Il colpo di grazia sulla crescita
Italia maglia nera d’Europa, sull’economia “de profundis” del governo: Salvini apre al voto subito
Mandato a monte l’asse con Bibi e Trump in politica estera, la premier prende un altro schiaffo: il Paese è maglia nera dell’Ue per crescita. E l’alleato leghista vuol farle lo sgambetto
Politica - di David Romoli
L’Italia chiede sanzioni europee. Non contro Israele ma contro un singolo ministro, Itamar Ben Gvir. In effetti è il peggiore di tutti, uno che l’esercito non ha arruolato perché troppo fascista, ma ridurre tutto al suo caso è palesemente assurdo ed è una spia delle difficoltà nelle quali si dibatte – tanto per cambiare – il governo. Fare finta di niente come ha provato a fare per i primi due giorni non è più possibile. Non dopo la provocazione del ministro della Sicurezza, certamente ispirata anche da considerazioni elettorali e per Netanyahu molto imbarazzante e irritante ma non per questo meno significativa. Non dopo i racconti dei primi due italiani rientrati in patria, il deputato 5S Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto Alessandro Mantovani. Hanno raccontato di botte e pestaggi che avvenivano proprio mentre il ministro degli Esteri italiano Tajani si attaccava al telefono, reclamava garanzie di trattamento civile per gli attivisti fermati, otteneva probabilmente rassicurazioni che si rivelano ora infondate.
“La linea rossa è stata superata”, aveva dichiarato lo stesso Tajani. Dunque qualcosa il governo doveva fare. Ma, almeno per ora, una mossa più drastica come spostare il proprio voto contrario alle sanzioni europee non è alle viste. Giorgia non vuole apparire complice di Netanyahu ma neppure dare l’impressione di inseguire Elly Schlein, che reclama appunto il voto italiano a favore delle sanzioni europee. Teme, dal suo punto di vista, che suonerebbe come sconfessione aperta di tutta la politica estera seguita sinora. Dunque, secondo quella che è diventata ormai una pessima abitudine, prova a tenersi in equilibrio nel mezzo. Chiede sì sanzioni ma solo contro un singolo ministro per non irritare troppo Israele, il già furibondo Trump e anche quella parte della sua base elettorale che non glielo perdonerebbe. La tempesta che scuote la politica estera del governo, della quale il brutto affare Ben Gvir è solo l’ultimo scroscio in ordine di tempo, colpisce quello che, sino a pochi mesi fa, era uno dei pochi fronti sui quali la premier potesse vantare successi, veri o presunti. Non è un guaio tra i tanti ma una catastrofe politica. Sull’altro fronte sbandierato per anni come trionfale, quello dei conti pubblici, va anche peggio. Nelle previsioni economiche di primavera diffuse ieri dalla Commissione c’è in realtà anche una buona notizia. Il deficit dovrebbe passare dal 3,1 al 2,9%. Due decimali ma preziosi. Se la previsione sarà rispettata l’Italia uscirà dalla procedura d’infrazione, risultato importante sul piano dei conti e anche di più su quello dell’immagine. Però è la sola buona notizia. Per il resto tutta l’Europa l’anno prossimo segnerà il passo ma l’Italia più degli altri. È previsto il dato di crescita più basso dell’Unione e il debito più alto, con sorpasso all’indietro persino della Grecia. L’inflazione bastona già più qui che negli altri Paesi. Con la richiesta italiana di maggiore flessibilità rispunta il nodo Mes, perché l’Europa il no italiano che ha bloccato la riforma del fondo salva Stati non lo ha mai digerito e si accinge a metterla sul piatto della bilancia nella trattativa sui margini di flessibilità necessari per fronteggiare la crisi energetica. Con tutto quel che ciò comporta in termini di tensioni nella maggioranza.
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Quelle tensioni tengono svegli la notte tutti i leader della destra ma Salvini ben più degli altri. Inseguito da Vannacci, che continua a salire nei sondaggi a sue spese, il leader leghista si è abbandonato negli ultimi giorni a una raffica di reazioni scomposte nel tentativo, sempre fallito, di recuperare lo smalto e i consensi perduti. Il capo leghista è convinto che la sola àncora a cui può appigliarsi è presentarsi come il vero campione degli interessi degli italiani, il solo leader pronto a tutto, anche alla rottura con l’Europa, pur di difendere i loro portafogli vampirizzati dalla crisi. Quando due giorni fa ha per la prima volta in questa legislatura nominato apertamente il tabù più gelosamente custodito dalla premier, la possibilità di elezioni anticipate, la sua non era voce dal sen fuggita. Era una minaccia precisa perché per lui arrivare alle elezioni senza poter dire di essere riuscito almeno a proteggere in parte famiglie e aziende potrebbe essere, nella situazione data, persino peggio che far saltare il banco. La premier si è infuriata. Salvini ha ingranato la retromarcia a passo di carica. Ma il problema era reale e dunque resta in sospeso. Il 4 settembre la premier batterà il record di longevità di un governo. Ma il capo dei senatori leghisti ha già spento gli entusiasmi: “Non si vota per la longevità di un governo ma per quel che fa per i cittadini”. Ma certo, se la situazione tracollasse, togliere alla premier quell’alloro potrebbe essere per Salvini una diabolica tentazione.