Piccole e Medie Banche Italiane nel territorio
Imprese e territori: la biodiversità bancaria
Le Piccole e Medie Banche Italiane apportano un contributo essenziale e sono in grado di realizzare una sinergia reale a beneficio dell’intero sistema economico e delle comunità
Editoriali - di Giuseppe De Lucia Lumeno
Ci sono legami che nascono dalla necessità e diventano identità. È quello che è accaduto, nell’Italia post unitaria, tra le banche popolari, le casse di risparmio e le altre banche territoriali che si diffondevano nei borghi e nelle città in crescita, e il mondo delle piccole e medie imprese che iniziava a costruire la spina dorsale economica del Paese. Banche locali che nascevano dallo stesso humus: una borghesia artigiana e commerciale che aveva bisogno di strumenti finanziari capaci di capire una commessa, un raccolto, un progetto di espansione. Quel legame, nato oltre centosessant’anni fa, è ancora vivo. Lo dimostra, con una ricchezza di dati senza precedenti, lo studio “Le Piccole e Medie Banche Italiane nel territorio – Presenza, ruolo e impatto nelle aree periferiche e nei sistemi locali del lavoro a prevalenza di PMI” realizzato dal Comitato Interassociativo ACRI-ANBP-Pri.Banks e pubblicato proprio in questi giorni.
In un Paese in cui le piccole e medie imprese producono, ancora oggi, quasi i due terzi della ricchezza nazionale e danno lavoro a tre lavoratori su quattro, il sistema bancario che le serve è spesso invisibile ai radar della grande finanza. Le Piccole e Medie Banche Italiane tengono aperti i rubinetti del credito nelle periferie del Paese, nei distretti industriali minori, nelle aree interne dove un’impresa non ha alternative. È questa la constatazione dalla quale parte lo studio che rappresenta un’approfondita analisi e, soprattutto, un utile strumento di lavoro per chiunque si occupi di sviluppo territoriale. Il concetto intorno al quale ruota l’intero lavoro è quello della biodiversità bancaria. Preso in prestito dalla biologia, indica la coesistenza di istituti diversi per dimensione, vocazione, radicamento geografico. Una diversità che non è decorativa ma altamente funzionale perché, solo grazie ad esso, è possibile non lasciare scoperti i segmenti apparentemente meno redditizi ma non per questo meno importanti: il piccolo imprenditore, il lavoratore autonomo, il comune di cinquemila abitanti, l’artigiano che ha bisogno di un fido per comprare un macchinario.
Lo studio documenta dove questa copertura si realizza e dove viene meno. La distinzione più significativa è quella tra centri e aree interne. In questi territori, lontani dai capoluoghi, la presenza bancaria si è progressivamente assottigliata soprattutto come effetto delle fusioni. Non per le Piccole e Medie Banche Italiane però che hanno mantenuto il presidio in queste aree, arrivando a detenere in tali zone quasi la metà di tutto il credito erogato. Questo presidio fisico – lo sportello aperto, il direttore che conosce i clienti, il funzionario che fa il giro delle imprese locali – ha effetti economici misurabili. Come osserva il Professore Mario Comana -docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università LUISS Guido Carli – nella sua articolata prefazione al lavoro, le PMBI sovvertono il classico paradigma della dinamica centripeta dei flussi finanziari, secondo cui il risparmio raccolto in periferia viene convogliato verso i centri. Le banche medie e piccole, tendono a reinvestire localmente quanto raccolgono: i depositi delle famiglie di un borgo dell’Appennino finanziano i mutui e i fidi delle imprese del borgo stesso. È un circuito virtuoso che alimenta la resilienza delle comunità locali e riduce notevolmente il rischio di spopolamento. L’analisi per Sistemi Locali del Lavoro conferma il quadro. Lo studio distingue tra sistemi dominati da grandi imprese e aree metropolitane, e sistemi a prevalenza di piccole e medie imprese. In questi ultimi le PMBI concentrano oltre la metà della propria rete distributiva (58,4%) e oltre il 40% degli impieghi totali, con una quota di mercato del credito (superiore al 30%) doppia rispetto a quella che detengono nelle grandi aree urbane. La loro presenza è strutturalmente orientata verso i territori dove operano le imprese che storicamente le hanno generate.
C’è infine una dimensione prospettica che lo studio introduce e che merita attenzione. La transizione ecologica sta imponendo anche alle piccole e medie imprese di misurarsi con i rating ESG e con i nuovi criteri di valutazione del rischio. Per molte PMI il rischio è quello di subire passivamente una pressione regolamentare che non riescono a comprendere fino in fondo e, dunque, hanno difficoltà a gestire nel modo più appropriato. Le banche territoriali, che conoscono i propri clienti da generazioni e sanno leggere una storia d’impresa oltre che un bilancio, possono essere il soggetto naturale per accompagnare questo percorso. Non come controllori, ma come partner. Come ricordato in diverse occasioni dai rappresentanti delle tre associazioni Gerhard Brandstätter (ACRI), Vito Antonio Primiceri (ANBP) e Pietro Sella (Pri.Banks), e come si evidenzia nelle conclusioni del lavoro, le Piccole e Medie Banche Italiane apportano un contributo essenziale e sono in grado di realizzare una sinergia reale a beneficio dell’intero sistema economico e delle comunità anche da un punto di vista sociale e culturale, proprio a cominciare dalle PMI il cui ruolo per l’economia italiana è troppo importante e non permette di trascurare il modo in cui si finanziano. È un ruolo nuovo per un legame antico, ed è forse la declinazione più contemporanea di quella biodiversità bancaria che lo studio invita a preservare come una risorsa collettiva, non negoziabile.
(*)Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari