L'incontro con la premier
Rubio incontra Meloni, l’inutile visita del segretario di Stato USA: “Non ho poteri, decide Trump”
Quasi due ore di colloquio, molti punti di attrito sul tavolo, nessuno sbocco. Come confermato dall’americano, dalla Nato agli alleati indolenti, fino ai dazi, le posizioni del tycoon non cambieranno
Politica - di David Romoli
Dura un’ora e mezzo il colloquio a palazzo Chigi tra Giorgia Meloni e il segretario di Stato americano Marco Rubio, già reduce dall’incontro di un’ora con il ministro degli Esteri Tajani. Troppo per una chiacchierata informale, anzi una “visita di cortesia” come la spaccia da due giorni palazzo Chigi. La premier però insiste: visita non ufficiale, dunque non conclusa da alcun comunicato ufficiale. Cerimoniosità ridotta al minimo, tanto che i fotografi devono inseguire la coppia pregandola di rifare la scena per poterla immortalare. In più l’ospite italiana ci tiene a sottolineare, come aveva fatto il giorno prima il Papa, che se qualcuno ha motivo di sentirsi offesa e irritata quella è proprio lei, certo non il permaloso presidente degli Stati Uniti.
Però la visita non è stata affatto solo di cortesia e i due, ammetterà nel pomeriggio palazzo Chigi “hanno fatto il punto” un po’ su tutto. L’italiana si deciderà a commentare solo dopo ore: “Dialogo franco tra alleati che difendono i rispettivi interessi nazionali”. Rubio però è molto meno reticente. Appena rientrato in ambasciata rilascia un’intervista fiume e a più voci, di fatto quasi una conferenza stampa, a Fox News e rispondendo alle domande a tutto campo trova automaticamente modo di far sapere se non proprio cosa si è detto con Meloni almeno quale posizione ha assunto e difeso lui. Basta e avanza per concludere che i margini di mediazione sono ridotti all’osso. Sul disimpegno americano dalla Nato dice di non potersi pronunciare: decide il presidente e non lo ha ancora fatto. Lui, personalmente, della Nato è “grande sostenitore”. Però, certo, agli americani l’Alleanza interessa per poter dispiegare e poi adoperare truppe e mezzi bellici. È capitato invece che la Spagna lo abbia impedito, danneggiando anche se non troppo un’azione militare. Si dice Spagna, s’intende probabilmente anche “Italia”. E insomma, se quell’uso delle basi “per alcuni membri non è più possibile”, la novità è “un problema che merita di essere analizzato”. Suona come una minaccia e lo è anche se il disimpegno americano, di fatto già certo, si snoderà lungo la direttrice degli interessi strategici americani più che secondo volontà più o meno punitive nei confronti dei presunti fedifraghi.
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Sull’Iran va giù piatto. Tutti, va da sé anche l’Italia, sono d’accordo sulla necessità di impedire che gli ayatollah si dotino di armi nucleari e allora perché protestano se il presidente americano procede di conseguenza? Ma oggi il nucleare non è più la prima urgenza. Se l’Iran riuscisse a fare proprie e controllare le acque internazionali di Hormuz decine di altri Paesi seguirebbero l’esempio. È questo che vuole il mondo? O intende agire per impedirlo? Molti, e certamente anche l’Italia, insistono sull’alternativa diplomatica all’uso delle armi. Figurarsi se gli americani non vogliono battere quella via, per questo si sono rivolti al Consiglio di sicurezza Onu ma se la Russia o la Cina metteranno il veto, fa capire Rubio, gli Usa dovranno pensarci da soli. La pace peraltro è possibile, forse è a un passo: “Aspettiamo per oggi la risposta dell’Iran”. Ma sia chiaro “Se ci attaccano li facciamo saltare in aria: solo gli stupidi non lo farebbero e noi non siamo stupidi”. Nell’elenco di richieste più o meno velate messe in campo dagli Usa il nodo di Hormuz è forse la meno confessabile. Ma tra le righe è chiaro che gli Usa insistono per una presenza europea nello sblocco del Canale. Tajani ha assicurato che i ciacciamine italiani saranno a disposizione, ma a ostilità terminate, nel quadro di una missione internazionale, ovviamente dopo un voto del Parlamento. Gli Usa vogliono molto di più.
Trump vuole un impegno italiano anche in Libano, per rafforzare il governo. Lo dice apertamente, ne ha parlato più approfonditamente con Tajani e la faccenda sarà analizzata molto più nel dettaglio in un futuro incontro tra il ministro della Difesa Crosetto e l’omologo americano Hegseth a Washington. Ma Rubio insiste sulla necessità di disarmare e smantellare Hamas, nell’interesse di tutti. Il terreno adeguato per una missione italiana non bellica e ad alto rischio di trovarsi nel fuoco incrociato per il momento è un miraggio. Di sfuggita Rubio informa che le sanzioni contro Cuba diventeranno presto più stringenti. Trump vuole quello scalpo e lo vuole presto. Di dazi ha parlato apertamente Tajani ed è lui stesso a informare di aver chiesto all’americano di evitare a tutti i costi una guerra commerciale. La risposta del segretario di Stato, che tra i vertici di Washington è il meno falchesco, è ignota. Ma su quel fronte, persino più che sugli altri decide Trump, Corte Costituzionale permettendo e non permette ma non è sembra che il presidente intenda piegarsi neppure ai dettati dell’Alta Corte. Figurarsi agli appelli dei Paesi europei.
Il papa è stato la pietra dello scandalo. Gli attacchi di Trump non potevano e non possono restare senza risposta da parte del governo italiano e certamente Meloni lo ha cortesemente fatto presente a Rubio. Che minimizza lo scontro, insiste sui fronti sui quali il rapporto tra Casa Bianca e Santa Sede fila liscio come l’olio, come l’Africa o lo stesso Libano. Ma per il resto: “il presidente Trump continuerà a dire quello che pensa e che è utile all’America”. Nella sostanza, se non nella forma, le posizioni dei due Paesi fino a qualche settimana fa gemellati è distante. E nei colloqui con Rubio non si è riavvicinata di molto.