Il tycoon cerca di camuffare la disfatta
Trump prova a uscire dal pantano dell’Iran: disfatta totale per gli Usa
La Casa Bianca si attende risposta da Teheran su un memorandum in 14 punti per porre fine alla guerra nelle prossime 24-48 ore. Non un accordo globale, ma un’intesa provvisoria, che lascerebbe irrisolte le questioni più spinose
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Donald Trump ha una necessità impellente. Politica, non fisiologica. Uscire al più presto dal “pantano iraniano”. Senza cambio di regime, senza una resa degli ayatollah ma con un accordo che non trasformi la “leggendaria” operazione Project Freedom in una miserabile disfatta politico-militare. La Casa Bianca si attende una risposta iraniana al memorandum di intesa sull’accordo per porre fine alla guerra nelle prossime 24-48 ore. Lo riferisce Axios, citando funzionari dell’amministrazione Usa. «Non siamo lontani, ma non c’è ancora un accordo», ha riferito una delle fonti. Inoltre, scrive Axios, la Casa Bianca auspica una svolta diplomatica entro la conclusione del viaggio di Trump in Cina, prevista per venerdì prossimo. Se entro quella data non sarà stato raggiunto alcun accordo, riferiscono le fonti, il presidente potrebbe prendere nuovamente in considerazione l’ipotesi di ordinare un’azione militare. Il memorandum d’intesa di una pagina, articolato in 14 punti, è oggetto di negoziato tra gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner e diversi funzionari iraniani, sia in via diretta che tramite mediatori. Funzionari statunitensi hanno spiegato che lo scambio di comunicazioni con l’Iran procede a rilento poiché ogni messaggio deve essere trasmesso al Leader Supremo Mojtaba Khamenei il quale, per ragioni di sicurezza, vive in clandestinità e da questi nuovamente inviato ai negoziatori.
Gli Stati Uniti e l’Iran si stanno avvicinando a un accordo limitato e temporaneo per fermare la guerra: lo affermano fonti e funzionari a Reuters, come riporta sul sito, con una bozza che fermerebbe i combattimenti ma lascerebbe irrisolte le questioni più controverse. Il piano che sta prendendo forma si concentra su un memorandum d’intesa a breve termine piuttosto che su un accordo di pace globale, sottolineando le profonde divisioni tra le due parti e segnalando che si tratterebbe di una misura provvisoria. Teheran e Washington hanno ridimensionato le ambizioni di un accordo globale a causa del persistere di divergenze, in particolare sul programma nucleare iraniano, compreso il destino delle sue scorte di uranio altamente arricchito e la durata della sospensione delle attività nucleari da parte di Teheran. Al contrario, stanno lavorando a un accordo temporaneo volto a prevenire un ritorno al conflitto e a stabilizzare il traffico marittimo attraverso lo stretto, hanno affermato fonti e funzionari. “La nostra priorità è che annuncino la fine definitiva della guerra, dopodiché le restanti questioni potranno essere affrontate una volta ripresi i colloqui diretti”, ha dichiarato a Reuters un alto funzionario pakistano coinvolto nella mediazione tra le due parti. Secondo fonti e funzionari, il quadro proposto si svilupperebbe in tre fasi: la fine formale della guerra, la risoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di 30 giorni per i negoziati su un accordo più ampio.
L’improvviso dietrofront di Trump sul Project Freedom è stato deciso dopo che l’Arabia Saudita ha comunicato agli Stati Uniti che non avrebbe consentito alle forze armate americane di far decollare velivoli dalla base aerea Prince Sultan, situata a sud-est di Riad, né di sorvolare lo spazio aereo saudita a sostegno dell’iniziativa. Lo riferiscono fonti informate a Nbc news precisando che il Regno non ha gradito l’annuncio a sorpresa del tycoon sul nuovo piano per aiutare le navi ad attraversare lo stretto di Hormuz. Una telefonata tra Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman non ha risolto la questione, hanno riferito due funzionari Usa, costringendo il presidente a sospendere l’operazione Project Freedom al fine di ripristinare l’accesso militare degli Stati Uniti a quello spazio aereo strategico. Anche altri stretti alleati del Golfo sono stati colti di sorpresa: Trump ha parlato con il Qatar solo dopo che l’operazione era già stata avviata. Tenuto all’oscuro anche l’Oman, Paese mediatore che si affaccia sullo Stretto. Il Regno, in questa fase, appoggia una soluzione negoziale e ci sarebbero stati anche contatti con l’Iran. Teheran, a sua volta, è più morbida con i sauditi perché vuole sfruttare i dissidi nelle monarchie del Golfo, regione dove gli Emirati si distinguono per la loro vicinanza a Israele e sono fautori di una linea dura.
In tutto questo, c’è chi lavora alacremente per sabotare ogni possibile accordo. Sta a Gerusalemme e di professione fa il primo ministro dello Stato ebraico. Il suo nome è Benjamin Netanyahu. L’altro ieri le Idf hanno ripreso a bombardare Beirut e Netanyahu ha voluto chiarire le sue di condizioni: zero arricchimento, distruzione delle strutture per realizzarlo, trasferimento dell’uranio iraniano all’estero. Un accordo-resa che Bibi sa che non ci sarà mai. E per lui è ok. Resta caldissimo anche il fronte libanese. Ieri pomeriggio un razzo è caduto all’interno della base di Shama, sede del contingente italiano di Unifil Sector West. Non si registrano feriti tra il personale italiano, solo lievi danni a un mezzo militare. Si tratterebbe di un razzo a corto raggio da 107 millimetri, generalmente utilizzato dalle milizie di Hezbollah. Lo si apprende da fonti informate. È il secondo razzo che colpisce la base Unifil italiana di Shama dopo quello del 2 aprile scorso Anche in quel caso non ci furono feriti, ma danni alle infrastrutture.