Il vertice di governo
Meloni servile con Rubio per ricucire con Trump: la pace tra Italia e Usa passa dal nucleare
Fare di tutto per riconciliarsi con Trump, ma senza calare le braghe: è questa la linea scelta dall’esecutivo. Che sul tema energia punta sul nucleare
Politica - di David Romoli
Per un vertice durato appena un’ora e mezzo l’agenda era spaventosamente folta. La premier e i suoi due vice Salvini e Tajani, con in più Lupi per Noi Moderati erano alle prese con il nodo delle nomine per Consob e Antitrust, che non sembra essersi risolto, con la tempesta energetica, che non si poteva neppure sperare di risolvere, con la legge elettorale, fronte sul quale oltre un’indicazione di massima non si poteva comunque andare e con la preparazione dell’incontro di domani con il segretario di Stato americano Marco Rubio.
Sul punto di equilibrio che bisognerà cercare domani i leader della destra sono concordi. Con chi governa a Washington meno si litiga e meglio è: dunque bisogna fare il possibile per avviare almeno un riavvicinamento. Però senza “calarsi le braghe”, senza rimangiarsi le risposte dure e piccate che tanto avevano irritato il permaloso Donald. Il governo italiano, diranno certamente Giorgia e Tajani in due incontri separati e probabilmente anche Crosetto nel terzo faccia a faccia, sostiene l’amministrazione Trump, capisce e concorda sulla necessità di impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Ha molti dubbi in più sulla brutalità di Israele, ma anche lì senza dimenticare la minaccia che Hamas e Hezbollah rappresentano. Se, come è probabile, Rubio accennerà ai voraci progetti trumpiani per Cuba l’appello alla legalità internazionale ci sarà, ma formale e quasi burocratico. Gli Usa però devono rinunciare a fare richieste inesaudibili, come l’uso delle basi italiane in azioni apertamente di guerra. Lì c’è un limite invalicabile, tanto più in un momento come questo: la Costituzione. È possibile, anzi probabile, che chi governa l’Italia accenni anche alla necessità di non entrare in rotta di collisione con il Vaticano come sta facendo Trump. Perché anche quello è un confine che non si può oltrepassare, anzi lo è anche di più. Per questo, almeno in parte, l’esito dei colloqui di domani sarà condizionato da come andranno quelli, per gli Usa decisamente più importanti, di oggi: dunque dagli incontri di Rubio con il segretario di Stato vaticano Parolin e con il pontefice.
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La premier comunque il suo segnale di distensione lo ha già lanciato: Salvini e Tajani hanno difeso il papa dopo l’ultima intemerata del presidente, stando comunque attenti a evitare termini che per il rissoso Don sono come il rosso per il toro, parolacce come “inaccettabile”. Quello è un termine che si può permettere solo Lupi, che non fa parte del governo e non fa testo. La premier però, pur avendo concordato nei dettagli la dichiarazione del ministro degli Esteri, tace e si augura che alla Casa Bianca si rendano conto che il suo silenzio è eloquente. Giorgia vuole la pace ma senza resa. Sull’energia la premier può solo informare sulle attività in corso già da mesi per aumentare e diversificare le fonti di approvvigionamento. In prospettiva, racconterà all’uscita Salvini, i tre leader hanno confermato la scelta di puntare sul nucleare, aggiungendo alle parole qualche data. “Non è un’opzione ma un obbligo e un dovere”, si lancia assertivo il capo leghista. Pertanto il ddl sul nucleare sarà presentato in aula entro maggio per poi essere approvato da entrambe le camere a settembre e varare i decreti attuativi entro quest’anno. Sulla legge elettorale la premier è tassativa: si va avanti. Salvini fa il mussoliniano: “Procederemo diritti”. In realtà non è proprio così perché allo stesso tempo il vertice conferma l’intenzione, che a questo punto è quasi un obbligo, di dialogare con l’opposizione. Il testo finale sarà comunque diverso da quello depositato, anche perché altrimenti a fucilarlo ci penserebbe quasi certamente la Consulta. Come cambiarlo però dipende da quanto spazio dialogante concederà l’opposizione. Nessuno nella maggioranza si illude su un voto a favore ma Meloni spera almeno in un’opposizione non barricadiera del Pd, accettando probabilmente anche un abbassamento del premio di maggioranza che per tutta l’opposizione è al momento esorbitante.
Il vero ostacolo la premier ce l’ha in casa. È la fronda appena velata di Forza Italia che, su diretta spinta di Gianni Letta e della stessa Marina Berlusconi, è molto meno favorevole alla riforma di quanto possa ammettere. Ma certo uno spiraglio se non d’intesa almeno di dialogo con l’opposizione renderebbe tutto più facile perché Fi può anche sperare in un pareggio e dunque voler conservare questa legge. Ma certo non può ammetterlo o farlo capire. Sulle nomine il braccio di ferro su Consob non si sblocca: la Lega insiste sulla candidatura Freni, Fi conferma il veto. Sull’Antitrust c’è appena qualche spiraglio in più ma nel complesso la quadra è ancora lontana. “Non ne abbiamo neppure parlato”, giura Salvini e forse è vero. Nella situazione data non sarebbe servito a niente.