Il libro di Tommaso Greco

Critica della ragion bellica: perché la pace è anche un istinto di sopravvivenza ma non un pranzo di gala

La critica della ragione bellica è un saggio utile e rigoroso, che mette al centro “kantianamente” la difesa di un pacifismo giuridico: più diritto e relazioni, meno forza. D’accordo. Anche se...

Cultura - di Filippo La Porta

9 Maggio 2026 alle 17:16

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Tiziano Manzoni/LaPresse
Tiziano Manzoni/LaPresse

“”Spostare l’attenzione dal momento della forza e della coazione a quello del riconoscimento e della relazione….”. Come non concordare con questa frase che ispira La critica della ragione bellica di Tommaso Greco, docente di Filosofia del diritto a Pisa (Laterza). Un saggio utile e rigoroso, direi “kantiano”, ricco di suggestioni, che proverò solo a riassumere a grandi linee, nella sua difesa di un “pacifismo giuridico”, che punta cioè a valorizzare il ruolo del diritto e delle istituzioni. E al quale muoverò alcune obiezioni per così dire “fraterne”, nel senso che davvero potrei rivolgerle a me stesso, dato che la questione del pacifismo per chi proviene dalla nuova sinistra dei ’70 resta una questione in parte irrisolta. Bene fa Greco a decostruire tutta quella antropologia negativa, di origine hobbesiana, mossa dalla lugubre visione che abbiamo di noi stessi: l’essere umano come homo homini lupus, spinto solo da pulsioni aggressive, egoistiche, competitive. Una immagine tenebrosa e unilaterale, ormai messa in discussione dalla stessa etologia (ad esempio da Eibl Eibersfeld, che pure fu allievo di Lorenz). Spinoza diceva invece, ribaltando Hobbes, che “l’uomo è un Dio per l’altro uomo”. La pace non solo è il principio ma sta al principio. È un istinto di sopravvivenza almeno altrettanto originario di quello distruttivo, non ne è affatto la sublimazione.

Il diritto, sottolinea Greco, non è solo risposta della forza legittima alla forza illegittima, ma “spazio del riconoscimento reciproco”, ed è ragionevole pensare che anche tra gli stati esista quell’appetitus societatis che Grozio attribuiva 400 anni fa agli individui. In Rete, aggiungo, potete ammirare un anziano Umberto Terracini intervistato da Minoli, mentre spiega che l’obiettivo della democrazia è “sviluppare la socievolezza fra le genti”. Il modello di politica del pur grande Machiavelli si basava sulla guerra e presupponeva l’attitudine a non fidarsi dell’altro. Ricordate l’infame aforisma che a pensar male è peccato ma ci si coglie? Il punto è che non ci si coglie per niente, anzi rende stupidi! O meglio: nelle relazioni tra le persone occorre proprio fidarsi, perché – banalmente– così si convive meglio, mentre nella sfera pubblica è lecita una certa scettica prudenza, ma proprio perciò la democrazia consiste in un sistema di controlli bilanciati. Qui Greco suggerisce, saggiamente, di non concentrare il diritto in modo esclusivo nel meccanismo sanzionatorio (dove la sanzione non è efficace ogni obbligo per i soggetti verrebbe meno!): in primo piano deve venire sempre la relazione obbligatoria tra i soggetti del diritto. Nel saggio viene largamente citato Kant, l’ultimo grande giusnaturalista (vedi il suo scritto Per la pace perpetua), sulla necessità di legare gli individui (e gli stati) a leggi comuni, sulla pratica delle relazioni quotidiane, etc.

Insomma affiora tutta quella preziosa dimensione della politica che Machiavelli trascurava: educazione delle coscienze, autoformazione, abitudine alla disciplina di sé, creazione di comunità, esercizio di democrazia dal basso. Una dimensione di “autogoverno” (individuale e di gruppo) che in Italia la tradizione di Giustizia e Libertà – non abbastanza nominata in queste pagine – ha coltivato più di tutte. Poi ci viene opportunamente ricordato che l’unico modo per giustificare il momento coattivo è far sì che non si fondi su se stesso, e che lo strumento principale del pacifismo giuridico è non il costringere ma il convincere (Pannella, di cui in questi giorni ricorre l’anniversario della nascita, chiosava gandhianamente: “Non vincere, ma convincere!”). Sarei meno d’accordo con Greco nella constatazione che in Europa si stia diffondendo un vero e proprio “amore per la guerra”. Onestamente non vedo esaltazioni bellicistiche né eccitati manifesti marinettiani. Possiamo dissentire – certo – dagli appelli al riarmo, ma in genere vengono formulati con tono dimesso e intenti perlopiù difensivi.

Ma qui veniamo a due possibili obiezioni, spero “costruttive”. La modernità – in cui rientrano cose che ci stanno a cuore (diritti civili e sociali, libertà individuali, istituzioni democratiche, etc.) – è pur fatta storicamente di “guerre giuste”, rivoluzioni emancipative e spesso cruente, di forzature politiche, di decapitazioni di sovrani… Pensate solo alla guerra devastante contro il nazifascismo, a Dresda e Hiroshima. Certo, nella Storia non si dà il Bene, come sapeva Manzoni, però a volte siamo costretti a combattere con ogni mezzo un male incombente. Si può immaginare la Storia umana senza violenza fondativa? In Occidente, dopo i milioni di morti dei due conflitti mondiali, vorremmo che la guerra diventasse un tabù, come l’incesto (così suggeriva Moravia). Ma una cosa del genere non possiamo deciderla unilateralmente. Se qualcuno minaccia con le armi il mio diritto a vivere in pace come devo comportarmi? Basterà il pacifismo del diritto? L’Ucraina ha tutto il diritto di resistere con le armi all’invasione del proprio paese. Solo che, ammoniva Camus, se la guerra è inevitabile noi dobbiamo farla odiandola! Credo però che solo le donne siano “antropologicamente” preparate a farlo, proprio perché estranee alla guerra, alla violenza.

Inoltre. Pacifismo significa per gli individui un impegno concreto, quotidiano, mica riguarda solo qualche sit-in periodico! Mi professo nonviolento? Bene, devo dimostrarlo. La violenza è parte di me, filogeneticamente. La mia esistenza prevarica oggettivamente quella degli altri. E allora ogni giorno devo provare a imbrigliarla, deviarla, trasformarla. Un work in progress infinito. Sapendo che l’essere umano, dal punto di vista dell’evoluzione, è sia egoista, avido, prepotente e sia collaborativo e cooperante. Oggi questa seconda inclinazione – la cooperazione – è più adattiva, e dovrebbe funzionare almeno come idea regolativa, capace di ispirare il nostro comportamento. Se opto per la nonviolenza dovrei ogni giorno disinnescare la “guerra” nelle mie relazioni con gli altri: non esercitare il potere che mi trovo ad avere, non essere prepotente, etc. Se il problema è non tanto eliminare la violenza ma regolarla, contenerla, darle una misura e una proporzione (ne parlava già il Codice di Hammurabi, XVIII a.C.!), non possiamo che partire da noi e dalla vita quotidiana. Sapendo che con la violenza si ottiene anche molto, ma sempre pagando un prezzo troppo alto. Come dice Simone Weil la violenza si impossessa sia di chi la usa e sia di chi la subisce, trasformandoli e stravolgendoli entrambi per sempre. “Vietcong vince perché spara”, gridavamo nei cortei. Vero, e rifarei quelle mobilitazioni in favore di una guerra giusta di liberazione. Ma non a caso la resistenza violenta dei vietcong, pur legittima, ha creato un regime violento, autoritario, affollato di campi di rieducazione.

Infine. Nella Torah la circoncisione è prescritta per l’ottavo giorno. Perché? Perché sette è la natura (i sette giorni della Creazione), mentre l’etica umana – benché naturale – si pone oltre la natura, è una violazione dell’ordine naturale dove vale la legge del più forte.

9 Maggio 2026

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