L'audizione alla Camera
L’Istat risponde agli attacchi di Meloni sulla procedura di infrazione Ue: “Su deficit non bastava il 2,99%, siamo autonomi”
Esteri - di Carmine Di Niro
L’Istat non ci sta ad essere utilizzata come capro espiatorio dal governo, in particolare dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per la mazzata piovuta da Bruxelles, ovvero quel rapporto deficit/Pil al 3,1% che costringe per un solo decimale l’Italia a restare per un altro anno prigioniera della procedura di infrazione e obbliga l’esecutivo a sacrificare almeno in parte il sogno di una ultima finanziaria elettorale.
Meloni a caldo aveva commentato via social la notizia puntando il dito proprio contro le previsioni e i dati forniti da Istat: “Da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani”, aveva scritto la premier.
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Parole non apprezzate dal presidente dell’istituto di statistica Francesco Maria Chelli, tra l’altro nominato proprio da questa maggioranza, che nella seconda giornata di audizioni alla Camera sul Documento programmatico di finanza pubblica ha risposto alle accuse arrivate da Palazzo Chigi.
Nel suo intervento Chelli ha ricordato come il processo di validazione dei conti di finanza pubblica prodotti dall’Istat da parte delle istituzioni comunitarie “segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei“. In particolare la verifica dei conti di finanza pubblica viene effettuata con cadenza semestrale (entro il 1° aprile e il 1° ottobre di ogni anno) “sotto il coordinamento tecnico di Eurostat. In questo contesto, l’Istat, pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti, svolge anche una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica (come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia), assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali”, le sue parole nell’intervento.
Dura anche la replica affidata a Giovanni Savio, direttore centrale per la contabilità nazionale dell’Istat, sulle polemiche innescate sul decimale che ha tenuto l’Italia sopra il 3% di deficit costando così il rinnovo della procedura di infrazione europea. Per Savio infatti al fine di uscire dalla procedura Ue per deficit eccessivo l’Italia avrebbe dovuto registrare “un valore del 2,94%” del rapporto deficit/Pil, che sarebbe “l’unico valore che avrebbe potuto portare il Paese al di fuori della procedura“, ha spiegato davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite nella Sala del Mappamondo.
Parole colte al balzo dal Partito Democratico per tornare ad attaccare la politica economica dell’esecutivo. Il presidente dei senatori Dem, Francesco Boccia, sottolinea come l’Istat “ci dice che il governo Meloni ha giocato con i numeri e non ha detto la verità al Paese: per uscire dalla procedura serviva il deficit al 2,94% del Pil”. “Una variazione molto più alta di quella su cui, per mesi, il governo ha puntato. La verità è che l’Italia oggi paga quattro anni di assenza di politica industriale, energetica e sociale da parte del Governo. È il fallimento di chi fino ad ora si è preoccupato solo di proteggere il proprio potere senza preoccuparsi della crescita e del sostegno a famiglie, imprese e territori”, aggiunge il capogruppo al Senato.