Il segretario di Stato Usa a Roma
Meloni vede Rubio, la premier prepara una finta pace con la Casa Bianca: fare la gnorri su Trump per tornare “pontiera”
Nel tentativo di sminare il terreno, Meloni oggi eviterà di entrare in polemica con il segretario di Stato nella speranza di tornare pontiera
Politica - di David Romoli
“Con Rubio non parleremo certo delle battute di Trump”: la linea del governo italiano alla vigilia degli incontri di oggi con il segretario di Stato americano è illustrata in realtà proprio da questo passaggio apparentemente secondario del ministro degli Esteri Tajani. È la stessa linea adottata ieri dal pontefice e probabilmente la perfetta coincidenza non è casuale. Quando Rubio ha provato a spiegare e giustificare le bordate del presidente, papa Prevost lo ha liquidato con un secco “Lasciamo perdere” in slang americano.
Se sul tavolo si piazzano le intemperanze del presidente i colloqui finiscono in gelo o peggio. Dunque molto meglio fare finta di niente dal momento che palazzo Chigi vuole la riconciliazione, purché sia possibile ottenerla senza genuflessioni. È ancora Tajani, incaricato di gestire il delicato passaggio con gran scorno di Salvini che si è visto tagliare fuori, a fare il punto: “Siamo assolutamente convinti che l’Europa abbia bisogno degli Stati Uniti, che gli Stati Uniti nel contempo hanno bisogno dell’Europa. Se ci sono cose con le quali non siamo d’accordo, lo diciamo, lo abbiamo detto e lo diremo, perché essere alleati è questo, sempre a testa alta, convinti della nostra posizione”. È la medesima linea adottata da Leone XIV, che su pace e immigrazione è stato inflessibile e se sembra che il governo stia in buona parte rifugiandosi all’ombra della Santa Sede trattasi probabilmente di fondata sensazione. Giorgia farà valere non solo l’importanza per tutti delle relazioni transatlantiche, o dell’unità dell’Occidente che dir si voglia. Sottolineerà anche i molti fronti sui quali l’assonanza tra i governi di Washington e Roma è piena e totale, a partire proprio dall’immigrazione che invece è stata una delle voci più spinose ieri in Vaticano, e anche sulla necessità di impedire a Teheran di raggiungere le armi nucleari. Però Meloni rivendicherà il diritto di esprimere anche critiche, in particolare sulla guerra e di difendere il papa ogni volta che verrà attaccato, perché quella è una linea rossa che in Italia non si può varcare. Difenderà anche le risposte negative a richieste Usa “inesaudibili” perché in contrasto con la Costituzione e assicurerà che la vicinanza strategica dell’Italia agli Usa non è affatto in contrasto con quella, altrettanto piena, a Francia, Inghilterra e Germania. Ancora una volta in mezzo, se appena sarà possibile, e senza aver rinunciato del tutto al sogno di rappresentare il ponte e il collante capace di evitare la spaccatura dell’Occidente.
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La linea decisa dalla premier e confermata nel vertice di maggioranza di mercoledì è diplomaticamente solida ma esposta ad alcuni rischi. In ballo ci sono elementi molto concreti, più di quelli che determinano le frizioni tra il papa e Trump: la Nato e i dazi. Sia gli italiani che l’americano saranno quanto mai circospetti e felpati, proprio perché entrambi mirano a un esito almeno sulla carta positivo dell’incontro. Ma quelle mine nel rapporto tra le due sponde dell’Atlantico resteranno e non è polvere che si possa nascondere sotto il tappeto. In secondo luogo non è certo che Rubio sia tanto disponibile, almeno formalmente, con Meloni quanto lo è stato ieri con Prevost. Il segretario di Stato in corsa per la candidatura nel 2008 ha tutt’altro approccio diplomatico rispetto a quello brutale di Trump e anche di Vance. Ma non è escluso che Trump lo abbia incaricato di consegnare un messaggio preciso su quel che gli Usa si aspettano dall’Italia e dall’Europa. Per quanto avvolto nel velluto si tratterebbe di un messaggio ruvido. Difficile dire se ieri in Vaticano è stata raggiunta una tregua, pur nella conferma della distanza su alcuni fronti essenziali. Era questo il viatico nel quale speravano Tajani e Meloni. Oggi, a partire da quella base, cercheranno di fare anche un passo in più verso il “riavvicnamento strategico”.