Rigettata la richiesta
Mi vietano di vedere mio padre perché non è ancora morto…
Ha 93 anni, due fratture al femore in meno di un mese, ma per il tribunale non è in imminente pericolo di vita. Per questo non mi autorizzano a vederlo. In uno Stato costituzionale la pena non è vendetta
Giustizia - di Fabio Falbo
Il mio Professore Cristiano Cupelli di diritto penale insegnava che il diritto non è una formula, non è una parola da cercare o da escludere, non è un meccanismo da applicare in modo cieco, il diritto è prima di tutto comprensione della realtà, responsabilità della decisione, capacità di vedere l’essere umano prima della norma e dentro la norma. È un insegnamento che non si dimentica, soprattutto quando ci si accorge che nella prassi accade esattamente il contrario. Io sono Fabio Falbo, lo Scrivano di Rebibbia e scrivo perché non posso più tacere davanti a quello che sta accadendo, perché leggendo le ordinanze di alcuni magistrati di sorveglianza di Roma che rigettano i permessi di necessità per vedere i propri cari ancora in vita, si ha la sensazione netta che il diritto, quello vero, venga svuotato e sostituito da qualcosa che gli somiglia solo formalmente ma che nella sostanza è altro.
Accade così che ti autorizzano, quando va bene, solo dopo la morte e nella peggiore delle ipotesi, non ti autorizzano neanche a quello. Non è una scoperta di oggi, ma oggi mi riguarda personalmente perché non mi viene concesso di vedere mio padre di 93 anni, due fratture al femore in meno di un mese, e nel rigetto si legge che non è in imminente pericolo di vita. Questa non è un’eccezione, è una consuetudine, un metodo che alcuni magistrati applicano con continuità, si arriva sempre dopo, sempre quando non serve più, e a volte neppure allora. Non sono casi isolati ma una lunga sequenza documentabile, e ormai la percezione è chiara, non siamo più di fronte a singoli errori ma a un modo di amministrare la giustizia che ha perso il contatto con l’umanità concreta delle situazioni. Quando questo modo si confronta con la vita reale, quella di un padre anziano, fragile, operato due volte in poche settimane, non risponde con il diritto ma con un meccanismo, il meccanismo è semplice e per questo ancora più pericoloso, si prende una norma pensata per tutelare il permesso di necessità, la si svuota del suo significato, la si piega fino a ridurla a una formula e poi si cerca un appiglio, una parola mancante, un’espressione non sufficientemente netta, fino a poter scrivere che non c’è imminente pericolo di vita, a quel punto tutto è risolto, almeno formalmente.
Non importa che chi decide non sia un medico, non importa che la medicina stessa dica che un uomo di 93 anni operato due volte in breve tempo, si trovi per definizione in una condizione quoad vitam instabile; non importa che la realtà dica che il tempo che non viene concesso è un tempo che non tornerà più, ma per questo magistrato conta il foglio, conta la formula, conta 1’assenza di quella parola. E quando questo non basti, sì aggiunge il resto, il parere della DDA anche quando non dovrebbe esserci perché si tratta di reati non ostativi, e l’informativa che per legge non è vincolante ma che nella pratica viene usata come se decidesse diventando lo strumento più semplice per non assumersi fino in fondo la responsabilità della decisione, e allora la domanda diventa inevitabile, perché in un caso non serve l’informativa della DDA e in un altro diventa decisiva, perché per vedere un suocero non è necessaria mentre per vedere un padre vivo lo diventa improvvisamente. Non è un tecnicismo, è un segnale preciso di un sistema che non applica il diritto ma costruisce percorsi per evitarlo. Io non sono uno che guarda queste cose da fuori o che le scopre oggi, anche se qualcuno afferma verbalmente che penso di essere laureato; io lo sono realmente, mi sono laureato in giurisprudenza, ho interrotto un secondo percorso a pochi esami e oggi sto proseguendo ancora i miei studi.
In questi anni ho letto e archiviato decisioni, anche del Tribunale di Sorveglianza di Roma, ho accumulato rigetti e nella maggior parte dei casi è intervenuta la Corte di Cassazione annullando e rinviando, non perché io abbia ragione per definizione ma perché qualcosa evidentemente non funziona a monte. Tra gli operatori del settore non è un mistero che al Tribunale di Sorveglianza di Roma si registri uno dei più alti tassì di annullamento in Cassazione, non è un dato raccolto in modo ufficiale in una tabella ma è una realtà che emerge dalle decisioni e che chi vive questo sistema conosce bene. Questo scritto non è contro persone ma contro un metodo, perché le ordinanze sono pubbliche, le motivazioni sono pubbliche e pubbliche devono essere anche le riflessioni che ne derivano, non c’è nulla da nascondere se non il rischio dì non voler vedere. Il problema è che questo metodo produce sempre lo stesso risultato, si arriva tardi, si concede quando è inutile, sì autorizza quando ormai tutto è già accaduto, e così accade di vedere un familiare in una camera mortuaria dopo aver chiesto dì vederlo in vita. Non è una coincidenza ma uno schema che si ripete e che oggi rischia di ripetersi ancora. E allora bisogna dirlo senza più attenuazioni, io non devo vedere mio padre morto per ottenere ciò che sto chiedendo adesso, perché questo non è il senso della legge, non è il senso della pena e non è il senso della giustizia.
In uno Stato costituzionale la pena non è vendetta ma responsabilità, e responsabilità significa anche non spezzare completamente i legami umani, non trasformare ogni richiesta in una prova impossibile, non pretendere la certificazione della morte imminente per riconoscere il diritto a un ultimo incontro. Qui non si chiede un beneficio né uno sconto ma semplicemente tempo, tempo umano, tempo reale, tempo che non può essere restituito quando viene negato. Si potrà dire che queste parole sono dure, che sono dirette, che contengono una forma di ribellione, ma se non è ribellione dire a uno Stato che la giustizia non può arrivare sempre dopo, allora non si capisce cosa lo sia. E allora resta solo ciò che il diritto, quando smarrisce sé stesso, non riesce più a contenere ma che ne rappresenta il senso più profondo. Padre mio resisti ancora, trova la forza di restare un poco di più in questo tempo fragile che ti è rimasto, perché io sto cercando di raggiungerti non solo con le richieste che vengono respinte ma con queste parole che portano dentro sofferenza e verità, e se non mi sarà concesso di essere accanto a te come figlio, almeno ti raggiungeranno come voce come speranza, come promessa che questo dolore non sarà inutile, che diventerà qualcosa che darà speranza anche ad altri, e tu resta finché puoi, resta il tempo necessario perché io possa ancora vederti con gli occhi e non solo con la memoria, perché ciò che sto chiedendo non è altro che questo, non arrivare troppo tardi.
*Detenuto a Rebibbia