Il Presidente ARCI Aps Nazionale
“Dalla Flotilla a Gaza, per Netanyahu il diritto internazionale vale solo quando conviene”, intervista a Walter Massa
«L’attacco alla Flotilla è un ulteriore salto di qualità nella strategia del governo Netanyahu. Il silenzio che accompagna questi fatti pesa quanto le azioni. E il messaggio che passa è devastante: il diritto vale solo quando conviene»
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Walter Massa è Presidente ARCI Aps Nazionale (1.015.204 soci; 4401 circoli; 105 comitati territoriali).
Dal genocidio di Gaza all’apartheid sanguinario in Cisgiordania, dall’invasione del Libano al sequestro della Flotilla: crimini che macchiano Israele. Senza alcuna sanzione. Il mondo è complice?
C’è necessariamente una premessa da fare prima di questa intervista; denunciamo da troppo tempo una situazione completamente fuori controllo che produce, senza soluzione di continuità, violazioni del diritto internazionale, genocidio, apartheid, pulizia etnica, devastazione sistematica della popolazione civile e dunque morte. Per questo, se guardiamo semplicemente ai fatti, non siamo più di fronte soltanto alla responsabilità di un Governo per quanto criminale, ma a una responsabilità internazionale diffusa che vede negli USA e in gran parte dell’Europa una complicità politica ormai evidente. Un sostegno evidente.
Dobbiamo ancora spiegare che a Gaza è in corso una devastazione che colpisce direttamente e massicciamente la popolazione civile? Dobbiamo ancora denunciare che in Cisgiordania assistiamo a un sistema di occupazione e violenza che ha ormai caratteri strutturali? Se dobbiamo farlo, allora dobbiamo dire anche un’altra cosa: il punto non è soltanto ciò che accade, ma ciò che non accade altrove. Nessuna pressione reale, nessuna misura efficace, nessuna scelta politica capace di interrompere questa dinamica. Nulla. E il rischio più grave, con il passare del tempo, è quello della normalizzazione. Dentro questo quadro si colloca anche l’attacco alla Flotilla: non un episodio isolato, ma un ulteriore salto di qualità nella strategia del governo Netanyahu, resa possibile anche dalla complicità, dal silenzio e dall’inerzia dei governi alleati. Il silenzio che accompagna questi fatti pesa quanto le azioni. Il messaggio che passa è devastante: il diritto vale solo quando conviene. E questo non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma l’idea stessa di ordine internazionale. Ed è proprio questo doppio standard ad aver prodotto una frattura profonda nelle coscienze di milioni di persone, soprattutto tra le giovani generazioni. Perché quando il diritto internazionale viene invocato solo selettivamente, perde universalità e dunque perde autorevolezza. Il rischio enorme che stiamo correndo è quello di abituarci all’idea che esistano vite che meritano tutela e altre che possano invece essere sacrificate dentro gli equilibri geopolitici.
Pirateria di Stato. È la definizione più calzante per quello che è accaduto in acque internazionali e per il suo seguito?
Non è una questione di etichette, ma di fatti. L’attacco alla Global Sumud Flotilla è un insieme di atti che, letti uno per uno, configurano violazioni gravi del diritto internazionale, marittimo ed europeo. Parliamo di abbordaggi in acque internazionali, in zona SAR greca, di sequestro di persone di diverse nazionalità, dell’uso intimidatorio della forza, di violenze e vessazioni sugli equipaggi, fino al danneggiamento deliberato delle imbarcazioni e all’abbandono di persone in mare in condizioni di estremo pericolo. A questo si aggiunge la deportazione forzata in Israele di due coordinatori della missione, Thiago Avila e Saif Abukeshek, prelevati da un’imbarcazione battente bandiera italiana e detenuti con accuse gravissime in condizioni che destano forte preoccupazione. Anche per questo chiamiamo direttamente in causa il Governo italiano. Non siamo di fronte a un episodio grave tra gli altri. È un salto di qualità molto pericoloso. Quando si arriva a colpire in questo modo un’iniziativa civile e nonviolenta, si mette in discussione perfino lo spazio minimo dell’azione umanitaria. Quando si colpisce chi porta aiuto, si sta dicendo che non esiste più alcun limite. E se tutto questo non produce alcuna conseguenza internazionale, allora significa che il diritto internazionale ha già iniziato a perdere forza e credibilità. Perché il punto vero è che qui non si sta colpendo soltanto una missione umanitaria. Si sta tentando di colpire e intimidire qualunque forma di solidarietà internazionale autonoma, qualunque esperienza civile che provi a rompere il silenzio e l’isolamento costruito attorno a Gaza. E questo dovrebbe interrogare tutti, ben oltre le appartenenze politiche.
L’Italia, assieme alla Germania, ha impedito all’Europa di bloccare gli accordi commerciali con Israele.
Non credo possa stupirci. L’Italia da troppo tempo oscilla dentro una posizione ambigua, incapace di mettere realmente in discussione rapporti economici e strategici anche di fronte a violazioni evidenti. Ma non intervenire è già una scelta politica. Significa accettare che tutto continui esattamente così. Per questo la posizione dell’Italia e dell’Europa pesa ancora di più. Non parliamo soltanto di una valutazione diplomatica, ma della responsabilità concreta di intervenire di fronte a violazioni che riguardano anche cittadini e imbarcazioni europee. Non farlo significa accettare un precedente gravissimo. Qui si apre una contraddizione enorme. Non si può rivendicare il rispetto del diritto internazionale in alcuni contesti e ignorarlo in altri. Il tema non è soltanto Israele: è la credibilità stessa dell’Europa. Se anche l’Unione Europea rinuncia a utilizzare gli strumenti che ha, compresi quelli economici, per far rispettare il diritto, allora accetta di essere complice. E questa complicità produce effetti anche dentro i nostri Paesi, perché alimenta sfiducia, rabbia e distanza tra istituzioni e cittadinanza. C’è poi un tema più profondo che riguarda il ruolo dell’Europa nel mondo. Oggi l’Europa rischia di apparire incapace di esercitare una funzione autonoma, politica e diplomatica, proprio mentre avrebbe bisogno di riaffermare con forza il valore del diritto, della giustizia internazionale e della cooperazione tra i popoli. E questa debolezza non riguarda soltanto la politica estera: riguarda la qualità stessa delle nostre democrazie.
Gaza è stata oscurata dai media mainstream. Eppure, da Gaza giungono notizie terrificanti: condizioni di vita disumane, bambini che vengono morsi dai topi nelle tende, e Netanyahu minaccia un’altra operazione militare.
L’oscuramento mediatico è una delle armi più pericolose di questo tempo. Tanto quanto le fake news. Perché permette contemporaneamente la devastazione e l’impunità. E anche quando le notizie riescono finalmente ad arrivare, troppo spesso non producono conseguenze politiche reali. Questo è il punto più grave. Le immagini e le testimonianze che arrivano da Gaza raccontano condizioni di vita che non dovrebbero esistere: fame, assenza di cure, distruzione sistematica, persone costrette a sopravvivere in condizioni disumane. Non siamo davanti a una crisi improvvisa, ma a una tragedia che si prolunga e si aggrava giorno dopo giorno. Ricordo ancora le parole drammatiche del responsabile dell’OMS per l’area mediorientale ascoltate al Cairo durante la prima Carovana per Rafah organizzata insieme ad AOI e Assopace Palestina, nel marzo del 2024, cinque mesi dopo il 7 ottobre: “Dentro la Striscia siamo all’apocalisse”. E il rischio più grande è che, continuando così, anche l’orrore finisca per essere considerato normale.
La disumanizzazione è sempre il primo passaggio necessario per rendere tollerabile l’intollerabile. Quando un popolo viene raccontato soltanto come un problema di sicurezza, quando il dolore smette di indignare e diventa semplice rumore di fondo, allora si crea il terreno più pericoloso: quello dell’assuefazione morale. E invece noi avremmo bisogno esattamente del contrario: recuperare indignazione, umanità, capacità di sentire il dolore degli altri come una questione che ci riguarda direttamente.
Il movimento pacifista, del quale L’ARCI è parte importante, non ha mai smobilitato, come confermano le manifestazioni in tutta Italia per la Flotilla. Un segno di speranza che la sinistra dovrebbe far suo e portare in ogni sede istituzionale, a cominciare dal Parlamento?
Sì, ed è un punto importante. In questi mesi abbiamo visto una mobilitazione diffusa, concreta, fatta di piazze, iniziative, reti sociali che non hanno accettato il silenzio. Penso alle manifestazioni per Gaza delle comunità giovanili palestinesi, a quelle per la Flotilla, ma anche a percorsi come #StopRearmEurope e #NoKings, che tengono insieme il tema della pace, della contrapposizione al riarmo come unica scelta possibile, con quello della qualità democrazia. Le mobilitazioni oggi rappresentano uno dei pochi argini reali a questa deriva. Senza queste piazze, il tema della pace sarebbe già stato rimosso dall’agenda politica. E senza questa pressione continua non ci sarebbe stato nemmeno quell’avanzamento che oggi registro anche da parte delle forze politiche. E, per noi, lo dico senza titubanze, questo non è un elemento secondario. È una concezione della politica che dimostra come la partecipazione possa avere una capacità espansiva ben oltre le aule istituzionali. Per molto tempo ci siamo sentiti dire che associazioni e movimenti svolgevano una funzione di supplenza rispetto alle difficoltà della politica organizzata. La primavera scorsa, durante un incontro con diversi parlamentari europei, mi sono permesso di dire che questa fase storica imponeva alla politica di tornare a essere anche movimento, presenza sociale, comunità attiva dentro e fuori le istituzioni. Penso che almeno in parte questo sia accaduto. Non basta ancora, certo. Ma una connessione reale tra mobilitazione sociale e iniziativa politica si è riaperta, per quanto faticosamente. E credo che questo sia uno degli elementi più importanti emersi in questi mesi. Perché quando la partecipazione si rimette in moto, quando le persone tornano a riconoscersi dentro battaglie collettive, allora si rompe anche quel senso di impotenza che troppo spesso alimenta cinismo, paura e chiusura sociale. E torna la Politica, quella con la P maiuscola, appunto. Portare questo metodo nelle istituzioni non significa tradirle, bypassarle o disconoscerle; tutt’altro, significa dare loro forza e continuità. Però serve coerenza: non si può stare in piazza per la pace e poi accettare logiche di riarmo o ambiguità sulla guerra. Perché? Perché la pace è il miglior programma politico possibile.
Definire Donald Trump un gangster è un eccesso giornalistico?
Anche qui il punto non è l’etichetta. Donald Trump rappresenta un modello politico fondato sulla forza, sull’unilateralismo e sulla marginalizzazione del diritto internazionale. Ed è questo il problema vero: quel modello oggi rischia di diventare egemone ben oltre gli Stati Uniti. Non è soltanto una questione di linguaggio o di stile politico. È una visione del mondo che legittima l’idea che i rapporti internazionali si regolino attraverso la forza e non attraverso regole condivise. In assenza di una risposta politica e sociale all’altezza, questa impostazione rischia di estendersi ovunque. Diffido da chi traduce tutto ciò in pazzia dell’attuale presidente USA. Anche per questo torniamo sempre lì: senza mobilitazione, senza partecipazione, senza una società che prende parola, queste derive avanzano e si consolidano. Non è scienza politica. È logica. E a noi non rimane che continuare a fare la nostra parte: stare dalla parte delle vittime delle guerre, senza ambiguità, e costruire ogni giorno spazi di partecipazione reale. Non è semplice e non è un lavoro neutrale. Ma, una cosa è certa; la pace non accetta scorciatoie.