposizione a Jabotinsky ma anche a Ben Gurion, affermavano la necessità di una convivenza con chi già abitava su quella terra e quella convivenza la perseguivano e la praticavano anche nell’esperienza di vita. Posso consigliare un libro illuminante in proposito?

Certo che sì.
È il libro di Arnold Zweig Il ritorno di Isaak de Vriendt. Intrigo a Gerusalemme (Orma editore). Un libro illuminante, anche se è un romanzo, proprio nel descrivere questa doppia situazione: i conflitti, anche sanguinosi, fra le due comunità che però all’epoca si conoscevano, si frequentavano e, invece, episodi di segno opposto, con gli ebrei di Hebron salvati durante il pogrom del 1929 dai loro vicini arabi e viceversa.

Cosa racconta questa storia?
Racconta che il percorso di una convivenza sullo stesso territorio non era in contraddizione con gli ideali e anche con molte esperienze pratiche del sionismo. E questo io credo che andasse sottolineato, non per fare una precisazione sul passato ma perché è molto importante tenerlo presente nell’immaginare il futuro, cioè il destino che in un percorso di pace che noi ricerchiamo debba toccare in sorte a 7 milioni di ebrei che abitano lì e che nella loro grande maggioranza sono nati lì. Ormai la percentuale elevatissima di questi 7 milioni di ebrei che abitano Israele e che fanno d’Israele il Paese con più ebrei al mondo, perché da poco è avvenuto il sorpasso sugli Stati Uniti, questo elemento dice della naturalezza del rapporto con quella terra e il sionismo ne è una componente ovvia. Questo, mi permetto d’insistere, va pensato per il futuro, non per il passato. Il sogno di avere una patria ebraica è qualche cosa che certamente ha a che fare, che entra in relazione con la nascita dei movimenti nazionalistici europei nella seconda metà del XIX° secolo, ma ha a che fare anche con il XXI° secolo.

Questa tua idea valoriale, identitaria, progressiva del sionismo, oggi in Israele ha un nemico assoluto: il governo di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich…
Non c’è dubbio. Ed è la ragione per la quale da alcuni anni il dissenso ebraico, l’espressione di dissenso, di obiezione di coscienza, di battaglia culturale, è diventata centrale nella mia esperienza. Come sai, ho fatto il giornalista in Italia, ho fatto il militante politico, e non mi sarei mai aspettato che, passati i 70 anni, diventasse il mio impegno principale quello di combattere per cercare antidoti, difese immunitarie da una degenerazione della società israeliana che si risolve anche in una catastrofe spirituale dell’ebraismo, sia nella sua declinazione religiosa, di interpretazione della Bibbia, sia di contributo che dall’emancipazione in avanti, attraverso personalità illuminate, ha dato in vari campi della cultura, all’idea di un codice morale e di diritti universali dell’uomo. Le personalità che possiamo citare sono sia della diaspora sia “sabra”, nate in Israele: scrittori, pensatori che tutti abbiamo letto, seguito e ammirato. Quella società si è ammalata di fanatismo. Non basta, purtroppo, puntare il dito contro Netanyahu, tantomeno soltanto contro gli estremisti di destra che svolgono un ruolo decisivo all’interno del suo governo e che, contravvenendo agli impegni che aveva preso nella campagna elettorale del 2022, Netanyahu ha imbarcato nel governo finendone in parte complice, supervisore ma anche ostaggio.

Non basta additare Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich… Cosa c’è che ti preoccupa di più?
Un movimento dal basso radicato, agguerrito, fortemente ideologizzato. E fatto di giovani. Nei giorni scorsi sono uscite delle indagini statistiche piuttosto credibili, che indicano una maggioranza della gioventù israeliana che guarda a destra. Israele è uno dei pochi paesi nei quali la gioventù è più a destra. Come si inferocisce dal basso, come si desensibilizza sulla sorte dei propri vicini, come arriva a vivere anche l’esibizione di crudeltà e di violenza come se fosse una manifestazione di forza e di superiorità; questi sono interrogativi pesantissimi che non intendo rimuovere. Mi spavento quando vedo molti amici ebrei ma anche israeliani – ho fatto diverse visite di recente – che vogliono rimuovere questo dato di fatto che una volta avremmo chiamato una fascistizzazione della società israeliana. Io sono convinto, perché è già avvenuto nella storia ed è già avvenuto in altri paesi, che siano fenomeni reversibili. Non credo che siano definitivi perché altrimenti cadremmo nello stereotipo, nel pregiudizio dell’ebreo perfido, predatore, crudele. Non era valido neanche per la società tedesca nei dodici anni del Terzo Reich. Credo che tanta gente in Israele dovrà risvegliarsi da questo sonno della ragione e chiedersi come ha potuto ignorare le deroghe, i tradimenti ai codici fondamentali dell’ebraismo a cui stiamo assistendo, ed è il motivo per cui noi anche in Italia sviluppiamo questo movimento di dissenso con Anna Foa, con tante differenze al nostro interno. Io posso tranquillamente farlo in base alla mia storia personale e contestando chi vorrebbe che noi, da sempre, considerassimo sionismo sinonimo di fascismo. Non è vero. È proprio un’altra cosa.

Tu hai scritto un libro dolorosamente bello su Gaza. Oggi di Gaza non se ne parla più, eppure in quel lembo di terra martoriata si continua a morire, a soffrire.
Non sarei così tranchant. Gaza non è stata dimenticata. Gaza è rimasta un epicentro dell’attenzione, soprattutto dei movimenti giovanili. Penso, ad esempio, alle tre flotille già partite e sono convinto che ne partiranno delle altre. Sono convinto che il governo israeliano si sia comportato in maniera oltre che criminale anche dissennata, autolesionistica, trattando come ha trattato le due flotille intercettate in mare in acque internazionali, la terza è stata fermata in Libia. Queste azioni non violente delle flotille sono, a mio avviso, efficacissime nel denunciare Gaza come epicentro di un senso di giustizia che muove all’indignazione in tutto il mondo. In questi giorni di campagna elettorale in Israele è lo stesso Netanyahu a riportare Gaza al centro dell’attenzione, quando proclama, parlando peraltro in una colonia della Cisgiordania, che ha dato ordine di estendere il controllo territoriale, in deroga agli accordi di cessate il fuoco, fino al 70 per cento della Striscia di Gaza. La folla a cui si rivolgeva si è messa a gridare “al cento per cento, cento per cento” e lui ha risposto, compiaciuto, ‘calma, calma, ci arriveremo, cominciamo dal 70 per cento’. Gaza resterà centrale, io credo. Ma vi sono altri epicentri dell’ingiustizia che non vanno dimenticati. Mi riferisco a quello che continua ad accadere in Cisgiordania o a quello che sta avvenendo in Libano. Se c’è una differenza è che ciò che sta avvenendo in quei due luoghi di sofferenza e di sopraffazione non ha le stesse dimensioni catastrofiche che invece Israele ha cercato a Gaza, perché ha voluto raderla al suolo. Ma non ne ha guadagnato nulla, neppure sul terreno della sicurezza.

2 Giugno 2026

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