La premier prepara il ritorno in scena
Rimpasto di governo, perché Meloni non lo vuole fare: il rischio di elezioni anticipate
Tenere per sé le deleghe al Turismo, e non sostituire Delmastro: la premier scossa dalle follie di Trump e dal carovita si chiude nell’immobilismo
Politica - di David Romoli
Giorgia Meloni tenta il rilancio, o meglio lo tenterà il 9 aprile prossimo, quando, rompendo il silenzio nel quale si è trincerata dalla sconfitta referendaria in poi, affronterà il Parlamento. Fino a quel momento, circostanze e crisi mondiali permettendo, manterrà il mutismo per amplificare l’effetto mediatico del ritorno in scena. Se però avrà le carte in mano, come direbbe il suo quasi ex amico Donald Trump, non è chiaro e non è affatto certo. Di sicuro oggi non ce le avrebbe.
L’occasione era stata immaginata come “ripresa” dopo la batosta referendaria, dedicata dunque soprattutto a illustrare i piani d’azione del governo per il prossimo futuro. Ma il fattaccio di Sigonella, corredato dalle insistenti richieste di riferire in aula delle opposizioni, le impongono di affrontare anche quel capitolo e non è detto che proprio la voce rapporti internazionali non finisca per diventare quella principale. La premier ha scelto la formula dell’informativa che, a differenza delle comunicazioni, non prevede voto finale sulle risoluzioni. Un po’ per evitare qualsiasi cosa ricordi sia pure alla lontana il voto di fiducia, ma un po’ anche per evitare discussioni sul testo della risoluzione. Si deve udire una parola sola: il governo deve parlare con un’unica voce, la sua.
- Niente voto anticipato o rimpasto, la strategia di Meloni dopo il referendum: squadra che perde non si cambia
- Forza Italia imita Meloni, fuori anche Gasparri, la Lega vuole l’autonomia: Far West nella destra al governo
- Meloni perde il referendum, cosa cambia nel governo tra rimpasto e dimissioni: Nordio, Del Mastro, Bartolozzi, Santanché
Ma cosa dirà Giorgia la rediviva? Non lo sa nessuno, probabilmente per ora neanche lei. Si può prevedere solo quello che escluderà. Prima di tutto le elezioni anticipate. Le voci su dimissioni e richiesta di scioglimento della Camere che si sono rincorse negli ultimi giorni, dal referendum in poi, erano dal sen fuggite. Si vota nel 2027, punto e basta. Cassato senza appello anche il rimpasto. Giorgia vuole che la squadra arrivi al traguardo sostanzialmente identica alla partenza. È convinta che il record frutterà voti e soltanto i fatti diranno se ha ragione oppure no. La premier si sta perciò orientando verso il mantenere l’interim del Ministero del Turismo, appoggiandosi molto al sottosegretario Caramanna. Soluzione minimalista, che più minimalista non si può più, anche quella che ha in mente Meloni per sostituire Delmastro. Il posto del sottosegretario caduto nel grosso guaio delle Cinque forchette non sarà preso da nessuno.
Insomma, meno si cambia, meglio è. Le azioni della suggestione Luca Zaia al Turismo, di conseguenza, sono in caduta. La Lega non apprezza l’idea. L’ex doge sarebbe pronto, ma solo con parecchi soldi a disposizione e ce ne stanno pochi. Ma soprattutto FdI non ha alcuna voglia di sostituire un suo ministro con un leghista. Punta i piedi e chiede che il ministero resti in casa. Senza il Doge sfuma anche il possibile valzer per spostare Adolfo Urso al Turismo e l’ex governatore del Veneto alla guida del potente Ministero delle Imprese. Quello sarebbe stato in effetti un cambiamento significativo, la sola mossa che avrebbe permesso al governo di non restituire l’immagine di una sostanziale immobilità. Solo l’ingresso di Zaia alla guida delle Imprese avrebbe permesso di vantare almeno un rafforzamento della squadra. Ma è una possibilità ogni giorno più remota. Il banco di prova saranno le misure per fronteggiare la crisi energetica, il rincaro della benzina e tutto quello che porta o porterà con sé. Domani il governo prorogherà sino alla fine del mese il taglio di 25 centesimi al litro sulle accise, in scadenza il 7 aprile. Nessuno si illude che basti. Di qui al momento in cui affronterà il Parlamento e l’opinione pubblica, Meloni e Giorgetti cercheranno di impostare una strategia concreta per fronteggiare una crisi di dimensioni imprevedibili ma che di certo proeccupa moltissimo gli italiani e corrode la fiducia nel governo.
Altrettanto dannosa in termini di popolarità e consenso è stato secondo praticamente tutte le analisi l’abbraccio mortale con il detestato dagli italiani Trump. L’affaire Sigonella 2, cioè il rapporto con gli Usa e con la guerra contro l’Iran, avrà dunque massimo risalto. La posizione del governo, a botta calda, è stata se non proprio ambigua almeno ambivalente. In termini di popolarità e consenso la decisione drastica di negare l’uso della base agli aerei americani in missione di guerra è certamente utile. Il governo la ha rivendicata e la rivendicherà. Il sospetto universalmente diffuso che a pilotare la fuga di notizie che ha messo il mondo al corrente dello strappo sia stato proprio il Ministero della Difesa è forse infondato ma certamente verosimile.
In compenso, sul piano dei rapporti con gli Usa, sui quali la premier ha scommesso molto e ricavato sinora pochissimo, quello strappo minaccia di risultare disastroso. Il Pentagono assicura, duettando con Chigi, che tutto va a meraviglia e l’Italia fa la sua parte, cosa peraltro vera dal momento che il semaforo delle basi italiane è verde non solo per i rifornimenti logistici ma anche per i voli di ricognizione, quelli che aprono i cieli ai bombardieri. Ma l’offesa resta e non a caso, dopo il gesto forte del rifiuto, palazzo Chigi Chigi e Crosetto hanno confermato, strillando a pieni polmoni, la loro vicinanza agli Usa. Non sia mai Trump dovesse confondere Giorgia con Sanchez, Macron o Starmer.
La missione della premier sarà spericolata: prendere le distanze di Trump agli occhi degli italiani ma senza che lo stesso Trump se ne accorga e se ne risenta. Un doppio salto mortale che la crisi della Nato potrebbe portare da difficilissimo a impossibile.