L'ex presidente della Camera

Intervista a Laura Boldrini: “Israele-UE l’asse dell’impunità, dai sahrawi ai palestinesi i popoli oppressi chiedono autodeterminazione”

"La crisi dei Sahrawi, iniziata 50 anni fa è la più lunga tra quelle aperte in questo momento, il taglio dei fondi UsAid voluto da Trump sta mettendo a dura prova la loro resilienza", dice la deputata dem, reduce dalla missione del Comitato diritti umani della Camera

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

13 Maggio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Laura Boldrini, già Presidente della Camera dei deputati, parlamentare del Partito democratico e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.

Conflitti dimenticati. Popoli ignorati a cui è negato il loro diritto all’autodeterminazione. Tra questi popoli c’è quello Sahrawi. Lei è stata di recente in missione a Tindouf, in Algeria, dove ha incontrato i leader del Fronte Polisario. Cosa le lascia questa visita sul piano politico?
Quella del popolo Sahrawi è la crisi più lunga, tra quelle aperte in questo momento. Iniziata oltre 50 anni fa, quando i Sahrawi sono stati costretti a lasciare le loro terre e le loro città nel Sahara Occidentale, non è ancora risolta. Nei cinque campi nei pressi di Tindouf, nel sud-ovest del Paese, vivono attualmente circa 173mila persone, secondo le stime dell’Unhcr che in questi decenni si sono organizzate con una forma di autogoverno che prevede un parlamento, la polizia, le municipalità, scuole, luoghi di cura, centri per bambine e bambini con disabilità. La nostra visita, la prima missione del Comitato diritti umani della Camera in questi campi, cade in un momento molto critico, forse il più difficile in assoluto. Il taglio dei fondi di UsAid voluto da Trump sta mettendo a dura prova la resilienza dei Sahrawi. Le risorse alimentari sono scarse, e questo sta provocando alti livelli di malnutrizione (secondo uno studio dell’Università di Londra, il 13,6 per cento) e di anemia specialmente tra le donne. Le forniture di acqua, a causa dell’aumento del costo del carburante, necessario per i camion-cisterna che la trasportano, e della diminuzione delle donazioni, sono insufficienti per un’area desertica in cui le temperature d’estate di aggirano intorno ai 50 gradi. Consideri che qui non si arriva neanche ai 20 litri a testa al giorno previsti nelle situazioni di emergenza per lavarsi, cucinare e bere. Con la Risoluzione 2797 del Consiglio di sicurezza dell’Onu dello scorso ottobre si è aperto, dopo anni di disinteresse, uno spiraglio concreto per arrivare a una soluzione condivisa. I vertici del Fronte Polisario si dicono pronti al negoziato e a raggiungere una soluzione che faccia perno sul principio all’autodeterminazione. È su questo spiraglio che oggi la comunità internazionale deve impegnarsi e accompagnare il processo di pace. Per questo proporremo un atto parlamentare per chiedere al governo di essere parte attiva nel percorso verso una soluzione di questa lunga crisi, nel rispetto dei principi del diritto internazionale e previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Al contempo chiederemo di aumentare il contributo della cooperazione italiana in questo difficile momento per il popolo Sahrawi.

E sul piano umano?
Se dovessi descrivere il popolo Sahrawi con una parola userei “resilienza”. Il presidente della Mezzaluna Rossa, Buhudeini Yahya, ci ha raccontato come la sua famiglia sia arrivata da Dakhla, nel Sahara Occidentale, per rifugiarsi nei pressi di Tindouf quando lui aveva appena 11 anni. “Mio padre – ci ha detto – faceva il pescatore e si è ritrovato nel mezzo del deserto tra le pietre e la sabbia, senza un albero. È qui che sono cresciuto in un ambiente così diverso e così difficile”. In questi campi, in molti parlano diverse lingue: oltre all’hassania, che è la loro lingua, anche l’arabo, lo spagnolo il francese e alcuni anche l’inglese. Tanti, tra gli adulti, hanno una laurea grazie al programma cubano che ha permesso loro per decenni di frequentare le superiori e l’università. Ma negli ultimi anni, a causa delle crescenti difficoltà economiche dell’isola caraibica, il programma è purtroppo molto ridotto lasciando un incolmabile vuoto. In un contesto davvero estremo dove il vento può soffiare così forte da riuscire a spostare perfino i container, e con la situazione degli aiuti di cui abbiamo parlato, i Sahrawi resistono senza sottrarsi alla possibilità di giungere finalmente a una soluzione condivisa che, però, deve passare per il referendum.

Tra i popoli oppressi, sotto occupazione, c’è il popolo palestinese. Le notizie che arrivano da Gaza sono terribili: bimbi morsi dai topi dentro le tende, malattie infettive sempre più pervasive, il numero dei morti e dei feriti che continua a crescere. E il mondo, l’Europa, l’Italia stanno a guardare.
È difficile trovare le parole per descrivere l’ignavia dell’Ue e dell’Italia davanti a quanto continua ad accadere a Gaza e in Cisgiordania. “Complicità” è, forse, quella che rende meglio ed è anche quella che ripetiamo da tempo, ormai. Complicità con il genocidio, complicità con l’annessione della Cisgiordania, complicità con la violenza che l’Idf e i coloni usano nei Territori occupati. Ma anche complicità con le gravissime violazioni del diritto internazionale che il governo israeliano sta compiendo in Libano dove vediamo ripetersi lo stesso schema adottato nella Striscia, con le uccisioni dei giornalisti, gli attacchi alle infrastrutture civili, le stragi di persone inermi, l‘ecocidio che impedisce ad oltre 1 milione di persone di fare ritorno nel sud del Paese. E in Ue, a parte la voce del premier spagnolo Pedro Sanchez e le posizioni chiare di Irlanda e Slovenia, non si riesce a intraprendere nessuna azione, neanche simbolica, che condanni espressamente tutto questo.

Si riferisce all’accordo di associazione tra Ue e Israele?
Per l’ennesima volta, quell’accordo non è stato sospeso per le posizioni contrarie di Italia e Germania. Nonostante siano state raccolte oltre 1 milione e 200mila firme di cittadine e cittadini europei che lo chiedono a gran voce, quell’accordo è ancora in piedi. Vale la pena ricordare che l’articolo 2 di quel testo vincola il patto al rispetto dei diritti umani. Il governo israeliano ha fatto carta straccia dei diritti umani, del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario. Ma pare che goda di un’impunità di cui nessun altro gode. Al punto da essersi permesso di attaccare la Flotilla in acque Sar greche, cioè in acque europee, e di sequestrare letteralmente 175 attiviste e attivisti due dei quali, Thiago Avila e Saif Abukeshef sono stati rilasciati solo domenica scorsa dopo dieci giorni di detenzione e maltrattamenti. Lei riesce a immaginare cosa sarebbe successo se Putin avesse attaccato un convoglio carico di aiuti umanitari diretto in Ucraina, prelevando le persone che lo accompagnavano? Davanti a tutto questo, l’Ue ha partorito una misura totalmente risibile come le sanzioni ai “coloni violenti”. E il ministro degli esteri israeliano Sa’ar ha avuto pure il coraggio di indignarsi parlando di “opinioni politiche e senza alcun fondamento”. Dove sono finiti i “valori occidentali”, quelli su cui si fonda l’Ue in cui ci riconosciamo e che parlavano di solidarietà, di pace, di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Io non credo che i governi e i vertici di Bruxelles si rendano davvero conto di cosa questo atteggiamento doppiopesista possa portare anche in termini di pericolosissima distanza tra le persone che hanno riempito, a milioni, le piazze per Gaza e le istituzioni europee. Un profondo baratro.

Dalla Palestina al Libano. Di nuovo parole choc da parte del ministro delle Finanze del governo Netanyahu e membro dell’estrema destra israeliana, Bezalel Smotrich: “Mio figlio mi ha chiesto di non finire il lavoro in Libano in modo da avere ancora qualcosa da fare – ha detto -. Vuole che lasci una parte del Libano in modo che possa distruggerla più avanti. Gli ho detto di non preoccuparsi, ce ne sarà abbastanza per tutti”. Le frasi sono state pronunciate durante un’intervista trasmessa dal Canale 7 israeliano.
Mi lasci dire che questa è una frase aberrante. Come si fa, davanti a parole del genere a continuare a parlare di sanzionare “i coloni violenti”? Una grande ipocrisia: i coloni sono al governo, con Netanyahu. Smotrich è un colono, Ben-Gvir è un colono. E non esiste una forma di colonizzazione che non sia, di per se stessa, violenta. La frase che lei riporta è rivelatrice non solo della violenza che diventa programma politico, ma anche di quello che in tanti denunciamo da tempo. Il governo Netanyahu ha in mente “la grande Israele” e per realizzarla deve conquistare non solo tutta la Cisgiordania, come sta già facendo indisturbato, ma anche il Libano, la Giordania, gran parte della Siria. Mentre in tanti, tantissimi minimizzano, persone come Smotrich lo dichiarano apertamente. Cosa devono ancora dire e fare perché la comunità internazionale prenda, seriamente, provvedimenti?

Il presidente degli Stati Uniti che attacca a piè sospinto il Papa, minaccia o deride gli alleati della Nato, con la guerra all’Iran sta affossando l’economia dell’Europa e l’Europa abbozza, mentre la presidente del Consiglio ha provato a ricucire con il segretario di Stato americano Marco Rubio nella recente visita a Roma.
Mentre Rubio era a Roma a incontrare il Papa, Trump ne sparava un’altra delle sue sempre contro Leone XIV. E non mi pare, dalla nota rilasciata dal Vaticano dopo l’incontro, che si sia ricucito granché. Perché il Papa appare molto più determinato di tanti capi di Stato e di governo dell’Ue, con l’eccezione di Sanchez, nel suo opporsi alle politiche guerrafondaie di Trump che causano distruzione, caos totale e instabilità globale. Questo è il momento di dare all’Ue l’unità che finora, colpevolmente, non ha avuto in termini di politica estera e di difesa. È il momento di creare una propria autonomia e un’autosufficienza strategica, oltre che economica ed energetica. È il momento dell’orgoglio europeista che non permetta a Trump di minare il progetto di pace da cui è nata l’Unione. Ma questa Commissione, purtroppo, non sembra affatto attrezzata a fare questo salto. E questo mette a rischio il futuro nostro e delle prossime generazioni.

13 Maggio 2026

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