Il reportage
Cadaveri, piscio e topi: dopo la tregua Gaza è una cloaca per un milione e mezzo di persone
Topi che rimestano tra i cadaveri e s’infilano nelle tende, pulci, pidocchi, scarafaggi, liquami e code infinite per fare tutto. Ecco la vita dei sopravvissuti
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Leggere un reportage di Amira Hass non è solo ricevere una lezione di grande giornalismo. È come essere lì, e attraverso il suo racconto, preciso, documentato, empatico, vivere in presa diretta le sofferenze, le umiliazioni, le violenze inflitte alla popolazione palestinese da Israele. Ratti, pulci e code infinite: la miseria quotidiana nei campi profughi di Gaza.
Così Hass sostanzia il suo ultimo reportage per Haaretz: “Di notte i ratti entrano saltellando nella tenda, scavalcando i bambini addormentati e i genitori che cercano di prendere sonno, e a volte mordono la punta del naso o una caviglia. Rovistano nello stufato appena portato da una mensa pubblica, rosicchiano i sacchi di farina e i vestiti, e poi bisogna buttare via tutto. Fuori, si radunano vicino a cumuli di macerie o mucchi di spazzatura. Sotto le macerie, si può supporre che abbiano trovato dei corpi. Nella spazzatura, trovano altro cibo. Anche le pulci escono di notte dalle coperte o dai mucchi di vestiti e attaccano. Tutti si svegliano per i morsi e il prurito. I bambini piccoli piangono per il dolore e nessuno dorme tutta la notte. Al mattino, si scoprono piccole macchie di sangue. Questa è la Striscia di Gaza: non c’è rifugio né riposo, anche senza considerare i bombardamenti quotidiani israeliani, i morti, i funerali”.
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Una apocalisse umanitaria che Hass sostanzia anche in una cifra impressionante: “Circa 1,45 milioni di persone, su un totale di circa 1,7 milioni di abitanti delle tende, sono state esposte agli effetti nocivi di ratti o cimici, pulci o pidocchi, topi o scarafaggi – sia che si trattasse di alcuni di essi o di tutti insieme. Nella seconda settimana di aprile, secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), «un sistema di allerta… installato nei campi profughi ha rilevato la presenza frequente di roditori o parassiti in 1.326 dei 1.644 siti valutati (81 per cento)» a Gaza. Circa 1,45 milioni di persone, su un totale di circa 1,7 milioni di abitanti delle tende, sono state esposte agli effetti nocivi di ratti o cimici dei letti, pulci o pidocchi, topi o scarafaggi – sia che si trattasse di alcuni di essi o di tutti insieme.
Tutti sono portatori di malattie. I bambini sono particolarmente suscettibili alle allergie e allo sviluppo di malattie della pelle. Il sistema sanitario, bombardato, distrutto e impoverito, le cui équipe mediche fanno del loro meglio per alleviare le sofferenze, non dispone di un numero sufficiente di pomate per curare queste condizioni.
Ora, con l’arrivo della bella stagione, il problema è destinato a peggiorare, secondo Yasmin, un’educatrice di 35 anni. Alcuni hanno spruzzato le loro tende con insetticidi acquistati al mercato, ma l’effetto è durato solo pochi giorni prima che ratti e pulci tornassero. Altri non possono permetterseli. ‘Le autorità israeliane hanno approvato l’importazione di pesticidi, insetticidi e attrezzature essenziali per sostenere l’attuazione del piano’, afferma il rapporto. Chissà quanto tempo ci vorrà tra l’approvazione e l’arrivo dei materiali. I ratti e le pulci sono solo una delle caratteristiche di un incubo senza fine, dice Yasmin. ‘Non c’è privacy. Si sentono continuamente i suoni più intimi delle nostre vite. Tutta la nostra vita è fatta di code. Al mattino, una coda per il bagno pubblico nella scuola più vicina o al campo tendato. Non parlo dell’umiliazione dell’attesa e degli odori. Poi una coda per il pane. Una coda per un pasto caldo alla cucina comune. Una coda per i rifornimenti di aiuti. Una coda per ricaricare un cellulare. Una coda per il gas. Una coda per l’acqua. E da un posto all’altro, rivoli di liquami puzzolenti”. La quotidianità dei gazawi è fatta di sofferenza, patimenti, umiliazioni, morte.
Prosegue Hass: “Aspettare in fila per l’acqua a un punto di pompaggio e distribuzione, per poi trascinare il contenitore fino alla tenda, è il compito del piccolo Yazid, di 6 anni, come mi ha raccontato in una registrazione vocale che mi ha lasciato su WhatsApp. La connessione Internet è troppo debole per sostenere una conversazione. ’Le nostre vite sono dure’ racconta Yazid, con il tono di un adulto.
È il figlio di Laila, sopravvissuta a uno dei bombardamenti israeliani che hanno colpito un’intera famiglia nel 2008-09. A volte un’autocisterna che trasporta acqua purificata o pulita passa davanti alle tende. Se non c’è acqua purificata, bevono acqua non potabile”. Le testimonianze dall’inferno continuano: “’Anche far bollire l’acqua è un’impresa’, dice Yasmin. ‘C’è carenza di accendini. Ognuno costa 45 shekel (15 dollari). E anche con un accendino, ci vuole tempo per accendere un pezzo di legno e del cartone. C’è carenza di gas, di carburante. Ecco perché sulle strade non ci sono quasi auto, solo carri trainati da asini. Quelle che una volta erano strade sono piene di buche, sassi, asfalto rotto e cemento. Le ruote si incastrano nelle buche e urtano contro i sassi. Mi fa male la schiena e ho dei lividi…”. Questa è la non vita a Gaza. Inflitta da chi viene ancora raccontata, senza arrossire di vergogna, dall’”unica democrazia in Medio Oriente”.