Altro flop leggendario

Epic Fury è fallita e Trump è pronto alla resa in Iran: il memorandum di 14 punti scatena l’ira di Netanyahu

Dopo aver sospeso la disastrosa iniziativa a tutela delle navi di Hormuz (ripartite solo 6 su 1600), il tycoon esulta ma si accinge firmare il negoziato con Teheran, suscitando l’ira di Bibi

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

7 Maggio 2026 alle 10:14

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AP Photo/Mark Schiefelbein
AP Photo/Mark Schiefelbein

Accordo sì, accordo no, accordo forse. Sulla ruota di Hormuz tutto è possibile. O quasi. La Casa Bianca ritiene che si stia avvicinando a un accordo con l’Iran su un memorandum d’intesa di una pagina per porre fine alla guerra. Lo riferisce Axios citando fonti informate. Nulla è ancora stato concordato, ma le fonti indicano che le parti non erano mai state così vicine a un’intesa da quando è scoppiato il conflitto. Il memorandum, attualmente articolato in 14 punti, è oggetto di negoziato tra gli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, e diversi funzionari iraniani, sia direttamente che tramite mediatori. Nella sua forma attuale, il documento dichiarerebbe la fine della guerra e l’avvio di un periodo di 30 giorni di negoziati su un accordo definitivo che riguarderebbe l’apertura dello Stretto di Hormuz, la limitazione del programma nucleare iraniano e la rimozione delle sanzioni statunitensi. Tali trattative potrebbero tenersi a Islamabad o a Ginevra. Le restrizioni iraniane al transito nello Stretto e il blocco navale statunitense sarebbero gradualmente rimossi nel corso dei 30 giorni. Qualora i negoziati fallissero, le forze statunitensi avrebbero facoltà di ripristinare il blocco o riprendere le azioni militari.

Tra le disposizioni principali, l’Iran si impegnerebbe a una moratoria sull’arricchimento dell’uranio – la cui durata è ancora in discussione, con un’ipotesi compresa tra i 12 e i 15 anni, dopo che Teheran ha proposto cinque anni e Washington ne ha chiesti venti -, oltre a rinunciare esplicitamente allo sviluppo di armamenti nucleari e ad accettare un regime di ispezioni rafforzato, che prevederebbe anche blitz a sorpresa da parte degli ispettori delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti si impegnerebbero a rimuovere gradualmente le sanzioni e a sbloccare miliardi di dollari di fondi iraniani congelati nel mondo. Secondo due fonti citate da Axios, l’Iran avrebbe inoltre accettato di trasferire fuori dal Paese il proprio uranio altamente arricchito, con un’opzione che prevedrebbe persino il trasferimento negli Stati Uniti. La Casa Bianca ritiene tuttavia che la dirigenza iraniana sia divisa e che potrebbe essere difficile raggiungere un consenso tra le diverse fazioni. Da Teheran il parlamentare iraniano Ebrahim Rezai ha affermato che il memorandum tra Stati Uniti e Iran, anticipato da Axios questa mattina, è «più una lista dei desideri americana che realtà». Lo riporta Al Jazeera, che cita un post su X del politico. «Gli americani non otterranno in una guerra fallita ciò che non hanno ottenuto nei negoziati faccia a faccia», ha detto Rezaei su X. «Se non fanno marcia indietro e non accordano le necessarie concessioni, o se loro o i loro rappresentanti tentano qualche manovra scorretta, daremo una risposta dura che li farà pentire». A fare il tifo contro l’accordo è Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano terrà colloqui con funzionari dell’amministrazione Trump per comprendere meglio gli ultimi sviluppi nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, secondo quanto riportato dalla Cnn, che cita una fonte israeliana a conoscenza dei dettagli. Secondo quanto riportato, Netanyahu sta cercando aggiornamenti sullo stato dei negoziati e vuole capire quali siano le proposte attualmente sul tavolo. Israele è preoccupato per possibili concessioni dell’ultimo minuto da parte degli Stati Uniti, volte a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran, aggiunge il rapporto citando la fonte.

Tra frenate e gelate, ecco l’immancabile commento del tycoon sul suo social Truth: “Supponendo che l’Iran accetti di dare quanto concordato, il che è forse un’ipotesi azzardata, la già leggendaria Epic Fury (questo il nome dato da Washington alla guerra contro l’Iran, ndr) giungerà al termine e l’efficace Blocco permetterà allo Stretto di Hormuz di essere aperto a tutti, Iran compreso. Se non accetteranno, inizieranno i bombardamenti, che purtroppo saranno di un livello e di un’intensità molto maggiori rispetto a prima. Grazie per l’attenzione alla materia!”. Firmato Donald Trump. Per il commander in chief sarà pure “leggendaria”, ma Epic Fury sembra più un buco nell’acqua. Un mezzo disastro militare. Gli attacchi aerei iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o equipaggiamenti in basi militari statunitensi in Medio Oriente dall’inizio della guerra, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, velivoli, sistemi radar e per la difesa aerea. È quanto emerge da un’analisi del Washington Post basata su immagini satellitari, secondo cui l’entità dei danni sarebbe “molto più ampia” rispetto a quanto riconosciuto finora pubblicamente da Washington. L’inchiesta si basa su oltre 100 immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse da fonti iraniane, 109 delle quali sono state verificate confrontandole con i dati del sistema europeo Copernicus e, dove disponibili, con immagini commerciali. Diciannove immagini sono state escluse per mancanza di conferme, ma non sono emerse prove di manipolazione. In un’ulteriore verifica, i reporter hanno individuato anche 10 strutture danneggiate non documentate nei materiali iraniani.
Complessivamente sarebbero stati colpiti 217 edifici e 11 sistemi in 15 basi militari Usa nella regione.

Da un flop all’altro. L’operazione Project Freedom, lanciata da Trump lunedì mattina e messa in pausa da martedì sera, appare un fallimento. Delle circa 1.600 imbarcazioni bloccate nello Stretto, tra petroliere, cisterne e portacontainer, solo sei sono ripartite. Altre tre sono state attaccate. E, per la prima volta da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, gli Emirati Arabi sono di nuovo finiti nel mirino dei missili e dei droni della Repubblica islamica. Project Freedom non ha funzionato. Per due giorni si è assistito alla battaglia navale nello Stretto, durante la quale gli Usa hanno affondato sei zanzare, come vengono chiamati i barchini usati per assaltare le navi. Ma il traffico non è ripartito. Almeno dieci missili sono stati lanciati dall’Iran contro il dispositivo navale Usa, tutti – secondo il Centcom – intercettati. Il segnale è stato chiaro, i pasdaran possono ancora colpire. Tanto basta ai comandanti delle navi commerciali per spegnere i motori e rimanere immobili, in attesa degli sviluppi.
Insomma, un leggendario fallimento.

7 Maggio 2026

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